"Democrazia della Morte" - brani dal romanzo - riedit 2014


Brani tratti dal romanzo “Democrazia della Morte” 
Giovanni Sicuranza - riedit 2014


"Quando è notte bussa la Lupa Nera, 
Pellemorta ha nel sacco la tua fossa, 
Linguaverde ti crede una donna vera, 
Prendi una stella, dice, brucia le tue ossa"


[ballata dei misericordiosi, incisione su lapide; Landa di Teutonia, XXI sec. d.C.]


Salmo I - Incipit - "La memoria di Tyrenes"

Nel Giorno della Memoria, a pochi respiri dal tramonto, mia nonna siede accanto alla stufa, diventa una ruga dolente, una mano nera che cerca la nebbia oltre la finestra. 
A volte mi perdo nella densità della sua ombra, la vedo uscire di casa, decisa più della notte, scivolare nel bosco e giungere al cimitero, dove è sepolto Bertrand Schäfer, l'eroe di famiglia
Nonno Bertrand Schäfer
Nel Giorno della Memoria la narrazione di mia nonna lo riesuma per tutta la genia, soprattutto per me. 
Varco le ore dell'imbrunire e dell'oscurità nelle gesta di Bertrand Schäfer, dissolto in terra nazista, lasciato marcire ai margini del bosco dai nemici del popolo. 
Al camposanto nonna ha portato un fiore. 
Un fiore reciso, un fiore lasciato sulla lapide, mi dice, è un cadavere che omaggia un altro cadavere. 

Socchiudo gli occhi, sono un ragazzino e papà sterza rapido per non investire un gatto; per non sporcare le ruote, mi corregge, e tra una parola e l'altra distilla parabole di saliva; insomma, figliolo, quel gatto è già una carcassa, wow!, scommetto che mai lo hai immaginato un gatto così, frullato di carne e sangue, pelo affogato all’asfalto, già-già, hai visto tutto, no?, un frappé di mosche e di vermi e, miseria, vo-mi-to.

Sì, ecco quanto ritrovo, nulla di davvero simile a un gatto, eppure in quel caos di morte c’era ancora il ricordo di un gatto. 
La sua memoria. 
Da allora fingo di essere certo del momento in cui termina una vita.

L’ombra di nonna si è allungata fino a noi, si è troppo allungata fino a noi, deglutisco, e l’altra parte è ancora al cimitero. 
Non ti muovere, nonna, supplico, zitto, però, perché non oso interrompere il dolore delle sue parole, ti prego, nonna, rimani seduta, se ti allontani dalla stufa l’ombra tirerà con sé la bara del nonno, fino a portarla in casa.

La sua memoria entrerà lungo il pertugio della finestra. 

Da noi così è il Giorno della Memoria. 
E' come il caos molliccio del gatto sull’asfalto, dei morti che tornano in miscele di organi e liquidi, delle masse di larve richiamate dai ricordi.
Ogni anno mia nonna celebra il Giorno della Morte di Bertrand Schäfer, lo affida alla sua famiglia come un rito d'iniziazione. 
E' il lutto che si rinnova oltre l’onta delle celebrazioni ufficiali. 

Bertrand Schäfer, Hauptsturmführer del Reich, eroico Responsabile del Campo di Concentramento di Hannau.

Solo molti anni dopo, sepolta nonna, entrato in politica per cancellare la vergogna di discendere da un criminale nazista, solo allora avrei compreso quanto in lei c'era di lui. 

Il mondo celebra il Giorno della Memoria e dimentica che è anche l'anniversario della morte di mio nonno. 
Che, davvero, questo è il Giorno del Terrore, denso di ricordi, cibo dei miei fantasmi.


Salmo IV - "Democrazia della Morte" - Giovanni Sicuranza 

Il fruscio lungo delle pagine, le dita che ne arricciano i lembi, fino a deformarli in un'unica, grassa, palla di carta. 
L'uomo sbuffa, la moglie lo vede, poi guarda il residuo di giornale tra le sue mani e capisce che non è nervoso per l'afa, per l’aria immobile, morta, che porta nella cucina mosche e silenzi. Sa che è meglio attendere un istante prima di servire lo stufato di carne, solo un istante, quanto basterà al marito per deglutire la delusione. 
- Questi idioti della stampa estera, tutti uguali, a criticarci, no, peggio, ad accusarci - soffia lui e una mosca, infastidita, si posa su un altro frammento di pane nero - Cosa c'è di male, dico, se li gettiamo tutti nelle fosse comuni, anzi, dovrebbero apprezzare il nostro segno di rispetto verso i cadaveri, dico. Dimmi, moglie, le fosse comuni non sono forse l’ultima, la più alta manifestazione della nostra civiltà? Giornalisti ignoranti, pregiudizievoli, insomma, le fosse comuni sono la massima forma di democrazia con cui livelliamo la morte dei diversi. 
Moglie sa che è il momento di sorridere, quindi serve il piatto, taciturna come arida terra, precisa come un'esecuzione; lui affonda i baffi di Ministro nel sugo, sillaba imprecazioni tra boli di stufato; lei osserva, osserva e assorbe lo sdegno del suo uomo, l'autore del grandioso slogan "un disabile in meno, una ricchezza in più per lo Stato"; nell'attesa che il marito consumi la carne dei deboli, annuisce alle ombre della cucina sudata.

Salmo XVII - I nostri squali - Giovanni Sicuranza

Mia amata Caterina, ti scrivo con gioia, perché tra poco, approvato il nostro Decreto, potrai finalmente dire di vivere in un Paese puro, libero dai deboli, da questi esseri pietosi, fiacchi nel corpo e nella mente, e, spero, sarai orgogliosa di tuo marito come mai ad oggi. 
Lo sterminio di massa, per essere garantito nella società, per penetrare nel plebiscito della popolazione, promette sicurezza e benessere attraverso tre fasi: 
la de-umanizzazione degli individui bersaglio, l'interventismo contro tali individui, la routine della violenza. 
Il gruppo delle vittime viene sottoposto a trasformazione, da umano a sub-umano, o non umano, è marchiato con la paura, emozione potentissima, elevata a distruzione soprattutto nei periodi di crisi economica e di ricerca del populismo. 
La paura è arma tanto assoluta, quanto superbamente illogica. 
Nell'Oceano Atlantico viene eliminato quasi un milione e mezzo di squali per anno, a confronto di sette attacchi mortali all'uomo, ufficialmente segnalati in tutto il mondo. Lo squalo è incontrollabile e atavica paura, mentre non temiamo di guidare l'automobile, che uccide centinaia di persone al giorno non solo qui da noi, in Italia, ma in tutta Europa, anche in quelle Nazioni che temono la nostra nuova politica nei confronti dei disabili.
Non sai quanto l'angoscia del diverso, di un diverso costruito fino a diventare mito di dissenso e causa di crisi, riesca a provocare in ogni periodo storico reazioni di difesa, violenta, incontrollata. Lo fa in ogni uomo, qualunque sia il suo grado di intelletto e di istruzione. Non c'è bene, non c'è male. E' solo paura, è solo rabbia. Questa è la legittimazione delle nostre fosse comuni per lo sterminio.
Con affetto, tuo 
Teodoro Iorio, Ministro delle Pari Mortalità


Salmo XIX - "La memoria di Tyrenes" – “Democrazia della Morte” - Giovanni Sicuranza

Anche noi di Tyrenes conosciamo la Storia, solo che nel 1941 la nostra memoria collettiva ha avuto una svolta dal resto del mondo. 
Nell'agosto del 1941 furono i nazisti a salvarci dallo sterminio. Fu l’esercito del Fedelmaresciallo Hans Vitriben a disarmare gli italiani invasori, furiosi nella sconfitta greca. Incapaci di arginare la resistenza, cercarono il sangue dei bambini, le urla delle donne, villaggio dopo villaggio, fuoco nel fuoco. Fino a quando persino ai nazisti quel catabolismo popolare non parve eccessivo e allora intimarono ai loro alleati di smettere e salvarono il mio paese.
A Tyrenes la Collina delle Mosche Bianche cela i corpi di coloro che decisero di rimanere con noi, per difenderci dalle ritorsioni dei fascisti. I nostri eroi con la svastica. Le nostre mosche bianche. 
Di solito viviamo ignorati, ma nel Giorno della Memoria, solo in questo giorno, l'armata di Vitriben diventa scomoda. Ora che il nostro popolo è in recessione economica, sotto gli occhi dei media, abbiamo deciso di disseppellire l’esercito nazista per portarlo a valle, sulla sponda del fiume Dares, torrente silenzioso tra i vigneti.
Le tombe sono state aperte, i resti esumati. Manutenzione cimiteriale, è stata la nostra menzogna al mondo. L’altra notizia, invece, abbiamo deciso di ometterla. 
Una bara era priva di resti. Sulla lapide, la mano dei nostri nonni aveva inciso “Bertrand Schäfer”. 
Nel Giorno della Memoria, Bertrand Schäfer aveva ricordato. 

Salmo XXII - "Democrazia della Morte" - Giovanni Sicuranza

Oggi vive a Tyrenes, in una casa popolare. Indossa sempre un cappotto d’ordinanza da SS e al tramonto sale sulla Collina delle Mosche Bianche, tra le case vuote dei suoi commilitoni. 
Non sappiamo se è chiuso nel dolore, se attende qualcuno o qualcosa. A dirla tutta, non sappiamo nemmeno se pensa. Non respira, Bertrand Schäfer, figurarsi se parla.
La comunità ebraica di Tyrenes dice che è ora di bruciarlo e forse ha ragione, non fosse altro per la puzza. Dice anche che Schäfer era il comandante di un campo di concentramento, che ha diretto l’esecuzione di cinquecento ebrei. I rom di Tyrenes sostengo che i cinquecento non erano ebrei, che nei campi di sterminio finirono anche i loro fratelli. Su un particolare sembrano concordare: nell’esercito di Vitriben, tra i nostri salvatori, Schäfer non doveva esserci. È morto in Polonia, giustiziato dagli Alleati. Eppure qualcuno lo ha sepolto qui, con gli altri. 
Eppure è l’unico sopravvissuto all’oblio. 
Di tutti loro, il Giorno della Memoria ha richiamato il peggiore. Credo ci sia qualcosa di sbagliato nel modo in cui celebriamo questa ricorrenza, se ha aperto il varco alla mosca nera e ci ha spinto a nascondere quelle bianche. 
[…]


Salmo XXIII - Punti di vista - Giovanni Sicuranza

- Quanti sono?
L'uomo attende, gli occhi dilatati nel binocolo, dove i binari sembrano diventare una linea nera a contatto con il cielo. 
- Non lo sappiamo bene, Obersturmführer.
Una virgola grigia è in rapido avvicinamento tra le nubi bianche. L'uomo regola il fuoco. 
- Non lo sapete?
Lo scheletro del treno a vapore si svela nelle lenti.
- Però è puntale, Obersturmführer. 
Helmut accenna a un sì silenzioso, il binocolo appassisce lungo il fianco. 
- Avete ragione, Rottenführer. Del resto è un treno delle SS, no?
- Sì, herr. 
- Per questo è in orario perfetto. Se tralasciamo che doveva essere qui esattamente quarantotto ore fa. 
Il Rottenführer accenna a un sorriso, che si spegne subito, incerto. 
- Andate pure. E dite al comitato di benvenuto di prepararsi.
- Anche la banda?
L'Obersturmführer alza gli occhi al vento. 
Il treno fischia un lungo richiamo. 
- Anche la banda - sospira. 
- Se posso permettermi - un tono insolito, che spinge gli occhi di Helmut a tornare in quelli del Comandante. 
- Ditemi, Rottenführer. 
L'altro si appoggia su un piede, ciondola, e subito dopo si pianta al suolo, come un fiero Schutzstaffel. 
Helmut attende. 
- Scusate se oso, quel treno ha attraversato tutta la Polonia. 
- Ebbene?
- Ecco - lo sguardo del Rottenführer ha un guizzo oltre la torretta, lungo l'ombra che corre e si avvicina - Non credo sia rimasta molta gente viva. 
- Gente?
- Ebrei, Obersturmführer, scusate. Ebrei. 
Helmut scuote la testa, scende il primo scalino. 
E si ferma.
- Credete che non lo sappia, camerata? Per questo voglio che i superstiti abbiano il meglio. Nel Reich sono insorti i primi movimenti animalisti. 
Non si volta verso il Rottenführer, non gli occorre vederlo per sapere che sta fissando l'ultima corsa del carro bestiame. 
- Preparate la banda, Rottenführer, mostriamo al mondo che il Reich è umano anche con le bestie.


Salmo XXVII - Il lasciapassare - Giovanni Sicuranza

Questo pezzo di carta spiegazzato, dal colore del marmo, del marmo sudicio, è terreno di esplorazione delle dita del soldato. È dal loro movimento lungo le parole scritte in nero, nero grasso, autoritario, che si intuisce la lettura, perché l’elmetto è un sipario sul volto chinato. 
Dall’altra parte del foglio, un tizio aspetta. 
Il soldato riconosce l’ordine codificato con cui il Comando permette ai parassiti di lasciare per motivi urgenti Città del Ghetto, solleva appena il sudore della fronte sugli occhi neri e sporchi del tizio e si compiace a mostrargli un sorriso sornione. 
- Pasquale Losaccio, eh? 
- Sissignore, signore. 
- Dottore in pediatria, eh?
- Sissignore, signore. 
- Hai due ore di tempo per prendere le medicine e tornare nel ghetto. 
- Mi permetta, signore, mi scusi, il lasciapassare è su Modello 3H, signore. 
Il soldato ha una cicatrice che separa in due parti la guancia sinistra, come se una fosse il ghetto dell’altra; la cicatrice è viola, viola cianotico, affossata, potrebbe anche essere la piega sudicia di un lasciapassare, e unisce l’angolo delle labbra all’orecchio. 
Nel sorriso, la cicatrice diventa un solco nero.
- Non importa. I Modelli 3H da ieri sono accorpati ai 2H. Se tra due ore non ti presenti, ordino una perlustrazione nell’ospedale. Perlustrazione per fuga.
Le dita stringono il foglio sudicio, il sorriso e la cicatrice si trasformano in un serpente. 
Pasquale Losaccio lascia cadere gli occhi sul selciato. L’ultima perlustrazione per fuga è avvenuta una settimana prima, no, nemmeno, e ha giustificato la tortura di un’infermiera e cinque pazienti, cinque bambini. Quattro di loro adesso gonfiano la fossa comune.
- Non so se riuscirò ad avere i farmaci, signore, due ore sono appena sufficienti per andare e tornare senza sosta. Il tifo petecchiale ci sta sterminando, signore, uccide i bambini. 
Un fruscio, un altro, il medico inspira coraggio e alza lo sguardo. Il lasciapassare è prigioniero in una mano del soldato, chiusa a pugno. 
- Voi, voi confinati, sempre così, vi diamo permessi e vi lamentate, volete sempre di più, sempre! Ho detto due ore e sono già iniziate dall’inizio delle tue lamentele!
Il foglio si accascia al suolo, pesante come un fecaloma.
Pasquale lo raccoglie, veloce, si china agli stivali militari e si affretta ad allontanarsi, una gamba più lenta dell’altra da quando lo hanno picchiato per non avere allineato i bambini malati nel cortile d’inverno; un mese di tanto, tanto tempo fa.
Il soldato sbuffa, prende il cellulare da una tasca del giubbotto mimetico e compone il numero. – Ciao, bella - la cicatrice è appena accennata, ora, e il suo colore è il viola del ciclamino – scusa, le solite seccature con la feccia dei confinati. No, a posto, tranquilla, sono da te tra pochi minuti, preparati – una mano scivola sul sudore della fronte, un dito si posa sulle labbra, le accarezza. Il soldato socchiude le palpebre sull’alba vermiglia, passa la lingua sulle mani, sulle falangi, una dopo l’altra, e pensa alla scopata che lo attende, immagina come penetrerà la donna, come la farà sussultare, e gemere, e vede come le ficcherà le mani nella bocca, come la costringerà a leccargliele, così, con le piccole ferite provocate dalla ghiaia e dal vento, e sporche, e sudicie, umilianti. La scena lo eccita, lo eccita da morire.
Pasquale Losaccio corre come può, corre verso l’impossibile. Nel fiato consumato, si chiede se questo lasciapassare conserva abbastanza tracce del coinquilino assiduo del ghetto, il batterio rickettsia prowazekii. 
Questo lasciapassare che ha immerso nelle feci dei bambini con il tifo petecchiale. 
Mentre annaspa nella sopravvivenza di un altro giorno, immagina il foglio contaminato a sufficienza da contagiare i soldati che lo hanno maneggiato e tutti coloro che nei prossimi momenti saranno a contatto con loro. 
Sì, come mai è stato dalla creazione di Città del Ghetto, anche Losaccio ora è eccitato.


Salmo XXXIII – “Democrazia della Morte” – Giovanni Sicuranza 

Il Giorno della Memoria è il Giorno del Rigetto. Mi chiudo in casa, annuncio che sono malato, ma guarda che sfiga, mi dispiace, ogni volta in questo periodo!, spengo le finestre sul mondo. Internet, televisione, radio. Ah, per quanto sopravviverà, la radio, ancora non so. Chissà se dedicheranno anche a lei un giorno della memoria.
Insomma, decido di ignorare le pecore al pascolo del qualunquismo. Oggi si accendono le sinapsi mediatiche, e noi con loro, brilliamo di neuroni specchio, quelli dell'imitazione che ci fa sentire buoni, impegnati. 
Immagini di bambini dietro il filo spinato, facce ritagliate nell'oblio sopra pigiami a righe, gonfi di qualche taglia in più. Sempre le solite foto. Sempre ebrei, almeno a leggere le didascalie. Tutte datate 27 gennaio. 
Mi metto a letto e mi masturbo con il gin, un sorso dietro l'altro. Io mi faccio una sega di alcool, loro si fottano di superficialità. Non sanno, non comprendono quanto bene fanno alla causa dello sterminio. 
Questi sbandieratori a cottimo della condanna della strage ebraica sono gli stessi che credono di essere vaccinati agli olocausti; la loro mente caustica, olocaustica, bruciata di nozionismo, quella che in ogni giorno giudica e ghettizza in base alle apparenze, alle etnie, ai colori. E che questo insegna ai figli, che chi non è conforme, fosse anche l'avversario della squadra di calcio, è comunque un diverso.
E' il seme dell'olocausto, nemmeno lo sanno, o se lo sanno pensano che tanto, a noi, non accadrà. Mai. Perché solo i nazisti erano i mostri. 
Fotto anche Facebook, con una lunga sega in suo onore. Facebook che è la catarsi dell'omologazione, dove sei qualcuno quando condividi, quando piaci con il "mi piace". Quando critichi, nien, fuori, raus! Poche balle. 
Il Giorno della Memoria è un affronto che dimentica lo sterminio dei disabili e degli oppositori politici e dei rom e degli omosessuali. E' un 'fanculo rinnovato degli altri Governi, che chiusero gli occhi sulle intenzioni naziste. 
Per questo trascorro la giornata a masturbarmi, in silenzio, isolato. Per fottere ognuno di voi, voi che in queste ventiquattro ore gongolate di slogan, convinti che un accenno fugace sul solito modo di rappresentare l'olocausto vi renda utili, ignoranti persuasi di essere immuni dall'odio.
Ho spento ogni trasmettitore di idiozie e mi sono dato al letto. Il mio errore è stato non chiudere subito gli occhi, è stato lasciarli sul pavimento. 
Il numero di ieri, il giornale aperto sulla cronaca estera, accanto al mio lato. Dimenticato.
Sobbalzo alla notizia in angolo di pagina, poche righe, pressate, senza foto. Forse messa lì giusto per riempire, con il messaggio di non darle importanza. Solo che io ho letto il nome in grassetto e questo basta a sporgermi oltre il bordo, gli occhi frenetici sulle parole. 
In un paese del Peloponneso, scrive un gionalista con firma A. H., si aggira un uomo in divisa nazista. Non si sa da dove venga, alla polizia risulta sconosciuto, del resto non ha commesso reati. 
Non ancora, penso, la pelle delle braccia che si trasforma in pelle d'oca. 
L'uomo afferma di essere tornato per completare il compito del Reich, che il suo nome è Bertrand Schäfer. 
Ecco, chiudo gli occhi. Rivedo mia nonna e, più che un'ombra seduta accanto alla stufa, lei è il racconto di mio nonno. 
Mi sporgo di più dal bordo, le dita che sono uncini sulle lenzuola, come a trattenermi dal precipitare in un baratro. 
Bertrand Schäfer, leggo ancora, grassetto, Bertrand Schäfer. 
Bertrand Schäfer, diceva mia nonna del suo maschio, era il Hauptsturmführer del Reich, l'eroico Responsabile del Campo di Concentramento di Hannau.
L'articolo si conclude con una nota singolare, beffarda. Questo Bertrand Schäferch, questo povero pazzo, a cui solo gli abitanti del villaggio sembrano dare un incredibile credito, ha rilasciato una dichiarazione. 
Sostiene che la prova di quanto il Reich sia millenario è proprio nel nostro modo di giudicare gli altri. Per questo il Giorno della Memoria lo ha richiamato a noi. Perché noi siamo i suoi simili. 

[...]

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