venerdì 30 dicembre 2016

Siate buona narrativa finché potete



L'uomo che cammina - Magassa


L'uomo che cammina - Magassa ✍️


Ha acceso due sigarette e si è guardato dentro. 
Ha allargato le narici per assaporare l'aroma del vecchio che prende fuoco accanto al barbecue, fuso nel barbecue, poi si è allontanato, passi di polvere lenta, una nuvola tra gli stivali di cuoio che danza sull'altra.
Non gli piace sentire parlare di Magassa con il tono da saputello che ha usato il vecchio; spera ancora che qualcuno sia abbastanza convincente da fargli credere in quel confine tra nordisti e sudisti, nella dimora dove ogni speranza prende fuoco.
Non può essere evaso per niente, dopo avere ucciso il ragazzo con la moto, dopo che al processo gli hanno dato una colpa sconosciuta, lui che è scivolato sulla diarrea di un cane sull'asfalto, non raccolta proprio dal padre dell'investito. 
Finire in galera per una cagata, dopo decenni di omicidi nemmeno sospettati, si chiama beffa. 
Riuscire a scappare perché il carcere confina con il cimitero, il cimitero affollato da defunti furiosi, si chiama culo.
L'uomo si ferma, inspira ancora la chimica ardente dell'aria, una volta, due, quindi torna indietro. 
Una sigaretta è già morta, l'altra è agonia tra le labbra ferite dal sole. 
La mano destra afferra la tanica di benzina, la sinistra la rincorre con un accendino. 
Il barbecue è esploso con il vecchio, ma il resto regge ancora. 
Il fuoco è l'apoteosi della purificazione, un concetto così necessario, che ogni scuola dovrebbe smettere di rincoglionire i bambini con informatica e nozionismi e insegnare Piromania. 
Lui lo sa. Prima del vecchio, del suo distributore di benzina, ci sono stati gli altri. 
La carne che diventa urlo rosso e nero, gli occhi di gelatina che si guardano sciogliersi, la bocca lussata in urla di sangue. 
Il fuoco lascia l'essenza.
Questo pensa l'uomo, mentre osserva la scalata delle fiamme nel negozio del vecchio. 
Tre sigarette dopo, torna tra il fumo e osserva il cadavere, infila lo sguardo nelle labbra aperte che gli hanno narrato di Magassa, sospira, si china. 
I carbonizzati sono la sua collezione, sculture di carne infeltrite dal calore, prive di liquidi, perfette per durare senza odori. 
Lui cerca Magassa e intanto tiene lontano i morti offrendo statue umane. 
Ti porto a fare un giro, dice al vecchio, saldo nella posizione da pugile di ogni pasto umano del fuoco. Avambracci flessi sulle braccia, dita chiuse a pugno, ginocchia piegate. 
I carbonizzati diventano pugili per sempre. 
Cerchiamo Magassa, dice l'uomo alla statua di carne marrone, un marrone scuro che cela organi integri e poco cotti. 
Un giorno offrirò anche il tuo cuore, lo legherò al collo di un cadavere con il tuo intestino, gli sussurra lungo il vapore degli idrocarburi, nella pioggia di cenere che sfuma tra i suoi capelli neri, un giorno vi aprirò tutti e vi donerò ai Ritornanti. 
La mano sinistra sfiora le insenature secche del volto, quelle che fino a poco prima il vecchio usava per vedere, la destra ne sorregge il tronco piccino e solido. 
L'uomo socchiude appena gli occhi, all'odore pungente della benzina, all'orizzonte che vibra di tramonto e gli rinvia l'immagine tremante del suo camper. 
Ti metto con gli altri, dice, forse troveremo Magassa prima dei Ritornanti, bisbiglia.
Il vecchio tace, ma lui, ora, ne avverte la nuda sincerità. E pensa a quanta poesia c'è in questo intimo camminare attraverso l'imbrunire.

(✍️ anteprima dal prossimo romanzo, "Infero Agreste", di Giovanni Sicuranza)


***


Prime idee coordinate del romanzo "Infero agreste".

Tra alcune fonti bibliografiche e un perplesso cat writer nel mio rifugio gotico surreale.
Qui il luogo 
https://it.wikipedia.org/wiki/Magasa
da cui il romanzo trae leggende e cantine nere
.




mercoledì 28 dicembre 2016

Lazzo


Lazzo *Giovanni Sicuranza


Mama scruta l’abisso dell’orofaringe di Lazzo, il tempo di conoscere il cocktail odoroso di cibi e segreti putrefatti, e vomita a getto. 
È così che il mio bastardino soffoca nei liquami di Mama, questo mio botolo unico e raro. 
Ha i denti mica sani, aveva appena detto, secondo me è infetto.
Papa le aveva risposto spallucce e allora Mama si era tirata su le maniche della camicia, aveva mostrato alla famiglia appena allargata i tatuaggi con il nome mio sull’avambraccio destro e quello di mio fratello defunto in gotico nero grassetto, a circumnavigare a sinistra.
Te lo scordi che lo chiamiamo Oreste, mi aveva detto, non esiste che diamo a questo botolo il nome di mio figlio;  guardalo quanto è brutto. 
Il cucciolo però sapeva il fatto suo. 

+++

Era salito in macchina mentre Papa acidificava i prati comunali con l’urina e la portiera del guidatore era rimasta aperta sul lato del canale di scolo.
Ma che cavolo, aveva detto. 
Dai, Papa, ti prego, teniamolo, guarda come mi lecca. 
E’ brutto, figliolo, spelacchiato, e, uh, sembra un concentrato di flatulenze pronto per i botti di capodanno. 
Ma è spaventato, Papa, lo avranno abbandonato i soliti bastardi, dai, lo dici anche tu che non si abbandonano i cani sulla strada.
Papa aveva osservato assorto le zampette deformi del botolo, piegate sotto il peso di un corpo da salsicciotto. 
Il peloso, grigio temporale, si era messo a vibrare con il muso, forse impaurito, quindi aveva rigurgitato tra le mie gambe una schiuma densa e verde, tipo una pallottola di gorgonzola. 
Beh, ci sono delle attenuanti all’abbandono; aveva detto Papa, cauto; uh, è malato, fidati, magari ti sta già contagiando.
Mama sarà entusiasta, potrà prendere il posto di mio fratello; dai, anche lui era malato, Papa.  
Il botolo era diventato due occhioni neri dentro quelli di Papa. 
Lui si era allacciato la lampo, aveva asciugato le dita urinose sul volante - e fa sempre così, e col cavolo che a diciotto anni gli chiederò l’auto in prestito.
Poi eravamo ripartiti. 
Il botolo era morto dopo mezz’ora dentro il vomito di Mama.

+++

Prima di seppellirlo in giardino, lo pulisco, gli apro a forza gli occhioni bui, e lo sistemo nella cesta natalizia tra i nastri rossi. 
“ecco mio nuovo cagnolino”, digito su instagram e dopo un’ora ho già centoventisette like. 
Sento in sottofondo Mama che piange e Papa che alza il volume della televisione e aggiungo una didascalia:  “il mio cucciolo si chiama Lazzo”. 
Non dico subito che è morto. Prima li faccio gongolare, tutti, poi domani scatto una foto alla fossa del giardino e la condivido. Avrò tante faccine lacrimose. 
Perché Lazzo?, chiede una delle tipe che hanno spinto mio fratello e tutta la sua sedia a rotelle giù dal terrazzo della scuola. 
Nessuno di noi lo ha mai detto a Mama e Papa, roba che ci tolgono per sempre i telefonini, e poi un po’ Oreste se l’è cercata con tutta la bava schiumosa che lasciava sui pantaloni delle femmine.    
Lazzo - è un nome brutto come una parolaccia e unico come un difetto a pronunciarla, digito veloce.
Ah, come tuo fratello allora, ahahahahah. 
Giungono veloci almeno una dozzina di smile.
Chiudo lo schermo. Poi, mentre Mama strilla che a nessuno importa più di mio fratello, e mio padre alza al massimo “Let Me Love You” di DJ Snake, esco in giardino e mi sdraio tra i pomfi di terra nera. 
Su ognuno di loro si sono adagiate le ombre più lunghe di questo imbrunire.
Sotto ognuno di loro ho seppellito un Lazzo, un botolo raccolto in auto e mai arrivato al secondo giorno in casa nostra. 
Mama crede ancora che siano cuccioli deformi e abbandonati, Papa sa bene che nascono dalle fogne del canale di scolo, ma finge sempre di non capire. 
Secondo me Papa ha compreso come sopravvivere bene.
Io, invece, mi sento come ognuno di questi botoli morti, strappati alle loro famiglie, morti nel disprezzo di estranei. 
Io vivo sepolto come tutti loro, 
questi topi di fogna.


(*dal romanzo "Infero agreste" di Giovanni Sicuranza)




giovedì 22 dicembre 2016

Il mutaforme



Prima caddero gli aquiloni e dopo giunse la pioggia dei volatili.
Coprì le case, le chiese, i bambini tutti, e smise solo quando l'ultimo aeroplano si fratturò tra le strade. 
Il fuoco prese le città e gli ipermercati, lì unì in nuove forme e donò all'uomo un odore imperituro e denso di metallo e sangue. 
Per mesi e anni, vagabondo dei venti caldi, il fumo divenne cielo e respiro del mondo.  
Prima caddero gli aquiloni, te l'ho detto, e a starci attenti sarebbe stato prevedibile. 
I loro fili di nylon, così tesi, a migliaia, ovunque, erano gioia per la tua specie e, allo stesso tempo, mossi nel blu, ferirono a morte la gravità.
(Giovanni Sicuranza, "Il mutaforme")

Infero agreste - Il mutaforme


Infero agreste (anteprima)


Il percorso
Il 31 dicembre 1999, all'imbrunire, con il sole che si affannava tra gli ultimi angoli della stanza da letto, mia moglie spirò. 
Non si trattò soltanto di un abisso aperto nella memoria di un uomo, no. 
Con la morte di Eleonora, iniziò a svanire tutto il nostro mondo.

C'è un tempo circolare.
E' il tempo della semina e quello raccolto, è il ritmo delle fasi lunari.
Appartiene al popolo agreste, al contadino. 
C'è un tempo lineare. 
Ne fa parte il tempo cronologico, dal latte alle rughe, fino alla negazione del respiro, assoluta e permanente. 
E' il tempo della Storia, è quello del guerriero. E' il tempo del moderno.
Emanazione del tempo lineare è anche il tempo escatologico. Accompagna mistici, religiosi e superstiziosi, dalla Creazione dell'Universo alle Apocalissi. 

Eleonora morì nel tempo circolare, nella sospensione tra ciò che è stato raccolto e ciò che abbiamo seminato. 
Io seminai mia moglie, dopo avere distrutto il nostro raccolto.
Morì, Eleonora, anche nel tempo cronologico, a tre anni dall'incidente che aveva frantumato la vetrata di "Poco loco", il pub di fronte casa nostra, e fece ben peggio con le ossa di nostro figlio. Benedetto fu investito da un motociclista alle 18.30 del 31 dicembre 1996 e scagliato contro il pub con la potenza di un proiettile. Le ruote dello scooter erano scivolate sulle feci semiliquide del mio cane. 
Non le avevo raccolte, quel giorno; quel giorno Blues aveva la cagarella e non riuscivo ad andare al ritmo del suo intestino. Basta, le lascio qui, mi ero detto, in mezzo alla strada. 
Ad organizzare la morte di Benedetto, fu l'intuizione mancante.
Eleonora si spense nel lutto, esclusa dalla mia vita, segnando il resto del nostro tempo con i suoi sospiri, appesi alla finestra sul pub.
E quando morì, lo fece anche nel tempo escatologico, perché il 31 dicembre 1999 era il primo giorno dell'Apocalisse. 
Piangevo sul suo seno immobile e nel cimitero di Lavrange i ritornanti iniziavano a smuovere la terra umida, dapprima solo qualche impercettibile accumularsi di erba e radici, qualche oscura migrazione di larve, poi fino alla rivelazione del loro nuovo stato. 
Erano incazzati, incazzati fino all'osso. Erano incazzati marci. 
Mica lo sapevo, nessuno ancora lo sapeva, che si erano stancati di attenderci, noi che avevamo abbandonato i riti commemorativi del Capodanno, del buio passaggio da un anno all'altro.
Trovarono il mio Paese impreparato, speso tra regali e addobbi festivi, e per loro fu facile conquistare il potere a partire da movimenti di protesta. 
A capo dei "Seminatori", il più numeroso e violento di questi, ci sarebbe stata Eleonora, con la sua carne femminea scivolata dalle ossa, con i suoi occhi azzurro opaco, come un dipinto ad acquerello troppo diluito, e con quella voce diaframmatica, dalle fredde caverne aperte nel torace.
La incontrai nel nuovo tempo, per caso e per terrore, e fu così che iniziò la nostra seconda, vera, possibilità. 
Questa, alla fine, è solo la storia di un amore ritrovato. 
E di un senso di colpa governato dalla morte. 

Primo passo
L’Odolo è un capillare di acqua lattiginosa che si apre tra i muscoli aspri della montagna di Lavrange. Per noi è sempre stato “il fiume”. La vita e il lavoro. 
Acqua per i pozzi, corrente per lavare i panni. Questo facevano le donne di Lavrange, portavano ceste di indumenti e lenzuola sporche e le sciacquavano nell’insenatura in cui il nostro paese accoglie l’Odolo, dove i suoni sono il gorgoglio fragile del fiume, le scale pentatoniche dei tordi e il silenzio. Nessuna donna di Lavrange parlava, perché riuscire a dissipare lo sporco e il sudore nelle acque brune dell’Odolo, era un’abilità che richiedeva pazienza, dedizione, forza di fronte ai fallimenti. 
La madre di mia moglie era tra le più richieste. A lei si rivolgevano decine di famiglie, soprattutto dove le donne non potevano permettersi di dedicarsi al fiume, nella fiumana dei bambini, che, allora, erano ancora più numerosi dei morti. 
Del resto, era l’epoca in cui i defunti venivano riconosciuti come protettori del giorno domestico e del giorno ciclico, stagionale. Quando nasceva un pargolo, il primo nome era dell’ultimo defunto, poi, a ritroso, seguivano altri due appellativi, fino a coprire tre generazioni di morti. Mia madre si chiamava Eleonora Maria Giacomina, in memoria di sua nonna, della bisnonna Maria e del trisnonno Giacomo. Fu l’unica discendente di Osvaldo e Luigina, un fatto insolito per l’epoca, ma a Luigina andava bene così, perché un solo figlio non era un ostacolo a trascorrere le giornate sulle rive dell’Odolo e pulire i panni per le altre famiglie era un’entrata extra modesta, ma necessaria. Osvaldo era, come tanti, un contadino senza terreno, al servizio del Duca di Lavrange, Filippo Filiberto d’Aorta. I contadini di allora erano come ministri della terra senza portafoglio. Certo, il Duca lasciava che un decimo del coltivato andasse alla famiglia di mia moglie, ma si trattava per lo più di miseri raccolti. L’Odolo non era generoso nemmeno per l’humus. 
Così Eleonora Maria Giacomina crebbe fin dall’inizio con la madre, sull’insenatura del fiume. 
Ora che lei è di nuovo con me, seduta sulle lenzuola pulite e stirate al lavasecco, ora che mi osserva con occhi morti, mentre scrivo la sua biografia, ora che la penna lascia nere parole con la mia grafia, penso. Posso anche scriverle, le mie osservazioni. Eleonora non si arrabbierà, almeno non dopo essersi sfogata, con gli altri Ritornanti, su metà delle famiglie di Lavrange. 
Ecco, io credo che essere stata figlia unica, che essere cresciuta nel limaccioso Odolo, abbia in qualche modo influito su quanto è accaduto dopo la sua morte. Sul suo essere tornata dalla terra e sul suo divenire leader della nuova specie.
Eleonora è cresciuta con l’Odolo, a differenza degli altri infanti ha vissuto l’acqua e la terra, si è riempita degli odori della pioggia e del sole. Si è lavata nella sporcizia e nel sudore. Anche da adulta, persino da sposa e madre, Eleonora era il ritmo dell’Odolo. 
Per questo, a differenza di noi tutti, aveva un qualcosa in più. Viveva non solo nel tempo cronologico, degli anni che passavano, ammuffiti uno sopra l’altro, ma anche in quello circolare delle stagioni, del pulito e dello sporco, della semina e del raccolto. 
Eleonora, più di tutti noi, conosceva le parole dell’Odolo, chiamato "il fiume". 
Un torrente giallastro, maleodorante, esumato dagli inferi della terra.
[...]
(da "Il mutaforme", Giovanni Sicuranza)