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Da "Ritorno a Città di Solitudine" di Giovanni Sicuranza Youcanprint Editore (librerie e store on-line; e-book e cartaceo)


Da "Ritorno a Città di Solitudine" di Giovanni Sicuranza
Youcanprint Editore (librerie e store on-line; e-book e cartaceo)

I segreti del mare

La sabbia. 
È così piena di se stessa e silenziosa da riempire la mente di Sabina e spingerla a proseguire, fin dove le onde diventano fragile schiuma. Fin dove l’uomo aspetta.
- Ciao – mormora lui, senza voltarsi, gli occhi che navigano nella sinuosità del mare.
Sabina si morde un labbro e ancora una volta si chiede perché. 
Perché è qui, in una spiaggia deserta, in compagnia di un estraneo. Perché ha accettato il suo invito. 
L’uomo scivola oltre quei pensieri, anzi, sembra essersi già dimenticato della sua presenza. Quando parla le sue labbra si schiudono alle onde.
- Non è possibile che sia lo stesso mare dell’estate. L’ultima volta che l’ho visto era un assembramento di ombrelloni, corpi, sdraio – lo sguardo si muove lento verso la donna, ma si ferma prima, sui profili della spiaggia che è solo sabbia e vento.
E silenzio. Silenzio pieno di sussurri di un luogo deserto, ma vivo.
- Hai freddo? – chiede improvvisamente l’uomo. 
Sabina non risponde subito, ancora confusa dal suo atteggiamento, o da tutta la situazione che si è creata in pochi giorni e che l’ha condotta fin qui.
La morte di Cesare, la telefonata di quest’uomo, che è il fratello di Cesare, ma che lei non ha mai visto prima. 
La sua richiesta di vedersi, di conoscersi almeno ora. L’appuntamento sulla riva, nei primi tramonti d’autunno. 
E lei che accetta.
- No, non ho freddo.
Finalmente lui si volta e porta con sé un sorriso ampio. Troppo ampio. Lei lo guarda, e poi entra nei suoi occhi chiari e, ora, sì, ha un brivido di freddo.
- È bello conoscerti – sussurra l’uomo, senza nemmeno un fremito spontaneo in quell’espressione di cordialità.
- Davvero? – lei non riesce a nascondere l’incredulità.
Ma il sorriso di lui non cede. Allora Sabina cerca rifugio nelle onde che giungono alla riva, si arrampicano nel vento e diventano schiuma bianca che muore sulla sabbia. 
- Il mare conosce molti segreti – la raggiunge la voce dell’uomo, calma, profonda, tanto che per un attimo lei crede che a parlare sia stato davvero il mare. 
- Perché hai deciso di conoscermi solo ora, Claudio? Ricordo solo una tua telefonata, da quando ero con Cesare.
Dai colori accesi del cielo un gabbiano si lancia tra le onde, piume bianche in un guizzo di spuma bianca, la risalita rapida nel tramonto, con un grido di delusione per aver mancato la preda.
- Quando ieri ti ho chiamata, hai fatto fatica a ricordare il mio nome – sente la risata di lui, breve, sarcastica – Cominciavo a pensare che ora te lo fossi già dimenticata.
Lei si volta, rapida, i suoi occhi che entrano decisi in quelli di lui. E finalmente vede il suo sorriso cedere a un ovale di stupore. 
- Non c’è mai stato un buon rapporto tra te e Cesare, anzi, nessun tipo di rapporto ad essere precisi – Sabina spinge le labbra tra la morsa dei denti, poi le lascia fuggire insieme alle parole – Siamo stati insieme per sette anni, Claudio, sette. Abbiamo vissuto felici in questo paese di mare, lontani dalla città. E adesso che ti incontro, filosofeggi sulle poesie della spiaggia deserta.
Claudio annuisce, sospira, ma i suoi occhi sono ancora un nulla chiaro. Chiaro come le onde, come il gabbiano. Un chiaro assoluto, privo di emozioni.
- Volevo conoscerti da tempo, Sabina, ma non ho mai avuto il coraggio, sai, per i rapporti tra noi fratelli. Ma ora che Cesare è morto – si ferma. Le sue palpebre diventano fessure, mentre a poco a poco ritorna quel sorriso senza vitalità.
- Tu, allora, perché hai accettato di vedermi?
Perché in fondo sei l’unico legame che ho ancora con Cesare, perché lui mi ha sempre detto che un po’ vi somigliavate. 
Questo gli risponde la donna, ma solo con la mente, e di nuovo si volta verso il mare, in tempo per scorgere il gabbiano che tenta un altro affondo e ancora fallisce.
In realtà non è così, capisce ondeggiando tra delusione e rabbia. 
Ed io lo sapevo. Cesare era spontaneo, vero, tu sei solo una copia di frasi fatte e sorrisi plastificati.
- Credi che io sia menzogna, vero? – ora le parole di Claudio sono così vicine alle sue spalle, che lei ne sente l’alito caldo correre sul collo e lasciare la traccia di un brivido – Posso dimostrarti che ti sbagli. E che la menzogna sei tu.
Cosa?, protesta lei, voltandosi verso l’uomo, così stupita che non riesce nemmeno a pronunciare la domanda, così rapida che le loro labbra non si sfiorano solo perché Claudio è altrettanto lesto a fare un passo indietro.
Il suo sorriso è ancora lì, scolpito e falso. Gli occhi, anelli di ghiaccio che svuotano.
- Vogliamo accomodarci? – la invita l’uomo indicando un tronco di legno che si inarca sulla sabbia – Chissà da quanto tempo il mare l’ha dimenticato qui. Non sarà il massimo della comodità, ma almeno è asciutto. 
- Cosa vuoi? – lo sfida lei, cercando di essere dura, tanto dura, nonostante l’ansia che si gonfia dentro come marea crescente. 
Claudio si è già seduto e continua a guardarla. 
Se solo quel sorriso cedesse, pensa veloce Sabina, se solo   
- Farti capite che non sono il cattivone che pensi. E spiegarti un po’ di cose senza chiedere nulla in cambio. Con calma – l’uomo allunga una mano verso la donna – Ti va?
Sabina non si muove, non risponde, stringe le braccia al petto, perché vorrebbe che il cuore smettesse di battere così forte, fino in gola, e intanto si sforza di reggere lo sguardo di Claudio.
- D’accordo, come vuoi – si arrende lui. La mano si tuffa nel giubbotto e riemerge con un pacchetto di sigarette – Scommetto che non fumi.
- Infatti – mente lei, mentre la salivazione aumenta alla vista della sigaretta che si accende e diventa tramonto di braci tra le labbra dell’uomo.
Claudio chiude gli occhi, inspira a fondo e abbandona il fumo a disperdersi tra il vento. Poi guarda ancora Sabina. Senza più sorridere.
Lei dovrebbe sentirsi sollevata e invece ora l’espressione di lui è ancora più inquietante. C’è rabbia, una rabbia forte, che si aggrappa sul viso della donna e che lì rimane, per un lungo istante di silenzio nel silenzio della spiaggia.
Sabina pensa che forse è meglio salutarsi, ora, subito, con le reciproche condoglianze per la morte di Cesare. Anche perché non capisce il motivo di quella rabbia, e, insomma, nel complesso non è che Claudio le sembri una persona tanto a posto, anzi, scema a non intuirlo prima. E poi se lui ha intenzione di farle del male, chi mai potrebbe soccorrerla in questo deserto, e allora è meglio, sì meglio
- Non è meglio se cerchi di rilassarti e mi dai la possibilità di parlarti? – la sorprende ancora lui, con un tono troppo calmo per non essere maschera di emozioni represse – Solo un po’, poi sparisco – alza le mani in alto, come in segno di resa – Promesso.
Sabina ha un lungo sospiro con cui fa’ uscire la parte d’ansia che rischia di esploderle nel petto. Con quella che rimane, decide che tutto sommato il fratello di Cesare merita un tentativo.
- D’accordo – mormora – Ti ascolto.
Non si avvicina, non si siede al suo fianco. Ma lui sembra già soddisfatto così. 
Annuisce, un altro lungo tiro di sigaretta, gli occhi che si chiudono ancora e poi si aprono oltre il fumo, nelle onde.
- Non credermi un cittadino viziato, nonostante i miei abiti firmati e la mia abbronzatura artificiale. So ascoltare il mare almeno quanto era in grado di farlo Cesare. Per questo eravamo simili – il suo sguardo scivola veloce in quello di Sabina, poi torna all’orizzonte – E allora lascia che ti racconti qualcosa – una pausa, un tiro di sigaretta – Me l’ha raccontata proprio il mare. Lui ha molti segreti, te l’ho già detto, vero? 
Un’altra pausa, durante la quale l’uomo osserva la sigaretta agonizzare tra le dita, con distacco, anche quando gli ultimi sussulti della brace mordono la mano. Allora si limita a chiuderla nel pugno e quando lo riapre non c’è più traccia di fuoco nel mozzicone.
Sabina non può fare a meno di scuotere la testa. Lui la guarda, con un sorriso amaro.
- Vedi? Probabilmente tu l’avresti gettata nella sabbia. Invece io – seppellisce la sigaretta nella tasca del giubbotto – Nemmeno Cesare lo avrebbe fatto, credimi.
La donna non risponde, ma ha qualche dubbio in proposito. E si chiede quanti mozziconi ci siano nelle tasche di Claudio.
- Scusami, ho la tendenza a divagare. È un mio difetto – l’uomo scrolla le spalle – Uno dei miei difetti – con un cenno del capo indica il mare – Ma ora lasciamo parlare lui, d’accordo?
 Sarebbe anche ora, così torno a casa e penso quanto sono stata fortunata ad averti detto addio, pensa Sabina. E ancora tace.
***
- Intanto, mia cara Sabina, voglio raccontarti una ballata. Una ballata del mare, e non sbuffare, per favore, ti avevo detto che avrei lasciato parlare lui. Allora, devi sapere che un giorno, tanto tempo prima di me e te e Cesare, attratta dal lontano luccichio di strade asfaltate, la sabbia uscì dal mare. Aveva deciso di fermarsi sulla riva, giusto il tempo necessario ad irrorare di sole i suoi granelli. Quando fu asciutta, e già si vedeva tornare festosa al gioco profondo delle onde, arrivò l’uomo, che, incurante della sua antica libertà, la schiacciò con ventri di lettini e la penetrò con nerbi di ombrelloni. Da allora le diede il nome spiaggia e la dedicò alle urla orgiastiche dei turisti.
Claudio ha parlato senza pause. Ed ora sembra riprendere fiato, mentre osserva la corsa delle onde verso la spiaggia.
- Vedi, sembra che vengano qui a morire – si volta ancora verso Sabina – Insomma, sanno che si infrangeranno sulla sabbia, eppure non smettono, una a fianco all’altra, una dietro l’altra, in un suicidio di massa.
Sabina si morde un labbro, lancia un’occhiata alle onde e vede oltre le parole di Claudio. Poi torna negli occhi di lui.
- Puoi toglierti quell’aria ironica dal viso, sai? – la aggredisce lui, alzandosi dal tronco.
Lei fa un passo indietro, i muscoli delle gambe che si tendono, il respiro che si blocca. E invece lui si muove verso le onde e vi immerge gli occhi.
- Ti ho già detto di rilassarti. Era solo per dimostrarti che conosco il mare. Non ho intenzione di farti del male, anche se tu e Cesare pensavate che fossi un ingrato.
- Non un ingrato – precisa lei, senza rilassarsi per niente, anzi, con nuove ondate di ansia che si infrangono nel petto – Ma una persona distante da noi, non solo per i chilometri, Claudio, ma proprio per mentalità. Cesare …
Lui si volta di scatto, ancora con quel lancio di rabbia negli occhi che colpisce la donna. 
- Cesare mi ha chiamato poco prima di morire. Lo sapevi, vero?
No, pensa Sabina, stupita, Cesare non lo ha fatto.
- La tua espressione vale come risposta. Del resto lo immaginavo. Non voleva metterti al corrente che una delle ultime persone che desiderava sentire era proprio il suo odiato fratellino. Mi ha detto che era depresso, proprio lui, sempre allegro – Claudio sbuffa - e troppo irresponsabile per i miei gusti.
- E tu per lui eri un cinico troppo preso dagli affari – ribatte rapida Sabina, ancora confusa al pensiero della telefonata di Cesare.
Claudio scrolla le spalle.
- Lo so. Per questo non ci siamo più frequentati. Che vuoi farci, incompatibilità caratteriale. Ma la prima ed unica volta che tu ed io ci siamo sentiti è stata per una mia iniziativa. Volevo conoscerti almeno al telefono.
- Per poi litigare con tuo fratello sull’assicurazione – aggiunge lei, dura. Spera di avere spiazzato l’uomo e invece la sua sorpresa diventa una cascata che si unisce all’ansia quando scopre che lui ride. Ride davvero, di gusto, e la sua risata diventa eco beffardo che viola il silenzio della spiaggia. 
- Basta – mormora Sabina- Basta. 
Fa’ per girarsi su se stessa, quando le parole di lui la ghermiscono e la bloccano.
- È per la polizza che Cesare è morto, vero?
- Cosa, ma cosa – annaspa lei – Cosa vuoi dire? – riesce finalmente a concludere, mentre si gira verso l’uomo, piano, mentre l’ansia è un fiume che straripa e tenta di forzarle la gola in ondate di nausea.
Claudio torna a sedersi sul tronco e con una mano le indica il posto al suo fianco.
- Credo sia meglio ritrovare la calma e chiarirci, Sabina, tutto qui. Te l’ho detto, conosco i segreti del mare. E qualche altro segreto viene dal mio lavoro – batte piano la mano sul legno –  Forza, parliamo.
No, scappiamo, grida l’ansia.
L’uomo batte ancora la mano sul tronco, il sorriso di circostanza che gli lacera il viso.
Ma Sabina ha capito che non ha più scampo e allora, anche se non riesce a parlare, forse nemmeno a respirare, anche se la gambe tremano, in qualche modo raggiunge Claudio. E si siede al suo fianco.
***
- Una sigaretta? – chiede ancora lui.
- D’accordo – si arrende Sabina.
Nei minuti successivi, c’è solo il sussurrare delle onde, il fruscio delle sigarette che si consumano, e il colore del cielo che perde le tonalità rosse e gialle per un blu scuro, sempre più scuro.
Poi, quando il fuoco delle braci e del sole è spento, l’ombra di lui parla.
- Allora, quello che sappiamo è che Cesare aveva una polizza assicurativa molto alta – una pausa, lo sciabordio delle onde - e che in caso di morte tutto sarebbe passato a te.
Silenzio.
- Sabina? – la esorta lui, senza voltarsi a guardarla.
Sabina è sguardo lontano, oltre le parole, oltre il mare. Vede il film della sua vita con Cesare, il loro rapporto tormentato, e si cruccia, perché riesce ad evocare solo spezzoni sparsi della trama. Ma l’amore, profondo, quello sì, è sempre presente e ancora la riempie.
- Sabina? – ripete l’altro.
- Claudio, quando quella volta hai telefonato, era il giorno del nostro anniversario. Ma ovviamente non potevi saperlo. Non ti sei mai interessato a noi. Troppo impegnato nel lavoro di agente assicurativo.
- E Cesare in quello di pescatore. Ma, che tu ci creda o meno, siamo nati qui e un tempo eravamo molto uniti.
- Lo so, forse sarai tu a non crederlo, ma Cesare mi parlava spesso di te. Anche se raramente in modo positivo – Sabina ha un sospiro – Soprattutto dopo la tua telefonata.
- Un’altra sigaretta?
La donna si volta verso il profilo in penombra dell’uomo.
- Sì – decide, non perché la desideri davvero, ma per illuminare almeno il suo viso.
Claudio fruga nella tasca del giubbotto, dove sono giacciono sepolte schiere di mozziconi, poi ritrae la mano, deluso. Il pacchetto che stringe è un ammasso accartocciato da cui cadono residui di cenere.
- Terminate. Sai, con la vita stressante che faccio, ho iniziato a fumare di più.
- Capisco – risponde lei e pensa che è proprio uno stronzo.
- Comunque ti dicevo.
- No, scusa, io ti dicevo. Quella volta hai telefonato perché eri incazzato, non per conoscere me. Eri incazzato così tanto che ti sentivo urlare dalla cucina, anche attraverso la cornetta. E Cesare che tentava di spiegarti di noi.
- Beh, ascolta, quella polizza l’ha avuta grazie a me, era perfetta, mai venduto nulla di così vantaggioso ad un prezzo tanto basso. 
- Già, ma l’evento morte era a tutto vantaggio del caro fratellino. Fino a quando non sono arrivata io. Cosa credi, anche se filtrata dalla cornetta, riuscivo a capire qualche tua parola gentile nei miei confronti, tipo “puttana”, “meschina” – Sabina decide di non proseguire. Il ricordo della telefonata la sta scaldando e ritiene di avere mostrato già abbastanza della sua emotività a quest’uomo. 
E, soprattutto, non vuole correre il rischio di incontrare ancora il suo sguardo pieno di rabbia. 
Ma Claudio la stupisce ancora una volta.
- Da allora Cesare ed io non ci siamo più visti – mormora con tono lontano, distaccato – Poi ho saputo dalla televisione che un uomo era disperso in mare e che le ricerche avevano dato esito negativo.
- Cesare è morto proprio dove avrebbe voluto – un altro lungo sospiro scuote Sabina, le palpebre si stringono, come nello sforzo di scoprire figure celate nel mare oltre l’oscurità – Eravamo in barca, proprio laggiù. Lui ha perso l’equilibrio e non, io ho tentato, l’ho chiamato, ma non so nemmeno nuotare – un singhiozzo, un altro e le lacrime esplodono - L’ho chiamato, l’ho chiamato, credimi, non sai quanto l’ho chiamato.
Claudio la abbraccia. 
Lei non ha tempo di stupirsi, non ha voglia di rifiutare, e si lascia andare alla sua stretta. Fino a quando il pianto non sfuma e si accorge che lui sta cominciando a farle male. Allora tenta di divincolarsi, ma l’abbraccio dell’uomo è tenace e le blocca le spalle.
- Lasciami – protesta, già sapendo che lui non lo farà.
- Ti dico io come è andata – sussurra Claudio, le labbra che le sfiorano un orecchio – Sai, la telefonata di mio fratello dopo anni di silenzio mi ha stupito. Figurati sentirlo così depresso. Mi ha detto che voleva salutarmi, salutarmi davvero, perché non sapeva più quale strada prendere – un sospiro, che penetra nell’orecchio di Sabina con violenza – E vuoi sapere cos’altro mi ha detto? Che anche tu eri depressa, molto depressa. Solo che quel giorno ero in riunione e ho dovuto riattaccare in fretta, anche se, sì, lo ammetto, l’ho fatto con un certo piacere, visto che non gli ho perdonato il voltafaccia con l’assicurazione. Sai, sono cose che non si fanno ad un fratello. 
Senza rendersene conto, Claudio stringe ancora di più la presa. Sabina geme, ma non osa più divincolarsi, nemmeno parlare, o, peggio, urlare. 
È in balia di un folle e forse solo dopo il suo sfogo sarà libera, forse, per favore, forse.
- E allora ho pensato che nella sua morte tu hai avuto un ruolo. Sono un agente assicurativo, ho conoscenze dappertutto, anche tra i medici. Così, ho scoperto che la donna di mio fratello in passato aveva avuto due ricoveri per sindrome depressiva e ho tirato le somme.
No, tenta Sabina con la testa.
- Ssst – la ammonisce Claudio, con calma, l’alito che avvolge l’orecchio di lei – Allora, ecco come è andata, mia cara. Non so se Cesare era d’accordo con te, ma siccome non sono quel mostro che pensi, voglio darti il beneficio del dubbio e pensare che non hai organizzato tutto per i soldi dell’assicurazione.
Poi Claudio fa’ una cosa che sorprende e blocca Sabina ancora più di quanto potesse credere. Le bacia l’orecchio, delicato. E allenta la presa.
- Ora ti lascio andare, ma tu prometti che finisci di ascoltarmi, d’accordo?
Sabina non si muove. Sente l’orecchio umido e vorrebbe scattare, urlare, asciugarlo subito, ma è ancora smarrita da quel gesto.
Claudio stringe di nuovo la presa.
- D’accordo? – ripete, con tono decisamente meno conciliante.
Sì, risponde allora lei, ancora solo con la testa, sì, sì, sì.
- Bene, Sabina. Sai, non credo che tu sia proprio una cattiva persona. Solo, hai qualche problema, cioè, molti problemi.
E finalmente Claudio la libera dall’abbraccio. 
Sabina non si muove, non ci pensa nemmeno, il capo chino sotto il vortice di pensieri di rabbia, frustrazione, paura. Dolore.
- Stai bene? – chiede lui, sorprendendola ancora con un tono premuroso. 
Gli occhi di lei si sono rifugiati nella sabbia, e non hanno nessuna voglia di risalire, ma quando sente il tronco sollevarsi, Sabina capisce che lui si è alzato. Poi ne ascolta i passi pesanti muoversi e fermarsi davanti a lei.
- Lui era depresso perché tu eri depressa e non riusciva più ad aiutarti. Ti amava così tanto che, non so come, avete deciso di togliervi la vita insieme. Nel mare. Magari Cesare era convinto che vi sareste gettati insieme, ma alla fine proprio a te è mancato il coraggio.
- No! – scatta all’improvviso Sabina, con uno slancio inaspettato, mentre i suoi occhi salgono in quelli di Claudio.
L’uomo aggrotta la fronte, spiazzato. Solo un istante. 
Subito dopo il suo sguardo si riempie proprio di quella rabbia che Sabina ha sperato di non ritrovare.
- No? – urla – No? – ripete in un crescendo di tono - Allora lo hai ingannato per avere i soldi dell’assicurazione! Gli hai fatto credere che sareste morti insieme e quando lui si è gettato ti sei allontanata! 
Sabina si nasconde il volto tra le mani.
- Lasciami, lasciami per favore – singhiozza.
- È così, allora, è così, maledetta.
Sabina serra gli occhi e affonda la testa tra le spalle, in attesa che lui la colpisca e intanto non riesce a trattenere le lacrime, non riesce più a fingere che anche lei è forte. 
Spera solo che Claudio vendichi la morte del fratello senza farla soffrire troppo e aspetta.
Silenzio. 
Apri gli occhi, si dice.
Silenzio.
Non ci penso nemmeno
Silenzio.
Non puoi startene così, magari è andato via davvero 
Le dita scivolano caute sopra le lacrime e quando apre gli occhi, Sabina vede la distesa scura del mare. E null’altro. 
Rimane così, cercando di soffocare il pianto, di rallentare il respiro per cogliere la presenza di lui, ma quello che ascolta è solo il suono delicato delle onde.
- Il mare parla – la voce di Claudio arriva alle sue spalle.
Sabina ha uno scatto e solo una mano calata sulla spalla le impedisce di urlare fino a lacerarsi i polmoni.
- Stai calma, sto andando via – spiega l’uomo, di nuovo apparentemente calmo – Ma, come vedi, tra noi in realtà sei tu quella che deve qualcosa al mare. Non ti denuncio Sabina, non farò nulla. Almeno per il momento. Perché conto sulla tua depressione e spero che in qualche angolo della tua mente ci sia ancora amore per mio fratello. Quindi – la voce si abbassa di nuovo fino al sussurro caldo che sfiora l’orecchio della donna – Quindi, Sabina, non mi salutare, non ti voltare nemmeno. Continua solo a guardare il mare e pensa. Credo tu sappia cosa è giusto fare. 
Un altro bacio, ancora, delicato, questa volta sul viso e poi quello che rimane di Claudio è il rumore dei passi che si allontanano.
Sempre di più.
***
Sabina non smette di piangere, nemmeno ora che è sola. Sola nel deserto della spiaggia, sola davanti alla vastità del mare.
Ai suoi segreti. 
Si spoglia, piano, scossa dai singhiozzi, e intanto il suo sguardo affonda tra le onde.
Solo quando rimane in slip e reggiseno entra nell’acqua. 
E scopre che non è nemmeno così fredda come credeva.
***
Claudio cammina sul marciapiede che costeggia la spiaggia, diretto verso l’auto. 
È ancora turbato. Dai rapporti dei medici fiduciari della Compagnia Assicurativa, si era fatto l’idea di una donna fragile, gravemente depressa, che a poco a poco aveva spinto il compagno nel baratro della sua stessa malattia. Una donna che aveva costruito il suo amore nell’idea della morte, fino a spegnere anche Cesare. Ma che all’ultimo, forse scioccata dalla vista del suicidio di lui, aveva perso il coraggio. 
Per questo Claudio aveva deciso di raggiungerla, per ricordarle che lei era la responsabile della morte del fratello e che aveva il dovere di andare fino in fondo. 
Si ferma.
Di andare a fondo, si corregge pensando a Cesare, il corpo perso nei segreti del mare. 
- Maledizione – impreca alla notte – D’accordo, avevamo litigato, non ci frequentavamo più, ma si trattava sempre di mio fratello!
Una finestra del palazzo di fronte a lui si illumina e Claudio affretta il passo verso l’auto.
E invece forse Sabina ha davvero spinto Cesare dalla barca per intascarsi i soldi della polizza. In fondo, non è proprio di questo che la sta indagando la Polizia?
- Possibile che mi sia lasciato ingannare così tanto dai certificati medici? – si chiede, questa volta in un bisbiglio, attento a non svegliare l’abitato.
E proprio in quel momento il cellulare inizia ad intonare un brano jazz in crescendo.
- Cazzo – mormora Claudio, nella frenetica ricerca del telefono tra mozziconi di sigarette – Cazzo – ripete in un filo di voce, quando sente che qualcuno sta aprendo la finestra.
- Pronto – bisbiglia, appiattendosi nella penombra del portone.
- Pronto, pronto! – urla qualcuno dall’altro capo, così potente che il piccolo cellulare sembra squassarsi – Mi sente, dottore?
- La sento – si affretta a confermare Claudio, cercando di aderire il più possibile al portone.
- Chi è che rompe, insomma! – gli cala addosso il vocione di un uomo – Chi è che crede di essere ad una festa? Faccio i turni io, porca madosca, devo dormire!
Bravo, pensa veloce Claudio, mentre prova a smettere anche di respirare, urla pure, così svegli anche tutti gli altri.   
- Dottor Schiuma, dottor Claudio Schiuma, pronto! – insite l’altro.
- La sento, accidenti, la sento – risponde Claudio, non azzardandosi a d andare più in alto di un bisbiglio, la mano a coppa sul microfono – Chi parla?
- Ah, dottor Schiuma, mi scusi sa, ma la sento appena e mi aveva chiesto di chiamarla a qualsiasi ora se c’erano novità! – continua a far rombare le corde vocali l’altro.
- Professor Sapienza - si ricorda allora Claudio, e impreca mentalmente, perché sa bene che il medico che ha indagato su Sabina è debole di udito.
- Mi sente?
- La sento, professore, la sento. Cosa c’è?
- Ecco, non l’avrei disturbata se non fosse per, ecco.
- Sì, sì, ha fatto bene, mi dica professore.
Silenzio. 
Claudio porta il telefono davanti al viso, aggrottando la fronte, poi lo appoggia all’altro orecchio.
- Professore?
- Dottor Schiuma, mi dispiace.
Mi dispiace, echeggia la frase nella mente di Claudio, mi dispiace?        
- Di cosa le dispiace, professore? – chiede, dimenticando di abbassare il tono.
- Ehi, te, laggiù, ti ho sentito, sai? Ora arrivo e ti gonfio!
- Professore?
- Sì?
- Mi dica cosa ha scoperto.
- Ecco, sa che da qui ho accesso a tutti i certificati della signora che mi ha richiesto, anche se rischio, ma, insomma, per lei.
- Sì, sì, d’accordo. Dov’è la novità?
- Ecco, io, mi perdoni, sa, forse non avrei dovuto, ma mi sono permesso di guardare anche quelli di suo fratello.
- Cesare? – Claudio è improvvisa tensione.
- Aveva una grave forma di neoplasia cerebrale, scoperta da pochi mesi.
- Grave quanto?
- Molto. Io, ecco, devo dirglielo, dottor Schiuma. Da quello che leggo, escludo che sarebbe sopravvissuto un altro anno. Ma intanto avrebbe sofferto, perdendo sempre più il controllo del corpo. Per cui, dottore, mi sembra che forse
Claudio corre, corre più forte che può, corre verso la spiaggia, mentre le ipotesi del professor Sapienza si stanno ancora sviluppando all’interno della tasca.
***
Vuoto. 
Ovunque la sabbia, le sue dune immobili che assorbono la pallida luce lunare.
E il mormorio continuo del mare. 
Claudio osserva i vestiti di Sabina, senza nemmeno riuscire a chinarsi.
Pensa a cosa è successo. 
Cesare che decide di morire quando ancora è una persona, nel mare che ha sempre amato. E la sua compagna è con lui, nel loro ultimo viaggio insieme, per stargli accanto, per dargli coraggio. 
Nessun suicidio di coppia fallito per la vigliaccheria di lei. Nessun tentativo di intascare l’assicurazione inscenando un incidente. 
Un riflesso sul mare attira l’attenzione di Claudio. 
L’uomo si avvicina alla battigia, il cuore che è tumulto di galoppi, il respiro che è ritmo frenetico di ansie.
Con calma, come in una cerimonia funebre, la corrente sta portando alla riva qualcosa. 
Claudio si avvicina ancora di più, fino ad entrare nell’acqua con le scarpe di marca. Le onde gli vengono incontro e gli mostrano finalmente di cosa si tratta.
- Sabina – mormora Claudio e si inginocchia nel mare – Sabina – ripete, mentre si sporge per prendere il reggiseno – Sabina.
Stringe il reggiseno al petto e sente tutto il peso della notte calargli nell’animo.
Sabina, il nome si infrange nella mente. 
Sabina che ha aiutato il suo compagno ad andarsene come voleva, con dignità. E che invece lui ha condannato con rabbia e arroganza. 
Guarda ancora il reggiseno appesantito dall’acqua. 
È il segreto che gli ha portato il mare. Per svelargli che solo Sabina è stata davvero vicina a suo fratello. Per ricordargli che solo lui è il responsabile della solitudine di Cesare. 
E della morte di lei.
Allora affonda la testa tra le braccia. E finalmente, mentre le onde corrono a suicidarsi sulla riva, inizia a piangere.

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Premessa. 1. La patologia. Il linguaggio è una capacità esclusiva della specie umana e circa 6000 sono le lingue attualmente parlate in ogni parte del mondo. Espressione del pensiero, il linguaggio è il più complesso sistema di comunicazione che assolve alla funzione della regolazione sociale ed alla elaborazione interna delle conoscenze. Tra i disturbi del linguaggio, le afasie abbracciano una molteplicità di tipologie strettamente collegate ai vari livelli di competenza linguistica compromessi (fonetico, fonemico, semantico, lessicale, sintattico e pragmatico). Gli studi sull’afasia iniziano più di un secolo fa quando l’antropologo francese Pierre Paul Broca (1824-1880) utilizza il metodo anatomo-clinico per descrivere, da un lato, le caratteristiche del disturbo del comportamento e, dall’altro, le peculiarità della patologia che ha danneggiato il sistema nervoso di un suo paziente, passato alla cronaca con il nome di “Tan”, unico suono che riusciva a pronunciare, affetto da afasi

In limine vitae

In limine vitae - Giovanni Sicuranza Sa, Alfonso Vasari, Professore della Cattedra di Medicina Legale di Lavrange, che è terminato il tempo dell'ultima autopsia. Tra le dita bianco lattice, tra polpastrelli con ovali di sangue rubino, nei fruscii di tessuti sfiniti, stringe il muscolo più bello e nobile del suo cadavere. Il cuore della donna è sano, anche dopo la fine, nonostante si stia già trasformando in altro. Tre i bambini, tre le giovani donne, uno l'uomo anziano; sette le vite passate alla morte per gravi politraumatismi da investimento pedonale. Tutte avevano un cuore che avrebbe respirato ancora a lungo.  E' delicato, Vasari, mentre lascia andare il muscolo della ragazza nel piatto della bilancia, nero di memorie, di sangue e di organi. 260 chilogrammi, legge sul display verde, e spunta una voce tra gli appunti. Solo un fremito di esitazione, poi con la biro, segna qualcosa, veloce, sussulti blu notte sulla pagina grigia, che potrebbero essere ortogra