Cavallette sul selciato - con nota dell'autore -


"Cavallette sul selciato", da "Storie da Città di Solitudine e dal Km 76", Giovanni Sicuranza; Youcanprit-Boré; 2010


Le cavallette piangono sul selciato. 


Il dottor Santino si sorprende sempre in questa illusione estiva quando percorre con passo incerto il sentiero che dalla strada provinciale porta all’ingresso del cimitero. Nei brevi tratti rettilinei in salita, nelle curve ampie di serpente assonnato, ascolta il lento cri-cri della ghiaia sotto i passi, che alle sue orecchie diventa il lamento di cavallette nascoste intorno alla meta.


Anche in questa giornata di livido inverno.


***


È triste, il dottor Santino, di una tristezza lontana, che quasi non lo riguarda più, tanto è entrata a far parte di lui negli anni di percorsi intorno al cimitero del paese e al dolore della gente.


La morte è diventata dialogo e psicanalisi, è irruzione di domande improvvise in cui cerca di muoversi come meglio può. Con passi lenti e zoppicanti, di ghiaia e cavallette sparse nella mente.


Nel cammino sull’ultima ghiaia, durante la curva che si apre sullo spiazzo del cimitero, il dottor Santino si ferma. Dissolve le cavallette e con lo sguardo si arrampica sui muri che cingono le lapidi in una barriera effimera tra la vita e la morte.


Il suo orologio da taschino tentenna prima di allineare le lancette sulle ore del primo mattino, poi si spegne in uno slancio di vibrazioni che il medico accoglie come una serena agonia tecnologica. Seppellisce il pensiero del suo orologio nella fossa comune delle cavallette e socchiude lo sguardo miope per focalizzare l’albero di faggio ricurvo sull’ingresso del cimitero, unico custode di un luogo lasciato all’incuria.


Un tempo, prima dell’editto di Napoleone, questo cimitero era occasione di vita. Tra le sue lapidi si danzava e si mercanteggiava e la morte era evento naturale in cui calarsi nei ritmi del giorno. 


Il dottor Santino scorge la figura nera, di ombra umana, appoggiata sul tronco ricurvo dell’albero e si chiede chi dei due stia sorreggendo l’altro. Intorno a quel dipinto, due uomini diafani in divisa da carabiniere si muovono a scatti, quasi avvolti da timore o confusione. O come fedeli sull’altare della morte.


Sospira, profondo, pieno, pesante, e in questo modo crede di trovare la spinta per raggiungere la scena, ma il pianto della cavallette lo stupisce precedendo i suoi passi. Si volta verso il suono e scopre un viso familiare.


- L’ho sorpresa, dottore? – chiosa il Procuratore Magistri Elena, classe 1969, con un tono in bilico tra ironia e scuse di circostanza.


Il dottor Santino si ascolta sorridere.


- Un po’, credevo di essere solo da queste parti -


- Cercavo tracce –


- Prego? –


Il Procuratore Magistri Elena allarga le braccia classe 1969 come per mostrare il suo territorio, poi con occhi vivaci attraversa gli occhiali da miope del medico. 


- Sembra una morte naturale, tranquillo, routine per lei – si ferma spalancando pupille e annessi ciliari e muscolari circostanti e si morde le labbra, nel sospetto di parole troppo slanciate – Intendevo, nulla di particolarmente insolito, mica mi riferivo alla sua professionalità -


Altro sorriso clonato da parte del dottor Santino.


- Vogliamo andare? - 


Il medico annuisce, anche se sente le gambe che tentano di cedere, di piegarsi e trascinarlo sulla ghiaia. 


Il Procuratore Magistri si sta già avvicinando al dipinto scuro di albero e figura umana appoggiata e lui la segue, in silenzio. 


Le cavallette piangono verso il cimitero con nuova intensità.


- Le spiegavo, davvero, sembra un caso di morte naturale, insomma, le chiederò l’autopsia, però, perché - 


La donna si ferma, bruscamente, senza segnali, e il dottor Santino si ritrova il naso appoggiato al suo giubbotto imbottito di mistero. Lei sembra non farci caso, gli occhi di nuovo in penetrazione nelle sue lenti da miope. 


- Insomma, niente segni di lesività esterna, ma, concorderà con me, è un tantino insolito venire a morire sotto il faggio del cimitero la notte di capodanno -


Santino concorda con un cenno dovuto. 


Le gambe insistono per un crollo totale, lui decide di ignorarle. O almeno di provare a farlo.


La donna inclina leggermente il capo e i capelli classe 2005, freschi di tintura, si adagiano sulla spalla come salici dorati. Lui li osserva in un fugace rapimento, perdendo il senso della domanda.


- Come? -


- Appunto – il tono del Procuratore Magistri è ora fermo, professionalmente sospettoso – Le ho chiesto se si sente bene, mi sembra pallido, distratto –


Il dottor Santino arrampica un dito sulla montatura nera degli occhiali e senza necessità la fa scivolare sul naso.


- È capodanno – si scusa.


Il Procuratore sembra accettare la deposizione.


- Beh, sì – svela denti bianchi sotto le labbra piene – Notte da bagordi, eh? Mi perdoni, sa, ma non la vedo molto a tirare tardi -


Se sapesse, vorrebbe risponderle Santino, ma quando si accorge che a questo pensiero le gambe stanno per trarre rinnovato motivo di crollo totale, si urla un no e si limita a stringersi nelle spalle con aria complice.


Così per il Procuratore il caso è chiuso.


- Vogliamo andare? – ripete e la scena si completa come da protocollo con nuovi passi verso la scena di morte.


***


La donna è appoggiata con la schiena sul vigoroso tronco di faggio. 


Il capo, reclinato, è velato da lunghi capelli neri, stopposi, quasi incartapecoriti, ma che sussurrano ancora di un passato splendore.


Le mani sono appoggiate sul terreno, distese, come a sincerarsi della realtà della terra, nuova simbiosi per il corpo defunto. Dita lunghe, fasciate dal rigor della morte. Bianche fino alle unghie, dove il nero è colore predominante e frastagliato nei segni di morsi nervosi e solitari.


Uno dei due carabinieri, guanti indossati, si china troppo velocemente, con ansia, su quel corpo dormiente di assoluta immobilità e fa per scoprire il viso dai capelli.


- Aspetti – lo ferma il dottor Santino, con tono stanco.


Sei occhi lo intercettano all’unisono e si appoggiano sul suo viso con aria stupita. Santino sente il peso della perplessità interrogativa del Procuratore e dei due carabinieri e di nuovo le gambe gli suggeriscono di cedere.


- Voglio solo dare un’occhiata generale al – corpo, cadavere, è così che deve dire, si ricorda.


- Si sa chi è? – chiede invece, lo sguardo che segue smarrito la salita del tronco, fino alla sua ricurva caduta verso il suolo.


L’altro carabiniere cita da taccuino


- Maddalena Lucina, classe 1973, vedova -


Il dottore annuisce. 


Si accovaccia accanto al cadavere in gesto professionale, in realtà concedendo una vittoria parziale alle gambe, e finalmente scosta i capelli dal viso.


- Era bella – sussurra il carabiniere al suo fianco.


- È bella – aggiorna il dottore con parole che si perdono nel cielo pesante d’inverno.


Il Procuratore Magistri Elena, classe 1969, ben attrezzata, si avvicina e cerca una scappatoia per non perdere il suo primato di bellezza oltre la vita e la morte.


- Beh, sarà stata anche bella, ma qui ci risulta una lunga storia di depressione ed alcolismo -


Le lenti miope del dottore si sollevano sui suoi occhi vivaci e lasciano una domanda nell’aria. Il Procuratore rimbalza lo sguardo interrogativo sul carabiniere armato di taccuino. Questi ha un fulmine di smarrimento sul viso, poi comprende.


- Siamo già risaliti al suo indirizzo e i colleghi di pattuglia ci hanno detto di avere trovato le cartelle cliniche di vari ricoveri in merito ai problemissuindicati - recita appiccicando le ultime parole.


Il dottor Santino annuisce, poi si volta ancora sul viso della donna.


Il pallore nevoso della morte le ha portato via il colore rosso del vino e quello grigio della depressione. L’ha lavata del suo passato, ma le cartelle cliniche sono rimaste, lapidi indiscrete e già fuori luogo.


Santino chiude gli occhi e ricorda. 


Una mano scivola silenziosa nell’ampia tasca del suo cappotto e tra slalom di cappucci di biro smarrite, briciole di pane ignorato, raggiunge il fruscio della carta.


Gli occhi si aprono e vestono la lunga parete del cimitero di sguardi spenti e nostalgici.


- Dottore? – lo esorta il Procuratore Magistri, avvicinando passi al suo volto.


- Se tutto fosse stato come un tempo, chissà – parla lui senza voltarsi – Avete notato come la morte è allontanata e murata? Non c’è vita sociale qui intorno. Fateci caso, avete mai visto, che ne so, negozi accanto ad un cimitero? A parte quelli di fiori, intendo, mai un edicola colorata, mai un pub chiassoso, mai attraenti esposizioni di vestiti e scarpe e stereo –


- E vorrei anche vedere – sbotta il carabiniere al suo fianco.


Santino sospira, ancora pesante, profondo. Sospira con tutto il suo corpo, poi, lento, si muove e fa un gesto che sorprende il Procuratore Magistri, classe 1969, e i due carabinieri, qualunque classe si portino dietro.


Si siede al suolo, sulla terra, appoggiato all’albero, accanto al cadavere della donna. Spalla contro spalla.


- Dottore? – ripete il Procuratore, mentre gli occhi dei carabinieri corrono a lei in confusa attesa di ordini. 


Santino ha ancora lo sguardo sulla parete del cimitero.


- Allontaniamo la morte in ogni modo e, per compensare, cerchiamo avidamente notizie di quella altrui, purché lontana e possibilmente televisiva -


- Dottore – altri due passi del Procuratore, questa volta più decisi – Credo stia inquinando la scena – la voce è ancora incerta.


- Ma così la nostra debolezza e la nostra paura aumentano. Tanto la morte ci viene a trovare sempre, immancabilmente, all’improvviso, spegne i nostri cari o noi stessi. Non ci sono gesti scaramantici o mura per sconfiggerla –


- Ecco, dottore – il Procuratore Magistri esita ancora; dalla sua classe 1969, per la prima volta non sa come muoversi sulla scena di un sopralluogo – Appunto, mi scusi, devo esortarla, le prove –


Finalmente il dottor Santino la guarda. Finalmente, dietro le lenti da miope, gli occhi sono presenti. In una tonalità intensa, così intensa da essere forse il motivo che spinge il Procuratore Magistri ad arretrare di qualche passo. 
I carabinieri la imitano diligentemente.

- Non si preoccupi. Conosco bene la scena e posso permettermi di inquinare le prove – la mano riemerge dalla tasca esumando il foglio seppellito.


- Lo prenda, è una prova –


Il carabiniere più vicino si allunga, ma il dottore ritrae la mano.


- Lasci a me – capisce la donna e prende il foglio accartocciato – Di cosa si tratta? – chiede mentre ne sta già svelando le parole scritte.


Santino chiude ancora gli occhi. 


Attende e ascolta il silenzio.


- Non capisco – mormora lei dopo minuti senza tempo. In realtà il tono soffuso della sua voce già tradisce il timore della comprensione. 


- Ho scritto quei versi di getto, questa notte, qui, accanto a Maddalena morente. Li ha letti, no? Li ho intitolati “ritratto da un ultimo bicchiere” –


Silenzio. Silenzio sulle parole, intorno alle parole. Silenzio sulla scena di morte. Silenzio sulla vita.


La donna fissa Santino con stupore immobile e vede un uomo infagottato e pesante, adagiato accanto al cadavere di una donna. I carabinieri si avvicinano, cauti, cercano di sbirciare nel foglio, ma il Procuratore li precede porgendolo all’agente più anziano di grado.


- Lo registri immediatamente come prova –


Adesso la scena è ancora sua, capisce il Procuratore Magistri, ma non lo pensa con sicurezza, anzi. Sente Elena, la parte di lei senza vestiti, che vorrebbe urlare, scappare, negare.


- Perché? - riesce invece a chiedere dalla sua professionalità.


Santino è solo voce narrante da un pupazzo di carne piegata. Le sue parole cadono piano nell’aria e lasciano tracce di resa.


- Amo Maddalena, anche ora, qui. La morte del marito ha aperto una ferita senza cicatrici sul suo animo depresso. L’alcool l’ha avvolta e le ha dato un’oasi pesante, una palude, in cui comunque ha tentato di esserci – reclina leggermente il capo a sfiorare la spalla cadente della donna morta - Io sono arrivato dopo, il medico di famiglia innamorato, e le ho fatto l’unico regalo che mi ha chiesto- 


Elena ha ricominciato a serrare le labbra con i denti, forse per non piangere, forse per non respirare la verità che riempie l’aria di inverno e di morte.


- Sì, è stato un capodanno intenso. Siamo usciti, l’ho accompagnata fin qui, dove giaceva già la sua vita, e le ho dato i farmaci. In overdose – 


L’uomo annuisce con testa pesante, poi apre di nuovo gli occhi e in una carezza li posa sul volto del cadavere.


- L’ho ascoltata morire di vita finalmente sua. E intanto scrivevo la nostra poesia -


- Dottore –


- Lo so, un attimo solo, poi vi seguo. Un attimo solo –


Trascorre davvero un attimo, un attimo solo, prima che i carabinieri aiutino il dottore ad alzarsi.


E in quell’attimo, che è di assoluto silenzio, Santino le sente ancora. Per la prima volta senza passi. 
Cavallette piangenti sul selciato.

***

NOTA dell'Autore: "Ben arrivati a casa. Il cimitero nei secoli"

Chiedetevi quale sarà la vostra prossima dimora. 
Non necessariamente quella dopo l’attuale, intendo quella futura. Quella definitiva. 
La vostra casa in eterno. 
Per chi sarà inumato, ovviamente. 
Tralasciando i concetti giuridici, che porterebbero a considerare inesatto l’aggettivo “vostra”, in quanto la morte annulla diritti e doveri del vivente, soffermiamoci invece su questo aspetto. Poetico, surreale. Terrificante, forse. La vostra ultima, definitiva casa. 
Il loculo. 
Probabilmente sarà simile a tanti altri loculi, anonimo come le facciate dei condomini di un quartiere popolare, perché il cimitero, a partire dal Secondo Dopoguerra, ha poco o nulla da offrire in termini di architettura, di capacità di coinvolgere o sconvolgere l’animo del visitatore, anche nei termini della trasgressione, spiegati nel mio precedente articolo (“Trasgressione e Morte”).  

Prendo ad esempio il Cimitero Monumentale della “Certosa” di Bologna, luogo in cui vivo. Loculi disposti in monotone file, fila sopra fila, dopo fila, in un alveare di monotonia. Ma questa è la “Certosa” moderna, quella che rispecchia, come tanti altri cimiteri, la concezione moderna della morte. 
La morte allontanata, la morte mascherata dal tabù. 
Il Cimitero non è il luogo dove trovare arte, svago, dove respirare lentamente, protetti dalle mura dalla frenesia del quotidiano. Dove vivere il quotidiano, nel suo aspetto di relax. 
No. 
Il Cimitero è il ghetto di un mondo a cui non vogliamo pensare, se non costretti dai nostri cari defunti. E allora, che sia almeno anonimo, come anonimo, veloce, è il sentirsi in un luogo di morte. 
Dove, eppure, c’è tanta vita (animale, vegetale).
Il Cimitero Monumentale della “Certosa” si è trasformato in asettico luogo di visite veloci - ti saluto e ciao, mia diletta, che per raggiungerti mi toccano venti minuti a piedi tra questi corridoi di morti - solo a partire dagli anni ’50, seguendo il destino di quasi tutti i cimiteri (fanno eccezione ancora alcuni grandi cimiteri monumentali e, soprattutto, i piccoli cimiteri dei paesi). 
Rimangono ancora scorci del "prima". 
“Prima” lo respirate quando attraversate quello che io chiamo “il sentiero dei caduti”, un viale con accesso solo ai pedoni e alle biciclette, che collega Bologna a Casalecchio di Reno e separa per pochi metri le mura del lato est de la “Certosa” da un ramo silenzioso, discreto, del fiume Reno. Si passeggia appena fuori il Cimitero, ma l’atmosfera è quella della “Certosa”, non funerea e terrorizzante, ma rilassante, che placa i pensieri, sveglia i sensi. Che potrebbe portare anche a episodi di trasgressione (vd. ancora il mio precedente articolo). Lungo “il sentiero dei caduti” ritrovo l’atmosfera dei Cimiteri moderni, quella monumentale, “viva”, abbandonata dopo la Seconda Guerra Mondiale. 

La data dell’inizio del Cimitero Monumentale è il 1804 con l’inaugurazione del Cimitero Monumentale di Père-Lachaise, su cui ho già avuto modo di soffermarmi, e che sempre torna, in quanto è con questo immensa opera d’arte e di natura, in un mondo sospeso tra la vita e la morte, che risplende e declina l’epoca d’oro del Cimitero inteso in senso moderno. 
Il Cimitero della Certosa nasce nel 1801 da un convento dei Certosini e ne conserva ancora la struttura a porticato, così simile a Bologna, che nel portico conservava (e in parte ancora conserva) la caratteristica architettonica. Si creò così non una rottura, come oggi, ma una continuità tra la città e il cimitero. La parte ottocentesca conserva ancora una serie di sale e gallerie coperte, come la Sala delle Catacombe e la Sala degli Angeli, con monumenti che svelano un approccio molto laico alla morte nel realismo dei particolari delle statue (ne ho accennato anche per il Cimitero Monumentale di Staglieno, a Genova, commentando una foto). Non angeli, ma donne a seno scoperto. Non immagini sacre, ma la raffigurazione curata nei particolari degli abiti usualmente usati dal defunto in vita. 
Questa caratteristica, laica, accomuna quasi tutti i Cimiteri Monumentali dell’Europa Occidentale, anche nel periodo in cui la Chiesa accentra (per l’ultima volta) il suo potere temporale, anche laddove, come in Inghilterra, la Regina Vittoria trasforma l’apparenza sociale in succube delle “buone maniere” (l’Highgate Cemetery di Londra merita un articolo a parte, per la sua caratteristica e per le storie di orrore che lo colorano ancora oggi). 
Ma torniamo agli inizi del XIX secolo, alla comparsa del Cimitero Monumentale moderno. Père-Lachiase, a Parigi, segna il declino definitivo della concezione medievale del seppellimento nelle chiese e presso le chiese (da qui il termine “camposanto”). Seppellimento spesso anonimo (le prime iscrizioni, limitate solo ai personaggi illustri, compaiono solo a partire dal XIII secolo), dettato dal ceto sociale del defunto a dagli eredi paganti (il benestante poteva sperare in un posto accanto alla reliquia di un santo, dentro le mura della chiesa; il volgo, al più, nel giardino o nell’orto della chiesa; sicuramente, in quest’ultimo caso, con maggiore utilità per il ciclo della natura).  

In un certo senso, il Cimitero di Père-Lachaise fa compiere un balzo avanti alla concezione della morte e allo stesso tempo la riporta indietro nel tempo, in epoca dell’antica Roma. Nella Roma Repubblicana e Imperiale, infatti, si ritrovano almeno due elementi tipici del moderno cimitero: il seppellimento al di fuori delle mura cittadine e le tombe singole, che celebrano l’identità del defunto. Nella Roma antica ognuno aveva il proprio loculus. 
Le ragioni che portano al seppellimento moderno sono già state spiegate altrove in miei articoli, ma vale la pena riassumerle brevemente: condizioni precarie di igiene, soprattutto in occasioni delle frequenti epidemie; città che si sovraffollano; nascita della borghesia e del concetto di profitto, per cui è necessario avere nuovi spazi cittadini su cui edificare, mentre i luoghi dei morti non portano denaro. 
Il Paese che con più enfasi avanza la questione del pericolo per la salute è la Francia. Già nel 1737 il Parlamento dispone un’inchiesta medica sulla salubrità dei cimiteri. Da allora è un proliferare di inchieste e di articoli che attaccano le chiese e che, dalla Francia, trovano maggiore eco negli Stati d’Italia. Nascono petizioni e movimenti borghesi di chiusura delle chiese cimiteriali.
Nel 1763 la Francia vieta con decreto alle chiese di continuare a seppellire morti e prevede la creazione di otto grandi cimiteri con fossa comune al di fuori delle città. Tuttavia, prima che le misure diventino effettive dovranno passare altri vent’anni. Uno dei primi “nuovi” cimiteri nel mondo è quello di Montmartre, esempio subito dopo per quasi tutti i Paesi, Stati italiani compresa. 

L’allontanamento del luogo di sepoltura dalla chiesa è anche un fenomeno culturale, oltre che sociale ed economico: la borghesia figlia della Rivoluzione francese ha un’impostazione laica, che si rispecchia sul verismo dei monumenti, come sopra spiegato. 
Il Cimitero moderno, edificato fuori città, o comunque nelle sue estreme periferie, sottrae comunque la morte dalla visibilità quotidiana, turbativa delle esigenze e della cultura neo-borghese. Allo stesso tempo, i nuovi luoghi di sepoltura sono sovrabbondanti di statue, con tombe individuali che sono lo “status symbol” della nuova classe sociale. 
In Italia il fenomeno conosce la piena espansione a Bologna, a Milano, a Genova. 

All’inizio, dunque, i primi Cimiteri Monumentali sono elitari, celebrazione fino all’esasperazione del verismo dei fasti della borghesia. 
Père-Lachaise mantiene queste caratteristiche, ma, oltre a non uscire dalle mura di Parigi, diventa “dimora” dell’urbe intera, con “edifici” che abbelliscono la natura, calandosi nel contesto del parco, che rimane ancora oggi uno dei più grandi e suggestivi di tutta Europa.

I Cimiteri meritano un viaggio, meritano la scoperta, per questi motivi e per quelli descritti nei miei precedenti articoli (vd. ancora, in particolare, “Trasgressione e Morte”).  Parlano si riposo e svago, ma anche di cultura e società. Sempre provocano emozioni, siano monumentali o piccoli chioschi di paesi. 

In loro ritroviamo le nostre vite, passate e future. Il respiro di un mondo sospeso che è già stato, come sarà il nostro. 
Alcuni stanno diventando sempre più colorati di individualità, come accade in Germania, o meglio tra Vienna e Berlino, in un processo che potrebbe essere definito di "individualizzazione sepolcrale", dove le lapidi sembrano profili Facebook (www.ilmitte.com): c'è chi ha voluto la raffigurazione di una chitarra, di una fisarmonica, di Supermario, di un cellulare; chi si è consegnato per sempre in frasi ad effetto, come "la vita è una merda"; questo processo di individualizzazione si spiega attraverso la recente Storia: Germania e Polonia, Stati devastati dalla morte collettiva, e comunque da un senso collettivo sociale, forte, totalitario, a discapito dell'individuo, in cui ora diventa urgente l'affermazione del singolo "io". 
  
Ovunque si vada, i cimiteri sono musei e gallerie d’arte, sono giardini pubblici, dove la morte convive con la vita. 
Sono luoghi di meditazione. Di memoria, singola o collettiva.
Per la loro quiete, che acutizza i sensi e placa la mente, per il verismo delle statue, per la correlazione tra Eros e Thanatos, i cimiteri sprigionano erotismo (anche di questo ho già tratta nel precedente articolo "Trasgressione e Morte").
Probabilmente sono la nostra ultima, definitiva dimora, ma possono già essere visitati, con mente viva e curiosa, prima di prenderne forzato possesso.
Prima di diventare noi stessi parte della loro memoria.  
Giovanni Sicuranza

Bibliografia essenziale:
1. Philippe Ariès: “Storia della Morte in Occidente”, Rizzoli, 1980 (una delle tante edizioni in commercio);
2. Hugh Mellor: “London Cemeteries”, Avesbury, 1981;
3. Michel Vovelle: “La morte e l’occidente”, Laterza, 1986;
4. Fabio Giovanni: “Guida ai cimiteri d’Europa”, Stampa Alternativa, 2000.

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