Microamori



Microamori
Giovanni Sicuranza

Tre chili.  
Sei mele pesano tre chili, sei mele sono una lotta tra il mio braccio e la loro massa compatta. 

La busta che le avvolge è il nostro compromesso.
Esco dal negozio e guardo lui, che guarda me e, hai bisogno di una mano?, chiede; di una mano, dice proprio così.
Mi sforzo di sorridere, cerco di fargli intendere che le mie labbra si tirano verso l'alto perché apprezzano il gesto e non perché ho la nausea. 
Devo stare attenta a non avvicinarlo, a non farmi avvicinare. 
E' il mio uomo, accidenti. 
Lui, le mie amiche, i miei colleghi, sono tutti sei mele. 
Tre chili di mele, un'enormità. 
Tutto bene tesoro, mi chiede; tesoro, proprio così dice. 
Accelero il passo e la busta si gonfia di oscillazioni, questo sacchetto di plastica deformata, questi tre chili estranei.
Lui è subito al mio fianco. 
Lui non lo sa, ma è un compost di batteri e virus e muffe. 
In fila dal fruttivendolo, ho letto che siamo colonie di microbi, così affollate da formare tre chili del nostro peso.
Tre chili. Sei mele. 
Cara, fa lui, leggero, e si china per prendere la busta. Nella sua mano di amante trascina verso me miliardi di corpi invisibili e chissà cos'altro. 
Quanti grammi di batteri si annidano nelle sue labbra? Forse quanto il peso di una mela. Nel resto del corpo, non saprei, mancano ancora cinque mele di animaletti tentacolari, frenesie microscopiche che si nutrono di noi. 
Ecco, il mio amore contaminato mi sfiora la mano.Per sempre, questo mi ha promesso un giorno e io conoscevo appena il il suo macro-esserci. Da allora è ingrassato di otto chili. 
Tre chili di batteri rimangono tre chili anche se ingrassi?
Sei mele sono un macigno nella busta. 
Sei mele sono tre chili, sei mele sono come i microrganismi del nostro corpo. 
Cosa ti succede?, mi chiede; è disorientato, è goffo. È un contenuto alieno. 
Non voglio, dico, stammi lontano, gli dico.
La busta è un tonfo rotondo sulla strada. 
Le mele rotolano intorno, le immagino mentre mi travolgono, mentre mi fagocitano, non guardo, mi giro dall’altra parte. 
Cosa combini, geme lui, batterico, lui, humus di miliardi di stranieri invisibili. 
Quasi mi slogo una caviglia tra le mele e allora sono costretta a guardarle, a guardarle davvero, queste mele, e le vedo, inutili sull'asfalto. Comprendo il loro bisogno di essere mangiate e mi basta per lasciarmi cadere tra le braccia del mio uomo. 
Non possiamo fare a meno degli altri, siamo troppo contagiosi, penso, le mani conquistate dai germi delle sue. Questo penso, mentre le nostre labbra si aprono alle migrazioni del microcosmo.

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