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Puoi contarle

Puoi contarle – Giovanni Sicuranza Non si riesce, figliolo. Cosa? Puoi contarle, non è il numero il problema, è il loro modo di essere esposte. Lo sguardo di figliolo cerca aiuto al cielo, ma rimane intrappolato nella navata del Comune, questo palmo di mano in granito che avvolge i pianti e pesa sulla morte. A coprire il pavimento e i mosaici dell’epopea medievale e i coriandoli in granito, che rappresentano la memoria collettiva delle feste popolari, ci sono loro, le fila. Fila allineate, ordinate, disciplinate. Fila mute. Fila che ogni ora si allungano, si allargano, assembrano i marciapiedi e la strada che unisce il Comune alla Chiesa.    Figliolo soffoca un colpo di tosse, riprova. Una, due, tre, quattro cinque, sei, sette, otto, nove, Stai attento. Uh? Barcolli, figliolo. Sicuro di continuare? Uh? Vieni, appoggiati a me. Sudi. Sì, mi sento, ecco, ho lo stomaco duro, come. Come queste bare. Non finiscono più. No, figlio...

In principio la chiamarono SARS (extended version)

In principio la chiamarono SARS – Giovanni Sicuranza In una mattina muta, con il sole grinzo e le ore cadenti come occhiaie,  in questa nuova mattina, mi alzo.  La tapparella della stanza ha un sussulto e subito, con il pigolio del treno merci attonito nella stazione dismessa, inizia il ritorno nella tana.  L'ho azionata con un pulsante, è ormai quasi tutto automatico qui, in questo palazzo di gente che sussurra, tra coinquilini che scivolano dai pianerottoli, diventati terra di nessuno, pericolosi, esposti al contatto tra vicini. Ora siamo testa bassa, siamo cenni di saluto, noi tutti, ora, siamo passi svelti a mantenere la distanza.  Non corriamo, non ancora, resiste un senso di vergogna sociale, però credo che molti di noi abbiano pensieri paurosi, feroci, quando incontrano gli altri e, beh, a me di certo accade. In ogni caso non ci parliamo da settimane, mesi; il respiro va preservato per momenti migliori.  Apro la finestra, un al...

Times

Times - Giovanni Sicuranza I piatti urlano nella lavatrice come ossa di epidemia.  Non ci sono più coltelli puliti per tagliarsi le vene.  Io, riposo, issato sui miei lunghi respiri.  Non avere paura.  Non è nulla. Non è attesa.  Fingono insieme gli orologi del mondo. 

archetipi di sasso

C'era una volta, davanti a un bel cimitero, un polmone nero, nero che nessuno voleva.  Appena varcate le inferriate di pane d'altamura, di sale caprino, c'era un fegato bianco, silenzioso, grasso, che che alle lapidi e alla luna pareva di sasso.  Forse un uomo li avevi vissuti, questo polmone e questo fegato, e oggi, se mai è stato, è concime per il mio bruno prato. *   * archetipi sparsi di John Grimm​Anza - 1812

Epifania

Epifania – da “La neve defunta”, romanzo di Giovanni Sicuranza I funerali si fanno sempre più fitti. Un tempo vivevo in città e il traffico sulla tangenziale all’ora di punta aveva la stessa densità di queste casse da morto. Già, hai ragione; c h e ne so ormai della mia città; me ne sto qui, lontano, nella cascina di montagna, da giorni, aspetta, da mesi, credo. Qui c’era mio nonno, sì, nonno Oreste, e lo hanno gettato nella terra di confine con i suoi sette fratelli, poi non si è più visto nessuno e allora mi sono detto, cazzo Oreste Giunior, la gente crolla a terra e rimane a gonfiare i giardini, è diventata la discarica della metropoli, senza nemmeno la dignità di una spazzatura differenziata. Cascano tutti come credono di vivere, con borse, valigie, buste della spesa e vestiti e scarpe da festa, da lavoro; uh, ho visto anche zaini di scuola, non sai quanti; allora, ecco, mi sono detto, perché devo stare a guardarmi intorno, questo mi sono detto, aspetto uno...