La porta [Underground II] - Giovanni Sicuranza


La porta [Underground II] - Giovanni Sicuranza

Alla fine, accompagno Lucio Ombra.
E’ seduto al mio fianco; dall'altra parte del confine di una scrivania, la Commissione Invalidi lo penetra in uno sguardo rapido, poi va ai documenti, poi di nuovo a lui e ancora alle carte, fuori e dentro, fuori e dentro l’uomo. 
Le spalle di Ombra sono singhiozzi nervosi nell'aria umida. 
I suoi occhi si aprono, vivi, sul mio silenzio. 
- Perché è venuto, non capiamo.
- Ecco, esimi colleghi, il signor Ombra chiederebbe, ecco, cioè, l'invalidità con indennità di accompagnamento. 
- Ma, collega, non essere ridicolo, dai. 
- A noi il signore qui presente, se presente possiamo dire, risulta
- morto, sì, concordo con la dottoressa, ecco il suo attestato. 
Lucio Ombra è deceduto il 23 agosto 2003.
L'accertamento di morte, quello che la Commissione sventola sul mio viso, è compilato in stampatello frettoloso, obliquo, con cadute sulla riga sottostante, ha la mia firma, ha il mio timbro. Ha la mia indifferenza.
Dieci anni dopo, Lucio Ombra, stanco di terra umida, ha scavato, ha ingoiato radici e vermi, fino a quando le sue dita non si sono strette nel vento. 
All’imbrunire, era nel mio ambulatorio.
- Lei, no, non cerchi di fuggire, ascolti, lei è stato il mio ultimo dottore, il più importante, quello che mi ha consegnato alla morte. Non vada via. Sono stanco di questa solitudine, nemmeno un respiro al mio funerale, capisce, nessuna memoria sulla mia lapide.   
- Guardi, mi dispiace, insomma, non saprei cosa fare; non posso curarla, è troppo tardi, e un’autopsia, no, fuori discussione, non interessa a nessuno, ormai. 
- E’ proprio questo il punto, vede, con il certificato di decesso, mi ha tolto ogni diritto nella società. Per cui, dottore, non ha scelte, mi aiuti, adesso, mi faccia avere almeno i soldi dell’assistenza.
- Ma lei era morto! Cioè, è morto!
- Le sembra?
Il minuto dopo ho compilato la domanda per il riconoscimento di invalidità e adesso eccoci, uno accanto all'altro, la vita e la morte, anche se lo guardo, pupille strette che riflettono il pallore del mio viso, e non capisco chi rappresenta l'una e chi l'altra. 
- Collega, i morti non hanno diritti. 
- Ma lui non è più morto – oso; deglutisco ben due volte, la frase si spezza – Non più – ripeto, tanto per peggiorare le cose, perché le parole inciampano in un punto di domanda. 
- Lo neghiamo, collega, lo neghiamo decisamente. 
- Suvvia, facciamola finita, non esiste nemmeno un registro dei risorti. 
- Dobbiamo respingere
- la domanda
- Respingere.
E’ qui che Lucio Ombra si alza. Rapido, chiude le dita della mano, la sinistra. Cattura quel verbo.
- Respingere – rantola nel pugno. 
Poi si avvicina all'uscita, alla porta scalfita dal tempo, scrostata da lacrime di legno.
Distende le dita e noi, tutti, sentiamo frusciare i tendini. 
- Respingere – dice – Respingere – ripete e non si volta. 
- Questa porta l'ho costruita io, nel 1987, sapete? – abbassa la maniglia e fa un passo, due, il terzo che è solo un accenno – L’ho costruita in primavera, quando il mondo rinasce – così dice, con il tono di chi sorride, lo sguardo che cade sul pavimento spezzato dall’incuria - Funziona ancora, la mia porta – dice ancora.
E poi cade, cade sul gelido marmo. E poi è ancora un corpo abbandonato.  


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