Comunione


Comunione - Giovanni Sicuranza

E' solo dopo che lo sai. Dopo che l'hai vista, dopo che l'hai lasciata, sperando di rivederla presto e che il presto sia adesso. 
E dopo che l'hai persa, certo, solo dopo sai quanto è importante.
Febbricola, mal di gola, tosse secca, sono lieto di essermi svegliato così. 
Non la vedrò sul treno regionale che ci porta al lavoro, lei una fermata prima di me, io già perso nella malinconia di ritrovarla; ma oggi ho molto più di un desiderio. 
Oggi la sento mia. 
Ieri tossiva, mia cara, tossiva e starnutiva, uno scricciolo di fragile femminilità, e cercava di mascherare il disagio con una catena di smontaggio di fazzoletti di carta; riempito uno, avanti l'altro. 
Avrei voluto offrirle la mia comprensione, sorriderle, magari dirle che è normale, capita a tutti, forza, via quell'imbarazzo, una tazza di ginseng insieme alla sua stazione; certo, ha capito bene, ginseng, dolciastro e potente, scendo con lei, se le fa piacere; il lavoro? non si preoccupi, mi invento un imprevisto, tre anni di puntualità sono noiosi. 
Tutto qui, il mio approccio-rompi-ghiaccio. 
Anche se la carrozza è gonfia d'afa, con i finestrini sigillati, anche se l'aria condizionata è un punto irraggiungibile dell'evoluzione del treno, e il ghiaccio, più che romperlo, dovrebbe essere distribuito dalla Protezione Civile, ecco cosa avrei dovuto fare, parlarle, infine, sollevarla dalla solitudine del respiro affannoso, questo avrei dovuto fare, dopo mesi trascorsi a sbirciarle il respiro dei seni, le onde delle gambe, i fonemi del viso. Invece me ne sono stato in silenzio, seduto di fronte, a sfogliare un libro di Sicuranza, ondulando e sussultando al ritmo del viaggio, vuoto di interesse per la mediocrità della trama del romanzo, per quel titolo tanto umido "Sotto la terra qualcosa campa", affascinato invece dal timbro della tosse di lei, umido, ma vivo, dal fragore dei suoi starnuti, espettorati di vita. 
I suoni più profondi mai sentiti. 

In fondo ho desiderato che accadesse, ho cercato il risveglio di oggi, perché la mia malattia significa che stiamo condividendo gli stessi microbi. Significa che sono stato contagiato da lei.
La simbiosi con i virus è quello che unisce le specie, in ogni luogo del mondo, la malattia significa che siamo interazioni globali, senza differenza tra mammiferi. Siamo predazione, simbiosi, trasformazione. 
Siamo attese e promesse senza patria dei microrganismi.
Comunione di corpi oltre il nostro visibile.
Quanto è intimo tutto questo!   
Assaporo il mal di gola, lo trattengo in me quando diventa fuoco, persino quando non riesco più a smettere di tossire; e quando il naso pesa così tanto da sembrare una creatura nuova in me, ho un profilo di tenerezza. 
Questa assonanza di germi. Questo amplesso del microcosmo, forte come una promessa. 
Mi siedo sul letto, anche se il torace urla dolore, e intanto il telegiornale biascica le ultime notizie; alzo il volume sopra i miei starnuti, sopra questi proclami infettivi che riempiono l'udito. 
Un'epidemia, spiegano, con la prima vittima in Italia, quasi gridano, questa notte al Pronto Soccorso. 


E intanto c'è la foto del suo viso che si allarga sullo schermo, lo colonizza; lei che non sorride, lei, nera e gonfia, certo più bella quando viaggiava sul nostro treno. 
Lei, morta di emorragia virale. 
Lei, mia promessa di comunione senza ritorno.


dal romanzo "Sotto la terra qualcosa campa"

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