Bestia


Bestia - Dove scorre il fiume - Giovanni Sicuranza

Lecca il cielo, ma non c'è vento, e la lingua cede, lunga, nera, aperta da fenditure di sangue, trascinata nella corsa del suo cane atterrito.
Veloce, ecco come corre; veloce come un tempo, però, come un tempo di predazione, non riesce più. Ha carne denutrita, occhi sfuocati, è appena il ricordo di un cane dal pelo grigio.    

- Confermi il contatto?
La visiera scura si gira verso Darlia. 
- Sissignore, intercettato mentre saliva dai sotterranei del fiume.
- Miseria. E' segnalato?
La visiera riflette la maestosità del sole sopra i respiri del mondo. 
La città di Bonomia brucia con l'evoluzione della vita. 
- No, ecco - una pausa piena d'afa - Dovrebbe essere un cane consumato. 
- Dovrebbe?
- Non risulta nell'elenco dei domestici autorizzati, Capitano; ecco, guardi, è questo; scartato come animale da compagnia, allevato come cibo proteico. 
Darlia sa che non può mordersi il labbro davanti un soldato della Milizia; un superiore non offre segni di perplessità sulla Legge del Fiume.
Aumentano, pensa, il labbro inferiore sollevato da una fila di denti scuri, privi di vitamine, aumentano e nutrono il branco. 
- Capitano - la divisa bianca del soldato si avvicina, un passo, cauto, incerto. 
Darlia libera il labbro e attende il sapore del sangue.
- Lo hanno accerchiato, Capitano, è entrato in un garage.
- Cerca l'ombra - annuisce la donna - E' come noi.
- Signore?
Nessun sapore di sangue, le labbra sono mucose desertiche.
- Andiamo a prenderci un po' di fresco - dice allora lei e, senza attendere il soldato, avvia la bicicletta elettrica d'assalto.

Non è solo il fresco, è l'odore del suo gruppo. E' l'autorità del capo branco che gli sta avvolgendo il pelo, che entra tra gli spigoli della carne, lungo le depressioni delle coste, è il suono calmo, profondo, dei suoi versi. Avverte ancora la presenza ostile, fuori dal rifugio; sono vicini, tanti, ma adesso, anche se i suoi occhi sono pieni di polvere, ciechi di sole, adesso respira tranquillo.           

Amentore annuisce, osserva la saracinesca abbassata, sorvola sulle scritte delinquenziali che ne imbrattano la lamiera, oscenità in bianco, tentativi volgari e non autorizzati per difendersi dalle lame del sole, e ordina ai primi due uomini di entrare. 
Senza sparare, dice. Senza uccidere, dice, lo sguardo che osa cercare il sole, la condanna perpetua dell'umanità, il nemico dell'Acqua. E' solo un tentativo accennato, Amentore è un Vice Segretario della Milizia, i suoi occhi sono utili per guidare la società nel culto del Fiume sommerso. 
- Avrebbe dovuto attendermi. 
Amentore annuisce, piano, e non accenna a girarsi, costringendo Darlia a farsi avanti. 
- E' sempre in ritardo, Capitano. Da quando sono stato elevato al rango di guida sociale, da quando non ho più il controllo di queste truppe, insomma. 
- La smetta, so già che qualcuno si lamenta della mia puntualità. 
- Non solo, Capitano. Dicono che a volte scompare - una pausa, Amentore fa cenno ad altri due uomini di irrompere nel garage - Forse vuole imitare il nostro Sacro Fiume, forse vuole entrare e uscire dalle profondità della città.   
- La smetta - ripete Darlia - Le ricordo che la responsabile delle operazioni dei miliziani adesso sono io ed io - la donna si muove ancora, veloce, le spalle proprio davanti ad Amentore, a togliergli la visuale sull'azione - solo io decido quando e come intervenire.
- Cosa fa?
- Tornate indietro, subito - sibila la donna sul microfono del bavero - Tutti.

Tardi, troppo tardi. Il cane difende il territorio, anche se trema e vede solo ombre, si lancia prima del capo branco, perché conosce il tempo di mordere, lacerare, anche quando sarebbe meglio non farlo, anche quando non deve procurare cibo per tutti; ha assaporato la carne umana, negli ultimi tempi sempre di più, e preferisce quella dei cuccioli, a centinaia abbandonati nelle ombre, ma sa come mordere un esemplare adulto.
- Carogna!
- Attento alle palle, soldato.  
I calci dei fucili sibilano sul muso, due, tre, rapidi, affilati di acciaio; una sincronia, un fragore di ossa; crollano denti, fiotti di sangue ascendono fino al soffitto del garage.
Il cane guaisce, sorpreso. 
- Mi sa che abbiamo sbagliato bersaglio, signore.

Non preoccupatevi, dice Amentore, lento, statua bianca a braccia conserte, gambe appena divaricate dietro lo stupore di Darlia.
- Che cazzo. 
- Il suo linguaggio, Capitano, banale e disdicevole; la sporcizia è degna di questi quartieri popolari. 
- Siamo nel posto giusto, allora.
- Mi guardi, Capitano, e si esprima con rispetto. 
- Nossignore, questi idioti hanno colpito il cane.
- Io dico - una mano di Amentore si posa sulla spalla di Darlia - Io dico di no, Capitano - lei sussulta a quelle dita che stringono, a quegli artigli di rapace - Io dico che non hanno preso il cane.

Il primo ad uscire è un miliziano, ombra incerta che al sole diventa divisa e null'altro, divisa bianca con riflessi di liquido vermiglio sul petto, rivoli di sangue che avanzano sulla neve. E' un attimo, la saracinesca si innalza e la luce dissolve ogni illusione di riparo celata nel garage. 
Altri due soldati avanzano, svelti, nonostante il fagotto trascinato tra loro. E' carne floscia, inerme, grigia.
Darlia socchiude le palpebre. 
- Avevo ragione? - la presa di Amentore sulla spalla si allenta. 
Sì, risponde lei con la mente, per non dargli soddisfazione, non è il cane.

Dunque sei una donna, insomma, se possiamo definirti ancora così, mormora Amentore, inginocchiato davanti ai resti umani, sorriso ad altezza della maschera sanguinolenta; lei mica può rispondere, la mandibola frammentata dai calci di fucili della Milizia, fa solo un verso come di lavandino sturato, sputa grumi di sangue e denti e tenta di liberarsi dalla presa dei Miliziani. 
Lasciatela andare, e lei crolla con il viso sull'asfalto rovente. Un gemito, un petalo rosso che si allarga dal volto. 
Silenzio. 
Amentore si solleva da terra. 
- E' identificata?
Darlia guarda oltre, da quando i Miliziani hanno attraverso il perimetro tra il garage e la postazione di assalto, portando con loro la donna, ha occhi solo per la saracinesca.  
- Sì - mormora. 
Amentore segue per un istante lo sguardo del Capitano.
- Il cane, lo ritroveremo presto. E' ferito. 
Lei ha tre battiti di palpebre in successione rapida, proprio come il ritmo ansioso del cuore. 
- Tutto a posto, Capitano?
Silenzio. 
- Capitano, mi faccia rapporto, prego. 

E allora Darlia parla, parla con voce lontana, formale; informa il Vice Segretario di Bonomia che la cittadina prigioniera è registrata in produttività D. 
Ah, bene, dice Amentore, piano, gli occhi che salgono sulla nuca della donna, quindi, con una capacità di lavoro così bassa, non solo è in possesso di cane non domesticabile, ma dovremmo controllare anche se ha figli.
Risultano due parti a termine, signore, un figlio di dieci anni, registrato come apprendista nei canali dei fiumi, e una figlia eliminata a sei mesi di età. 
Uh, così tardi? Lo ha fatto seguendo la Legge sull'Infanticidio?
Signore, i dati riportano che la morte è avvenuta per soffocamento con rito sul controllo demografico e, ecco, solo dopo qualche resistenza da parte della donna. 
Immaginavo. E il corpo, concime per il terreno del Sacro Fiume Aposa? 
Sì, tra le cataste degli infanti nel lotto cinque. 
Amentore annuisce e appoggia uno stivale sulla schiena della donna. 
Senti come ansima, forse dovremmo aiutarla, cosa ne pensa, Capitano?
Darlia tace, i pensieri gonfi che tentano di intuire il destino del cane.
Il Vice Segretario la fissa con lo stesso scherno che sta rivolgendo alla prigioniera. 
Per lei potrebbe già tornare alla sua catapecchia, insomma, dentro quel degrado di garage, immagino.
Darlia non risponde. 
Il Vice Segretario allenta la pressione dello stivale sulla schiena; il suo sguardo diventa sottile, le parole espulse come schegge di pietra, insieme a gocce di saliva, sulla nuca della prigioniera. 
Produttività D, parassiti, ecco cosa siete, e, peggio, un pericolo sociale; non solo non producete lavoro, minacciate la nostra società, la sovraccaricate con i vostri sporchi figli, con animali bastardi; Amentore sospira, affranto; egoisti, meschini.
Poi, svuotato, eppure deciso, si allontana verso l'auto di servizio, seguito dalla scorta.

Due Miliziani, un Capitano e, accucciato tra loro, il residuo di una donna. 
Dopo che il Vice Segretario è andato via senza ordini, loro ci sono ancora. Immobili.
Loro e nessun altro. 
Bonomia, città sopravvissuta grazie all'acqua dei fiumi sotterranei, sembra deserta di vita.
Darlia sa cosa aspettano i suoi uomini, l'ordine di lasciare libera la donna o celarla nei locali di smistamento in attesa di giudizio. Quello che ancora non sa, è cosa accadrà dopo la sua decisione. Liberare la donna, significa rischiare di essere segnalata al Consiglio; proprio per lasciarla in questa difficoltà, ne è sicura, Amentore è sparito. Rinchiuderla, significa esporla a lavori forzati nei sotterranei dell'Aposa, dopo averla privata con la chirurgia definitiva del rischio di partorire ancora. Bella mossa, Amentore, davvero. 
Darlia ancora non sa cosa dire. 
Darlia che è da poco madre clandestina, con un piccolo che cresce nei sotterranei dell'Aposa. Darlia che deve mostrare la scorza dell'Ufficiale per non lasciare intuire il suo segreto di vita e di morte. 
Sii dura con gli esseri non ammessi dalla Legge, non solo con questa donna, ma anche con i cani in sovrannumero, si esorta con un pensiero fragile; sii dura, Darlia, anche se il cane a cui dai la caccia conosce bene i sotterranei dell'Aposa, anche se è un alleato prezioso nel portare cibo a tuo figlio.
Sospira, chiude gli occhi, cerca un attimo ancora prima di parlare. 
I Miliziani attendono, colonne bianche sotto la ruvidità del sole.


[Continua - N.d.A.: per comprendere meglio alcuni risvolti di questo capitolo, invito alla lettura dei brani già pubblicati del romanzo "Dove scorre il fiume" / immagine: Bosch, Hieronymus, The Last Judgement, detail]

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