lunedì 29 agosto 2016

Il dipinto


Il dipinto - Giovanni Sicuranza

Romanzo breve o racconto lungo. 

Comunque vogliate classificarla, questa è l'ultima opera edita del sottoscritto. 


"Ecco un insolito dipinto, ritrae case bianche e un negozio colorato.
Cattura rabbia, agonie e mosche a centinaia.
Pur di vederlo, una strega giunge da lontano.
Si chiama Nostra Signora della Fossa, viaggia con la morte e aprirà un uomo alle memorie della vita".


E-book e cartaceo, al momento solo sul sito ilmiolibro (Gruppo Editoriale l'Espresso), al link


Acquistate e leggetene tutti, 
fate questo in nome della Narrativa. 
Grazie.


Aggiornamento
primo commento di una lettrice, inserito nella pagina Facebook "La mitologia di Giovanni Sicuranza" (https://www.facebook.com/Scrittura.Sicuranza/): 

Elisa Pannofino, a cui vanno i ringraziamenti, anche divertiti, miei e dei miei personaggi, scrive: 

"Fantastico... insolito....fuori dagli schemi ....non ti lascia indifferente. 
Può anche far ribrezzo, a volte, ma è una sensazione sana, forte, intensa.
Non è noia o insofferenza. E per finire con la rima.... grande Gio ' hai tutta la mia stima. 
Comprare questo libro, io lo chiamerei libertucolo, è una sfida al comune senso del lettore....leggerlo poi è da spericolati. Lo consiglierei ai piagnucolosi, frignoni, lamentosi sempre pieni di problemi esistenziali poiché un contatto così diretto con la morte e quello che le sta attorno ma che nessuno dice, darebbe loro una bella scossa di vitalità. I personaggi sono di una simpatia impareggiabile, magari non portano il buon esempio, ma ti entrano nell'animo e ti senti parte della loro vita ....anzi speri ardentemente che ti accettino come pare della loro vita ...o della loro morte? 
Da leggere... da commentare....e per chi non l'ha scaricato sul tablet ...anche da bruciare!"

sabato 27 agosto 2016

Il treno a vapore


Il treno a vapore - Giovanni Sicuranza


Tum tu.

Non è il mio cuore, pensa l'uomo, eppure è come un cuore.

Tum tu. Tum tu.

È solo questo

Il pensiero si lacera nel vuoto quando gli occhi terminano la scalata dagli stivali ai capelli reclinati della donna.

È seduta accanto al finestrino, di fronte al suo posto.

Da quando è salito alla stazione di Roma, lei è immobile, il mento addormentato sul petto.

Appena vista, ha deglutito in un oscuro senso di smarrimento; non era il naturale disagio che prende ogni volta che si è costretti a stare accanto a una persona sconosciuta, nel petto pesava una dose di inquietudine in più.

Dorme? È ubriaca, forse drogata?

Dio osanna, è forse morta?

Tum tu, tum tu, singhiozza il treno sulle rotaie.

C’erano altri posti liberi sulla carrozza, ma alla fine lui ha deciso e le si è seduto accanto.

I capelli scendono fino alla vita, infiniti e densi, una maglia scura che cela il viso.

Ma questa donna nascosta è bella.

Ne ha scorto la femminilità sul collo, nel carattere discreto e pieno del seno. Ne ha rapito le cosce, avvolte da calze grigie, tra i confini degli stivali e quelli della gonna nera.
E' un terreno che promette dimore.

E' così che l'uomo cede.

E lui.
Il giornale incurante sul grembo, lo sguardo oltre i titoli, a percorrere un viaggio instancabile dalle gambe al seno della donna.
Andata e ritorno e di nuovo, senza fermate.

Sbam!
Esclamano all’unisono le portiere del treno, e solo adesso lui si accorge di essere l’unica presenza nel vagone.
Con questa donna immobile.

Tum tu, tum tu, tum tu.

Una sistemata sullo schienale rigido, attento a non sgualcire troppo l’uniforme di rappresentanza e, niente, non resiste, riprende l’altalena dello sguardo. Cerca almeno di restringere il campo, dal giornale alle cosce velate.

La ghigliottina nella credenza popolare”, titola la prima pagina della cultura.

E l'uomo si ritrova.
Ha un nome, Aristide Decollato.
Ah, ben svegliata, signora, dice alla donna senza occhi, mi presento, se permette; sono un medico, un neurochirurgo per la precisione, e viaggio verso il primo convegno del Regno d’Italia sui disturbi neuronali dell’encefalo.

La donna è seduta di fronte, ma chissà dove.
Aristide Decollato sospira, socchiude gli occhi, li depone sul giornale.

Ma che razza di articolo.

Tum tu, tum tu.

Lo sguardo, all’improvviso, sussulta sul finestrino, sale con le nuvole grigie del vapore, respiro della locomotiva, poi cede ancora alla donna.

Non c'è movimento.

Non è il mio cuore, si rassicura il professore Decollato, sono solo le ruote del treno, la corsa sui binari.

Tum tu.

No. È il mio cuore.

E in questo momento si rende conto di avere perso l'orientamento.
Cerca, scruta attraverso il finestrino, si affanna per un indizio che lo aiuti a comprendere dove si trova.
Niente,
Filiere di alberi bui, tutti uguali, tutti in corsa dalla parte opposta del treno.

Il professore Decollato appiccica il naso al vetro, incurante della corrente di vapore che penetra e gli riempie il respiro, mentre la fugacità dello sguardo riesce ancora a scivolare sulla donna reclinata, sulle sue cosce tornite, velate.

Ma un istante dopo la donna è già negli scantinati dell’attenzione.

Sì, adesso i battiti del cuore superano il ritmo del treno.

Questi alberi, queste file di legno negro che scivola lungo il fianco e non ha fine non esiste nel percorso Roma – Torino.

Lui ha preso il treno più veloce, il 1908 Crosti, vanto delle Ferrovie dello Stato, per essere a Torino alle 08.00, come ha fatto altre centinaia di volte.
Mai ha scorto questi alberi, così uguali. Spogli. Bruciati tutti. 

No, di più.

Si innalzano storti, spaventapasseri d'inverno, e hanno qualcosa di strano, tutti, nel mezzo.
E' come un dente di metallo, che riflette il sole e non permette di distinguerne la forma.

- Non sono alberi.

- Ahhh!

Tum tu, tum.

Il cuore di Decollato si ferma.
O è il treno che interrompe la corsa.

A volte capita.
Le Ferrovie dello Stato, vanto della modernità, sono nate solo tre anni prima e molti dei binari rappresentano ancora un percorso fragile, da solcare in un sussurro.
A volte, ecco, occorre frenare all’improvviso, in un lungo fischio di vapore, nell’acuto grido dei freni, perché il binario è interrotto da una frana o da mandrie animali.

Ma il vapore che ancora avvolge il finestrino, che con audacia si insinua tra gli indumenti, e ha lunghe dita per il naso, svela che la corsa procede senza problemi.

- Mi ha spaventato – tenta di giustificarsi il medico, cercando un tono divertito tra le gocce di sudore che dalla nuca si intrufolano sotto il colletto della camicia.

- Mi ha spaventato – ripete, perché la voce della donna lo ha davvero scosso.

E poi non riesce ad aggiungere altro, perché in realtà è ancora spaventato. 
Troppo spaventato.

La donna ha parlato, eppure è immobile. 
I capelli chiudono il volto.

- Mi scusi - inizia il medico.

Si chiede se non era meglio se dava retta a sua moglie; stai a casa, tesoro, hai un brutto mal di gola, senti che voce; manda a Torino uno dei tuoi assistenti.
Certo, forse Meningiosi, che sulle connessi sinaptiche tra testa e collo ha fatto una noiosissima ricerca.
Tesi con Relatore, il professore illustre Decollato, come no.
Se avesse potuto, lui avrebbe dedicato a Meningiosi solo le sinapsi sufficienti per un calcio nel culo. Quel boriosetto arrogante di un dottorino.

“Quel figlio del Sommo Rettore”, si corregge, con la voce della moglie, “Il cugino demente dell’Onorevole Giolitti”.

Così l’attenzione torna sulla donna, sulle sue cosce, sulla moglie che lo osserva con gli occhi dell’immaginazione, e scuote la testa.

- Sta a vedere che mi sono addormentato – si dice, cauto, già sentendosi meglio.

La donna non ha parlato, la donna è immobile.

Ma mica è morta, ci mancherebbe.

Starà dormendo, da chissà quanto. Forse torna a Torino dopo una notte di lavoro.

Le labbra, ornamentate da baffi sottili, si arrampicano appena nell’aria, verso una smorfia sardonica. Il professore Decollato pensa alla donna che gli ha procurato Meningiosi nella notte, in albergo, a Torino.

Dopo le ore 22, rigorosamente, solo dopo che avrà trovato la linea telefonica libera, solo dopo avere chiamato la moglie per rassicurarla sul viaggio e sul fatto che la gola sta meglio.

“Sei sicuro?”, gli sembra di sentire la sua voce baritonale, dall’altro capo del telefono, “Oggi dicevi che bruciava”.

“Va meglio, cara”, risponderà lui, e magari avrà le mani appiccicose per gli umori del suo desiderio, “Mi sento già un altro, in piena forma”.

“Stai attento, Torino è una brutta città. Non hanno fondato loro la nostra civiltà”.

“Certo, cara”, e li dovrà stare davvero attento. Attento a non mostrarsi troppo allegro, perché i viaggi organizzati dal Governo, nel ruolo di esperto sui gas letali, gli riservano sempre donne sublimi.

“Buonanotte, cara”.

Poi verrà una notte di appagamento.

Il professore Decollato posa ancora gli occhi sulle cosce della donna, con un nuovo interesse.

E se fosse lei la prescelta?

Una piacevole sensazione al basso ventre, un rapido movimento della lingua sui baffi.

Tum tu, tum tu.

Ora il suono del treno è rassicurante. E' ritmo che culla e rilassa.

Il professore Decollato ha dimenticato gli alberi strani.

Non ha nemmeno più male alla gola.

Esiste solo per la donna.

Con le mani della mente le solleva la gonna, per scoprirle la scultura delle cosce, per annusare i sapori della foresta tra le gambe.

Il sussulto di un’erezione lo spinge a interrompersi; anche se il vagone è deserto, insomma, lui è pur sempre il professore Aristide Decollato, stimato neurochirurgo del Regno d’Italia.

Sperimentatore di una miscela di gas che annienterà la volontà dei ribelli della Cirenaica.

Si stacca appena dalla sedia, giusto lo spazio di infilare una mano sul dorso camicia, per controllare che non sia troppo sgualcita, e si stupisce di quanto sia bagnata.

Troppe emozioni, accidenti, contegno, professore, contegno, per Dio!

Il palmo della mano esita, scorre lungo la schiena verso il collo. Questa camicia zuppa, pesante.
Ma non è sudore. 

Decollato si alza in piedi, con uno scatto, e in quel momento avvengono in contemporanea due scoperte, che bruciano per sempre ogni sinapsi esercitata in cinquant’anni di carriera:

la sua mano è imbrattata di sangue;

la donna si è alzata di scatto, all’unisono con lui.
Veloce.
Alta.

Solo che la testa, con tutti quei bei capelli di seta neri, è rimasta sul sedile.

Tum.

***

Siete protesi vero me, tutti.

Il silenzio è la vostra esortazione a proseguire.

Beh, devo darvi due delusioni anch’io, allora, sia pure non letali come quelle avute dal professore.

La prima, la pipa si è spenta, per cui dovete aspettare.

Eh, sì, ora va meglio, uhm, il sapore che sento è quello dell’agonia. C’è anche Decollato, qui dentro.

Cognome appropriato, vero? Voglio dire, uhmmm, dovreste sentire l’aroma di questa pipa, no, dicevo, prima studia le sinapsi tra la testa e il collo e poi muore per la vista di una donna senza testa. Decollata, appunto. Decapitata.

La conoscete la storia della ghigliottina, vero?

Ora, non voglio portarvi fuori strada, infatti il discorso c’entra, eccome.

Per molti, molti anni il dibattito mondiale, non solo francese, badate, fu se il ghigliottinato, non conservasse ancora consapevolezza della propria morte, mentre la testa era già staccata dal corpo.

Beh, ora sorridete, ma provate a immaginare l’angoscia, l'impotenza, ecco, sentite l’orrore del decapitato, mentre vede se stesso in una cesta, tra il sangue, e pensa, pensa chissà cosa per l’ultima volta.
Mentre la testa perde la vita, eppure ancora viva, lontana dal sacco morto del corpo, comprende.

Vedete, Decollato si occupò anche di questi studi, durante la sua attività. Per questo motivo fu colpito dall’articolo sul giornale.

Vi ricordo che, all’epoca, la ghigliottina era al crepuscolo, nascosta nelle penombre delle carceri, ma zitta zitta continuava a fare il suo lavoro.

Decollato e Meningiosi, il successore nello studio dei gas che gli italiani avrebbero usato sui libici, erano esperti in materia.

Giolitti diede loro via libera anche nella sperimentazione dell’attività elettrica della testa dei decollati, subito dopo l’esecuzione.

I due esimi conclusero che erano tutte fandonie.
Non c’era sopravvivenza, se non di poche frazioni di secondo, con la coscienza subito obnubilata dall’emorragia cerebrale e dallo shock del trauma.

Così scrissero un articolo, si presero due donne d'alto borgo per festeggiare, e il giorno dopo si dedicarono ai gas bellici.

Beh, come vedete questa storiella c’entra con il nostro professore.

E, se volete, l’ironia della sorte, un'altra, è che i gas di cui si stavano occupando i due medici, e di cui Decollato avrebbe dovuto relazionare al Congresso di Torino, erano una miscela di oli e torba e qualcos’altro.
Prima di soffocare, davano visioni di sangue, allucinazioni di quanto più si temeva. Come ad esempio il distacco della testa dal corpo, che chissà quante volte deve avere tormentato, se non la coscienza, almeno i sogni del nostro stimato professore.

Ah, vedo che qualcuno di voi spalanca gli occhi.

Allora la seconda delusione non posso più darvela.
Perché avete capito che questa storia non è solo fine a se stessa, nella conclusione tragica, ma ha anche una spiegazione.

D’accordo, fatemi gustare ancora un istante il terrore di Decollato attraverso la pipa e vi spiego.

Un terrore breve. Breve e intenso.

Decollato disprezzava Meningiosi, non con l’intelligenza di chi comprende davvero, ma con la boriosità di chi si sente superiore.

Due responsabili per un esperimento così delicato, come la sperimentazione di un gas vietato dalla comunità, erano troppo, davvero. E già Decollato aveva dimostrato al collega che non gradiva la sua collaborazione.

Un errore, perché Meningiosi era parente di Giolitti.
E molto più ambizioso di lui.

Meningiosi decise che Decollato sarebbe stato la prima cavia del gas.

A piccoli dosi, nel laboratorio, era riuscito a fargliene inalare a sua insaputa. Nulla di particolare, perché il vero esperimento doveva avvenire in condizioni di massima euforia per il collega.
Durante il viaggio in treno verso il successo del Congresso.
A concentrazioni di piccolo assaggio, di preparazione, direi, il gas era sufficiente a procurare mal di gola.

Oh, mi chiedete se il Governo era al corrente.

Vi rispondo con una domanda: secondo voi come mai Decollato era solo su quel treno?

C’era la donna, dite?

Sicuri?

Forse nel vapore del treno c'era il gas che Decollato inalava.
Il vapore che penetrava dai finestrini,
che invadeva i neuroni del professore.

I treni a vapori non funzionavano solo a carbone, ma, a volte, anche con miscele di oli e torba.
Quale arma migliore, occultata e potente, di un lungo viaggio in treno per eliminare il professore?

Se è andata così, e guardate che sto solo narrando il mio punto di vista, io dico che il primo vero sperimento con i gas bellici è riuscito bene.

In effetti non so spiegarvi perché l'uso di questi gas venne abbandonato.
Forse era troppo costoso produrlo, ma Meningiosi fece comunque carriera, fino a vedere la celebrazione completa dell’Impero.
E di se stesso.

Mussolini gli dedicò una statua, proprio a Roma, che nel 1944 venne distrutta da un bombardamento. Si dice che, finita la guerra, i suoi resti furono gettati in una cloaca per soffocarne i miasmi.

Ah, no, non è questo il vero finale della storia. 
Una storia non ha mai una fine, prosegue oltre quelle che narriamo.

Adesso tornate nel treno. Non c’era nessun’altro se non il professore, giusto.

Ma l’esperimento di Meningiosi prevedeva la valutazione di tutti gli abitanti nei pressi dei binari.

E molti, contadini ignari, le loro donne, e i bambini, tutti morirono lungo il viaggio del treno.
Mi chiedo quali furono le loro ultime allucinazioni.
Le loro atroci visioni.

Sapete, figlioli, una volta la tratta Roma-Torino passava proprio attraverso la nostra terra.
Da allora, in serate come questa, io, e i nostri nonni prima di me, accendiamo la pipa.
La assaporiamo a lungo. 
Nel frattempo, sempre soli, ascoltiamo le urla.




La Mirabile Ripa del Lettore


A volte un libro che prende fuoco mostra più 
meraviglie del suo contenuto.
E, sempre, riscalda gli animi.

(dal sito web "Un libro migliora la vita") 


Nota dissonante.

Cavolo, bisogna sempre chiarire sul chiarimento del chiarimento, in questa dittatura del pensiero unico/democratico del web. Intanto ringrazio chi mi ha inviato un messaggio dandomi del nazista con toni che avrebbero fatto deglutire J. Goebbels - e tra l'altro evidenziando la superficialità del ragionamento, della condanna, del periodo storico, del contesto; e del mezzo e del fine; ignorante, studia, più emotività da australopitecina, invero - a proposito, esimia ex-lettrice, spero davvero che lei abbia tolto il gradimento alla pagina, in caso contrario sarei grato al suo silenzio.

Non discuto sul piacere della lettura, ma sulla tendenza di individui, gruppi, pagine di rendere la Lettura, in generale, Atto Sacro ed Evolutivo. La religiosità si esprime con salmi, slogan, tipo "Chi legge vive non una, ma cento vite". Cagate immense, che, tra l'altro, mi lasciano dubbi proprio sulla presunta evoluzione che questi lettori hanno completato.

Tornando all'esempio - ripeto, esempio, di mantra in stile la Lettura e Noi Lettori Siamo SPECIALI se ne trovano sparsi ovunque - ecco cosa mi comunica:
1) forse a stare tanto con il naso nei libri alla fine non avrai vissuto nemmeno la tua unica vita;
2) forse il punto 1) è quello che cerchi, perché la tua vita è vuota;
3) tipico di questi mantra - dato che suggerisce nulla sulla qualità - è osannare il potere taumaturgico della lettura assoluta; eppure se leggo di cento vite di mediocre qualità narrativa, non è meglio il suicidio?

I mantra cari alla Setta dei Lettori esaltano il leggere indipendentemente dal contenuto (va bene anche un ricettario?). Nei loro interventi, personalmente e con i miei limiti, vedo povertà persistente di pensiero, di critica. E mi chiedo se davvero leggere migliora. Beh, presumo che se di base sei ottuso, pregiudizievole, non solo non cambierai idea, ma tenderai a ritrovare la narrativa che conferma i tuoi schemi mentali. Magari cambi idea proprio VIVENDO tra altra gente e sempre che le tue sinapsi siano abbastanza plastiche da consentirlo.

Recente è la censura allo slogan della Declaton, indecente, pericolosa, proprio da parte dei lettori, da quelli che leggere-apre-la-mente; ma ho scritto troppo, l'ho già ripreso nella mia bacheca FB, andate comunque a cercare, se vi interessa, lì o altrove. Una vergogna. E, infine, leggere è piacevole. Fino a quando non incontri questi Sacerdoti. 

Grazie per l'attenzione.


venerdì 26 agosto 2016

Altri pareri sul romanzo "Sotto la terra qualcosa campa"


Dopo la lettera da Nostra Signora della Fossa, a cui rinvio
(http://sicuranza.blogspot.it/2016/07/lettera-da-nostra-signora-della-fossa.html), 
riporto, in ordine di intervento, il parere di altre due lettrici del romanzo "Sotto la terra qualcosa campa";

Elisa Pannofino

"Io lo consiglierei come un buon libro alternativo. ....con libero arbitrio di interpretazione e soddisfazione. Cioè uno può trarne delle forti sensazioni positive o provare solo ribrezzo ...sai che dopo averlo letto ho l'impressione di non aver più "paura" dei morti.
Lo consiglierei anche come testo scolastico ....Giovanni Sicuranza vs Alessandro Manzoni"


Sinal Kille'nddare:

"Sotto la terra qualcosa campa", da Nostro MessereMercurio Giovanni Sicuranza, lo consiglierei, a tutti!
Il nodo risulta esserci sempre in chi sta leggendo, ossia: uno superficiale può leggere il libro in chiave solo cinica, uno erudito puo' gioire delle di Egli sottigliezze artistiche, uno di assenzio intriso ne entra dentro per lasciarsi contagiare.
Dunque per me è libro perfetto.
Ma mi rendo conto che il Sommo Autore è, in almeno una parola o aspetto, sempre oltre, rispetto a tutti.
Pochi, forse nessuno capirà...Ma è scritto così bene, ogni pagina segna un neurone per una frase, un'idea, una follia, un concetto, un'apoteosi di indicibili verità....
Ma vedo anche il potenziale per chi potrebbe restarne shockato, per chi non si soffermerebbe questionando cerebre...perché alla fine, per questi, è una sorta di favola d'edipo, senza rassicurazioni (il che genera incazzatura), ma tanto inconsueta e abissina da raggiungere qualcosa."

I pareri sono visibili sulla mia bacheca e sulla pagina Facebook "La mitologia di Giovanni Sicuranza". 



Grazie ancora a tutte voi, 
Fourmph Quattro Migliallora
Sinal Kille'nddare
Elisa Pannofino
per la vostra paziente lettura, per le vostre preziose intuizioni.

Grazie e, se ce la fate, buona permanenza a Lavrange. 

mercoledì 24 agosto 2016

Il negozio - seconda parte


Il negozio – parte IIGiovanni Sicuranza

Formiche, api, termiti, ecco gli insetti eusociali, i rivali nell’ecosistema dei mammiferi della specie Homo.
La mosca, invece, vola solitaria, cerca la vita oltre la morte, è sublime nella danza lungo gli odori densi, dolciastri della trasformazione organica.
L’uomo la osserva posarsi sull’olio che dipinge la tela, in fondo alla prospettiva.
C’è una porta chiusa, laggiù, sovrastata dallo schizzo pesante di una casa, vuota di colori, i bordi in nero grassetto, la distorsione delle pareti, che a volte si accenna in un dipinto naïf.
-        -  E’ un quadro incompleto – dice – Giusto una mosca può sentirsi attratta da questa morte.
-          - Come?
La mosca si pulisce, rapida, frenetica, a vederla sulla tela sembra stia bussando alla porta; poi esita, ricomincia.
-          - Non c’è nessuno – le dice l’uomo – E’ solo un dipinto vuoto.
Batte le mani, clap!, la mosca intuisce, ronza lontano.
-          - La prego – dice il proprietario del negozio - così mi spaventa i clienti.
L’uomo gira, braccia tese crocifissione, un passo intorno all’altro, lento, teatrale; si ferma quando torna sul viso paffuto del negoziante e gli scarabocchia un sorriso tra i baffi.
-          - Sono io il cliente della ferramenta, mi creda. L’unico cliente.
Il negoziante rifugia gli occhi sul dipinto.
-          - A me piace.
-          - Mancano i colori. Grigio, nero, grigio. Perché racconta che è un naïf?
-          - Perché lì dentro c’è la semplicità e c’è la povertà di questo paese. Per questo l’artista non ha voluto rallegralo con i colori.
-          - Cazzate. Veniamo a noi, piuttosto.
-          - Ci sono già, signore, ehm, a noi, intendo.
Le mani dell’uomo si gettano sul bancone, due colpi di pistola, grossi, forse più come fucili da caccia, caccia grossa, caccia grassa, e il negoziante, con i suoi centoventidue chili intorno a un metro e sessantantacinque di altezza, sussulta, proprio come preda colpita.
-          - Voglio tornare alle vecchie chiavi, in ferro massiccio.
-          - Ma, signore.
Ecco, succede ancora. La saliva diventa un lago, spinge sulla glottide, annaspa, cerca di fuggire dentro lo stomaco. Il negoziante lo sapeva; succede ogni volta che parla con il suo più grande, il suo più enorme cliente; barba e sopracciglia e soprabito neri. Le parole che sconfiggono l’ossigeno, nere.  
-         - Non ho tempo da perdere, mi sono rotto degli antifurti. Suonano sempre, sempre. E la polizia si agita, mette la sirena, arriva, mi rompe le scatole. Sempre.
-          - Capisco, è solo che forse, ecco.
-          - Ecco cosa?
La mosca domestica adulta ha un ciclo di vitale di circa tre settimane, che, come noto, diventa un niente quando le zampe sfiorano un naso enorme d’uomo.
CLAP!, urlano le mani, e forse urla anche la mosca, solo che non interessa, c’è solo un sussulto per il negoziante, il brivido fino al diaframma nel vederla appiccicata sul quadro, lì dove è abbozzata la casa, dentro la fine della prospettiva.
Un ricciolo rosso scuro dal segmento addominale dell'insetto, denso, colora la porta chiusa del dipinto.
La mosca e la casa giacciono insieme.
-          - Ecco, ora sì che ha qualche colore naïf – dice l’uomo grosso, e non ride, e il negoziante fa appena sì con la testa, il doppio mento che diventa un polpettone di carne, e nemmeno lui ride.
-          - Diceva, signore.
-       - Queste puttane dell’Est, io lo spiego, lo ripeto, quando sono assente non devono andarsene in giro come niente fosse, ma loro, ecco, sono femmine, tutte curiose, tutte incoscienti, si infilano tra i pertugi, cercano segreti.
Le zampe dell’uomo salgono alla barba, si insinuano nelle sue oscurità, separano archetipi di peli, li stirano verso il basso, tornano alle guance, riprendono.
-          - Certo, tutte meglio di mia moglie, lei che mi ha fatto uccidere l’unica cosa importante della vita.
Il negoziante vorrebbe ingoiarsi con i boli di saliva che gli intasano lo stomaco o schiantarsi contro un infarto improvviso, un ictus liberatorio.
Ma non c’è salvezza in questo tempo e quando si accorge di essere ancora vivo, capisce anche di avere già parlato.
-         - Le chiavi, signore, le rifaccio il mazzo di chiavi e le tolgo tutti gli allarmi. Così non avrà problemi con la polizia.
Le pupille dell’uomo sono come caffè arabico al 100%, forti, accese, e prive di fondo.
-          - Con la polizia?
-         - Mi scusi, signore, intendevo, non intendevo, mi scusi, signore.
Tutta la saliva si suicida gettandosi dalla gola allo stomaco, si evolve in un conato, però il negoziante è allenato da anni di presenza del cliente, riesce persino a sorridere; gas urticanti risalgono verso la glottide e lui li spegne, basta fare come la tartarughe, infossare il collo dentro le spalle, e tutto il muro di adipe fa da barriera al vomito.    
-         - Allora, intesi, basta schede magnetiche, basta antifurti alle porte. Cominciamo subito dalla cantina, un bel mazzo di chiavi, tripla mandata, quadrupla, pesante come la peste.
-          - Sarà fatto, signore.


Il negoziante non comprende, l’uomo ha un grugnito, forse esprime un concetto, ma si accorge di un’altra occhiata al quadro, lì dove si adagiano l’ombra di una casa e il cadavere della mosca, e capisce anche quanto è brutta questa occhiata.    
Allora, prima che il cliente più grosso e nero del paese apra la porta, si affloscia in un rapido inchino.
-         

        - Sarà tutto rifatto – gorgoglia - A presto, monsieur Barbablu.


[[immagine: “Il ritratto dei coniugi Arnolfini” (1434); Jan van Eyck]

  

lunedì 22 agosto 2016

Ascolta


Ascolta la Strega, 
Annuncia l'Era della Fossa. 
Siediti sul baratro, 
All'orizzonte del cimitero.
Entra nelle ombre di Lavrange,
L'ingresso è semplice se apri il grande libro. 
Uscirne come la persona che eri, 
questo non è previsto. 



Quattrocentotto - 408 - pagine di trama irripetibile, densa. 





Non si narrerà più di librerie senza questo libro.










Prossima distribuzione, in tutti gli store on-line, in oltre 2000 librerie fisiche; e-book e cartaceo; Youcanprint-Borè; 2016.







Anche a nome degli abitanti di Lavrange, ringrazio con un inchino chi ha già letto e commentato la prevendita, in corso, sul sito ilmiolibro.it, e chi ha letto e commentato il primo fragile manoscritto.

domenica 21 agosto 2016

Il negozio



Il negozio – parte prima - Giovanni Sicuranza


Un negozio così sarebbe piaciuto a mia figlia. 
Quando il sole incendia il lago, lei penzola giù al molo, le caviglie incrociate, i piedi nudi che sussurrano alle piccole gobbe dell’acqua.  
In paese narrano che ha la stessa vestaglia di quando mio marito l’ha investita, una tela bianca con gli scarabocchi del sangue. 
Lui andava al lavoro: retromarcia di Suv, le ruote ringhiano sulla ghiaia del vialetto; la mia piccola affonda nella terra, sbriciolata dalla manovra. 
Al paese dicono che nei giorni dei morti, mia figlia se ne sta al molo, seduta, guarda l’orizzonte del lago, tace. Svanisce. 
Ritorna. 
All’inizio provavo ad attenderla, imbrunire dopo imbrunire, e mai l’ho vista. 
Sono passati gli anni, il lago è sempre il lago, io ho desistito. 
Forse è ancora arrabbiata, perché quella mattina l’ho sgridata, feroce, le ho detto di correre subito a salutare il padre, tutte le bambine educate lo fanno, lei no, lei era una sciagura. E lei, agitata, lo ha fatto. 
Forse, invece, in questo paese le raccontano grosse e crudeli ad una donna abbandonata, che dovrà sempre sentirsi in colpa. 
Anche mio marito, indagato per omicidio colposo, prosciolto, è come il fantasma narrato di mia figlia; evanescente, mutacico; non mi parla più, mai più. 
Ha comprato il castello della collina, ha comprato quasi tutto il paese, ostenta il successo cambiando donna con le stagioni, come farebbe con il guardaroba. Anche questo sento dire, che le umilia, le usa per i piaceri del sesso, le consuma. Ma non ho mai sentito di una che si lamenta. Sono tutte donne straniere, dell’Est, credo, qualcuna, dopo, torna alle proprie terre, forse arricchita da lui, nessuno lo sa. 
Vengono e svaniscono. Anche loro sono fantasmi.
Di concreto mi è rimasto il negozio. 
Sarebbe piaciuto a mia figlia per i colori all’esterno, vivaci, allegri. 
La porta, le finestre, la tenda, sono come un dipinto naïf. 
Dalla veranda di casa li vedo tutti insieme, mescolati un vortice di densità splendente, proprio in fondo, come alla fine della prospettiva di un dipinto. 
Li vedo e penso che mia figlia si sarebbe fermata sull’uscio, incantata a guardarlo, e io con lei, appena dietro, le mani sulle sue fragili spalle, protettiva, e suo padre avrebbe avuto modo di fare ogni manovra con il Suv.
Non so cosa vendono in quel negozio, non importa, non ho più bisogno di cose. 
Mi lascio morire, mi trascino appena in questa tomba arredata, l’aria viziata da memorie.
E’ come essere immobile dentro una tela grigia, che ha cessato i colori, dopo averli incontrati, tutti, per riempire un negozio, laggiù. 
Al termine della prospettiva.   



(immagine: "Fantasy City" dal sito https://www.arredodesignonline.com/en/quadro-fantasy-city.html)