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Sotto la terra qualcosa campa - esumazione delle prime venti pagine (circa)


Non è un romanzo per un lettore forte. 
Non è un romanzo per un blogger acuto. 
Non è un romanzo per un editore serio.
Non è un romanzo da affollare librerie.
Ti piace anche se non ti piace.


Sotto la terra qualcosa campa
Giovanni Sicuranza

















Due respiri.
Uno per capire, l'altro per finire.
Quando succede, credimi, sei solo. 
Tu e nient'altro che la tua solitudine. 
Chissà se comprendi mai la glaciazione della morte, l'estinzione di massa di ogni tua sensazione. 
Certo, magari ci hai sperato da una vita, che so, perché sei stato circondato da persone imposte, svuotato da empatia, ma lascia perdere quel sorriso sghembo, ti sta come un salice piangente a sfregiarti le labbra.
Tra poco avrai la necessità di liberarti dal peso della notizia con un sospiro.
Un sospiro lungo. 
Un sospiro sottratto dalla totalità finita dei tuoi respiri. 
Per il momento c'è ancora tempo per riflettere su come questa società ha rimosso la fine dell'individuo; più acquisiamo consapevolezza della vita, della nostra singola vita, più la morte ci appare inenarrabile. 
Lo vedi, la morte deve accadere distante, meglio se ospedalizzata, in un reparto apposito, in una casa di riposo.
Una eterno riposo s.p.a.; che sia ovunque, purché lontano dagli sguardi dei vivi. 
La morte rimossa, la morte negata. 
Abbiamo sconfitto malattie, e quante pandemie uccise dall'uomo, non tutte, certo, ma molte, tante. 
E poi rimane questa cosa assurda che è la morte. 
Ai funerali si va di corsa, con i familiari superstiti si fatica a trovare parole adatte. 
La morte altrui disorienta. 
Quella vicina, intendo, perché sappiamo esorcizzarla nella libidine di quella sceneggiata, narrata sui video, sbirciata attraverso un incidente stradale. Quella lontana, tenuta a distanza, quella che non ci chiama direttamente, ci attrae con un fremito, ne abbiamo anzi bisogno, perché mostra che noi, qui, continuiamo a vivere.
Ah, che fai, non ti alzare, ricorda che se smetti di leggere adesso, ti rimane la realtà. 
Pensa che nemmeno riusciamo a dire di un nostro caro che "è morto"; ehi, mio padre è morto, sai che mia figlia è morta, figurati, no, ci giriamo intorno, sudiamo metafore, da "papà se ne è andato" a "la cucciola è volata in cielo".
Non ridi? 
Io, scusa, lo trovo buffo, assai buffo, perché vedi cosa accade, accade che non credete in noi, noi figli della vostra paura.
Ci vuole nulla a trasformare i defunti in zombie, basta allontanare l'idea della morte e privare noi morti di dignità. 
Per questo torniamo. 
A centinaia, a migliaia. 
E voi nemmeno ci realizzate, nemmeno osate darci la dignità del riconoscimento, figurarsi, siamo la morte che cammina accanto alla vita vostra e allora basta renderci fonte di commercio, in questo siete bravi; diventiamo film, fumetti, merce di questo intrattenimento che è vostra misura di vita. 
Adesso alzati, dai, non so quanto hai trascorso a leggere questi deliri miei, forse un paio di minuti.
Io non ho altre parole, mi scuserai se, come dire, mi manca il fiato. 
Torno alla tomba mia e tu puoi ritenerti libero di trascorrere la sera come meglio credi. 
Già, alzati piano, e mentre lo fai, per cortesia, scopri questo, scopri che hai appena perso due minuti della vita. 
Andati per sempre. 
Magari chiediti se in questi due minuti hai vissuto. 
Chiediti se ne valeva la pena.

***

Non si alza. 
L’incubo dello zombie ha lasciato in questa sua stanza un tramonto acre e fetido, come di agrumi spremuti nella fogna. 
Lui 
non si alza.
Due minuti smarriti. 
Pensa al romanzo, da due anni non riesce a terminarlo. 
Ha scritto capitoli sparsi, disarticolati tra loro, come singhiozzi di narrativa; mentre descrive corpo e sangue di uno, ecco in arrivo un altro, ma non è che l’insieme dei singhiozzi forma un senso se non 
nello spezzare la trama del respiro. 
Sussulta quando intorno riprende lo zampettare delle travi.
La famiglia di topi lungo lo scheletro delle mura è come pioggia invasiva, una tachicardia che rimbomba attraverso le pareti ed enfatizza la morte della casa. 
Pensa invece a tutta la morte che vive sotto terra, dice all’ombra riflessa dallo schermo del computer, là dove i suoi capelli sono come rami sottili, deformi, scuri, avvolti da luminescenze boreali. 
Pensa agli organismi che divorano terriccio e si muovono ciechi tra le notti del sottosuolo. 
Ai defunti che si trasformano. A quelli che trovano rifugio nella tua mente arida di ispirazione. 
Sospira, sì, come aveva detto lo zombie, e davvero crede che questo è stato uno degli ultimi sospiri. 
La mano si allunga tra le penombre, fende l’aria densa, artiglia l’interruttore e la stanza socchiude una palpebra di luce. 
Sono pronto, dice. 
Non ho capito, caro; sua moglie dalla cucina accanto, una pausa, il tempo di un altro sospiro;
Ah, certo che è pronto, vieni a tavola.
Lui però
mica si alza.
Caro?
E’ vero, si muore in solitudine, tutta la vita è un rantolare verso il vuoto e il movimento è così inesorabile che l’unica difesa è dimenticarsene e fottere l’ansia con il possedere e rincorrere oggetti e persone. 
Feticci di vita. 
Magari si può tentare di allontanare il momento assorbendo le storie di altri, leggere più libri possibile, ingravidare il vuoto esistenziale con centinaia di personaggi e di trame, per poi declamare di avere vissuto. 
A lui rimane questa strategia, lasciare un romanzo di morte a chi persevera nella vita e ha smarrito la consapevolezza della fine. 
I suoi personaggi vivranno oltre la vita del creatore. 
Saranno le ombre che si rinnovano ad ogni lettura e ancora dopo, perenni sui respiri ultimi di ogni singolo lettore. 
Caro, hai sentito? La cena è fredda. 
Sì, è fredda, ripete lui, tutto è persistenza di caducità. 
I topi, inaspettati, improvvisi, smettono di zampettare. 
Lui, adesso, si alza. 
La solitudine del creatore è necessaria al romanzo. 
La solitudine totale, disperata e priva di consolazione, è l’apoteosi per riempire di narrazione la moltitudine di lettori. 
Appoggia la mano sulla maniglia della porta che lo separa dalla moglie.
La maniglia ha denti di gelo, le dita, indifferenti, stringono. 
La morte della moglie servirà a riempirlo di solitudine e a dargli il dolore necessario a caratterizzare il romanzo. 
Arrivo, 
sussurra. 
Lei lo osserva, il viso bello appena appassito di lato sul collo. 
Prova a sorridere, dai, gli dice e sospira. 
Sospira lei. Sospira lui. 
Sei la signora della casa. 
Beh, le mie amiche direbbero che è un commento maschilista, però; un sospiro, un altro; grazie, caro. 
Un passo, un passo ancora, il corpo di lui che sussurra sul bordo del tavolo, il fruscio delle mani che sfiorano il sudario del cibo in offerta.
Bella questa tovaglia grigia. Non l’avevo notata prima d'ora. 
Ah, era a metà prezzo al mercato, gettata tra cianfrusaglie abbandonate da chissà chi, da chissà quanto tempo; il collo di lei deglutisce, ancora piegato su una spalla; non hai fame?
La nostra casa è il nostro rifugio. 
Lei si morde un labbro, gli occhi attenti, verdi e immobili nei suoi. 
E, vedi, ci suggerisce anche dove saremo dopo. 
Siediti, caro, lei deglutisce, ancora, parliamo mentre mangiamo.
Voglio dire, la casa ci racchiude, ci protegge; lui non si siede; Lo stesso che la tomba fa per i nostri corpi.
Ah, mi sa che stai pensando di nuovo al tuo romanzo, ma a stomaco vuoto viene male, siediti, dai.
Lei fa per accomodarsi, ma l’espressione di lui è una massa oscura che la trattiene, sospesa, a metà della discesa sulla sedia. 
La tomba, cara, la tomba è la fossa. Dunque; lui non si siede; dunque possiamo affermare che la signora della casa è la signora della fossa. 
Silenzio.
Tu, cara, sei la signora della fossa. 
Cosa, cosa dici; un sorriso affiora tra le pieghe del viso bello di lei e subito affonda; mi sembra che stai, ecco, insomma, forse esageri; siediti, dai. 
Vedi come sei brava ad ispirarmi, tu, il mio personaggio. 
Io?
Tu, signora della casa, signora della tomba. Tu, ecco, sei Nostra Signora della Fossa, la consapevolezza di ogni nostra morte. 
Lui, infine, annuisce.
Lui che è lo scrittore e trova nel coltello apparecchiato la penna per proseguire il romanzo.
Ispirato e afflitto, si disegna un sorriso.
I denti bianchi, con i canini solo un po’ storti e appuntiti, sono la trama ultima che narra alla moglie.



Storia di Lavrange e della Signora della Fossa


Ricorda questo, tu che ti appresti a leggere di Lavrange e delle sue miserie.
Quando ancora si usavano le mappe di carta, ne prendevi una dell’Europa, e, se uscivi dal labirinto delle sue piegature, indicavi un punto a caso.
Non importava se oriente, occidente o ovunque, il fatto è che spesso ti imbattevi in un luogo chiamato Lavrange.

***

Fino agli inizi del XIX secolo Lavrange è stato il nome più frequente dei luoghi urbani nati dalla morte collettiva. I primi borghi, sorti sulle sponde dei fiumi, sono documentati dalla metà del XII secolo, durante la prima espansione demografica medievale.
Poi giunse la grande carestia europea dei primi decenni del XIV secolo, che prosciugò migliaia di animali, uomo incluso, e subito dopo ad ogni porta di casa e di chiesa si presentò la prima ondata di Peste, silenzio e deserto dei popoli.
La carestia. L’epidemia.
L’estinzione della terra e di chi dalla terra dipendeva.
Lavrange era ogni centro organico, ogni paese risorto su moltitudini di morti.
Come puoi vedere dalla vecchie mappe, l'Europa ne era piena. 
Non i trattati, non la moneta, Lavrange dei morti è stato il primo elemento durevole e comune dei proto Stati.
Eppure questi luoghi nascevano e perivano nel giro di due o tre generazioni, il tempo di una grande mietitura umana per la falce della Morte.
Mai sono riusciti ad aggregarsi in città.
Nella tradizione indoeuropea, i lavranger erano i primi nomadi che migliaia di anni addietro, a partire dalle steppe a nord del Mar Nero, lasciarono la caccia per l’agricoltura. 
Erano gli avi dei campi coltivati, della fine del vagabondare; le popolazioni dei raccolti monogame, quelle che la terra domano, devastano e curano, temono e abitano.
Quelle che nella propria terra muoiono e, sepolti, le danno credo e nutrimento.
Nell’era moderna non trovi indicato un Lavrange che sia uno.
Non è negazionismo, è solo la morte che è diventata tabù e al nostro vivere si è celata. 
Eppure a ben vedere, a ben leggere la mappa cartacea, esile di rughe, un luogo così, uno, unico, rimane.

***

Visto dall’alto, in scala, il fiume che lambisce il paese di Lavrange, oggi sopravvissuto, sembra un volto caprino, lungo, sottile, fino a quando si biforca con due corna a chiudere le mura medievali. Anche il colore delle sue acque, verde scuro, dove i cipressi si raccolgono ad oscurare il mondo, richiamerebbe all’osservatore una bestia giunta dalle profondità della terra, forse dagli inferi.
Le mappe digitali non sono adatte a questa rappresentazione e il paese di Lavrange deve svelarsi improvviso al turista che gli capita dentro, accolto dai teschi dei fondatori, sentinelle nelle santelle, memorie agli angoli delle strade, tra nebbie di polvere e ghiaia. Non di asfalto, ci mancherebbe, l'asfalto è roba da google maps. 
Mai, a Lavrange, ha coperto il ricordo dei defunti.

***

Per il mio amico Leopoldo quei teschi grotteschi, esposti al pudore eppure sopra ogni giudizio, schernivano la vita. 
Anche oggi, mentre mi preparo ad ucciderlo, lo ricordo con gli occhi smarriti nelle santelle. Ci ritrovammo in un paese che era la primavera della nostra età adulta e il tramonto dell'epidemia letale.
Questa giunse improvvisa, durante il riscaldamento globale che ancora sta trasformando la terra, e non ci diede modo di contenere i casi. 
Prima di essere riconosciuto, ogni contagiato aveva liberato milioni di batteri lungo decine di vie respiratorie feconde e indifese.
La Bordetella Pertussis si era sparsa in tutta Lavrange, tanto affamata, festosa e vogliosa nel bordello di carne e saliva della prima generazione dei non vaccinati.
Iniziarono i bambini. 
Scesero in casse da morto, bianche come la promessa del latte appena munto, per sempre muti di giochi e risate.
Finita la vernice in lattice, le loro bare si fecero colore pece e affollarono le strade e i cortili e la chiesa, simili a bubboni di Peste Nera sulla pelle di Lavrange.
Per gli ultimi cuccioli bastarono appena i sacchi dell'immondizia e molti di loro finirono chiusi insieme, in una calca di putrida miseria, uno contro l'altro, fino a quando non rimaneva spazio libero nemmeno per un dito, nemmeno per la pietà.
In quel primo autunno, alcuni anziani dicevano che Nostra Signora della Fossa, la strega, ancora girava per le case a raccogliere le lacrime dei genitori. 
E qualche adulto sparì, forse consumato dal dolore, forse dalla rabbia di chi aveva perso un figlio vaccinato a causa di tanti bambini scoperti dall'immunità. 
Gli anziani insistevano, erano convinti che fosse colpa della strega, dicevano che Nostra Signora della Fossa era lo stato fisico della Morte e che la Morte viveva a Lavrange.
Nessuno aveva la forza di approfondire. 
Quando si è sopravvissuti, la vita è fatica, è concentrazione su chi rimane, è ripartire da nuove semine, da nuove regole, da altre famiglie. 
Non resta affanno per i morti, il dolore sociale deve esaurire presto il suo credito per lasciare posto al rinnovo della comunità.
A questo servono le fosse comuni; non solo per motivi di igiene, ma anche a seppellire tutti in fretta per non perdere la speranza nel futuro.
Lavrange non fece eccezione e, a differenza degli altri luoghi dallo stesso nome, ancora esiste.
Così, in quei primi mesi di lenta ripresa, Leopoldo ed io giravamo come profughi tra i silenzi della bruma.
Lui era tornato a Lavrange per seppellire le sorelline e per un lugubre progetto.
Io ero tra i pochi ragazzi che ancora respiravano.
I miei genitori avevano deciso di vaccinare me e mia sorella, credo perché ricordavano i racconto sui lutti dell'epidemia di influenza, quella grande e grassa, la spagnola, quando Nostra Signora della Fossa era risorta in paese e si era presa i loro nonni e i fratelli e le sorelle e tanti altri nonni.
Ne parlavano sempre, tra loro, con noi, al paese; ricordo le preghiere intorno al tavolo, nelle omelie della chiesa, alle commemorazioni al cimitero della collina; ci dicevano che Lavrange non avrebbe mai mutato nome perché troppe volte i virus e i batteri avevano saccheggiato e depredato la sua gente.
Nostro padre diceva anche che per questo abbiamo bisogno di Nostra Signora della Fossa, che sempre si bisbiglierà il suo nome tra i sopravvissuti. 
Nostra Signora della Fossa è il feticcio della Morte, un volto di donna da individuare per ogni generazione, da affidare ad una femmina storpia o ribelle, o entrambe, perché, si sa, la donna non devota diventa brutta anche nell'aspetto. 
A Lavrange scegliere una strega è necessario per evitare la disgregazione. 
Vedere la strega, additarla, controllarla, renderla causa dei mali, protegge dal dolore improvviso, dalla morte inaspettata. Diventa coesione sociale, un credo comune per le persone. 
A Lavrange Nostra Signora della Fossa è come una religione, come la vostra Madonna. 
A volte, mentre ci porta via, ha persino la sua stessa triste compassione.

***

Mia madre era più interessata alla tradizione che a queste spiegazioni sociali. 
Nostra Signora della Fossa è il mito più importante del paese, diceva, la Santa Morte che si prolunga dalla prima pandemia di Peste Nera. 
Dopo il cimitero, scendevamo lenti per pochi metri verso le ultime case e, mentre papà brontolava e tirava dritto, ogni volta mamma ci portava a vedere l'occhio nero della strega. 
State attenti, non vi avvicinate troppo e respirate, respirate bene, piccoli miei, se sente un respiro regolare Nostra Signora non arriva. 
La mano di mia sorella cercava la mia, fredda, sudata, e si accucciava dentro. 
Erano i nostri momenti intensi a contemplare il nulla. 
Ricordo che ci sembrava di avere perso l'udito, tanto il silenzio era forte, e il linguaggio, tanto le parole erano incapaci di sopravvivere sulla voragine che lacerava e rapiva la terra di Lavrange. 
Il buio di quel fosso era così assoluto, solido, che a volte credevo di poterci camminare sopra. 
Mia madre forse lo sapeva, perché ci abbracciava stretti stretti. 
Qui non c'è ritorno, diceva, questa è la Morte.
Mia sorella finì a sette anni; la pertosse aveva sfibrato i suoi anticorpi come era accaduto con altri di noi, protetti, sì, ma incapaci di resistere tra la moltitudine dei non vaccinati.
Leopoldo aveva vissuto nelle fortezze di una scuola alberghiera, tra sorrisi lontani. 
Il mio amico d'infanzia mi aveva chiamato mentre l'epidemia, affamata, priva di nutrimento, già agonizzava sopra i morti. 
Lavrange poteva essere la sua occasione di costruzione. 
Ci vuole rinascita, comprendi, ti ricordi il mio progetto sul vecchio ospedale, ecco, è il momento, ci vuole un albergo, una speranza. 
Lo chiamerò l'Albergo dei Tre Atti e lo farò costruire accanto al cimitero, la vita che si oppone alla morte, cosa ne pensi? 
Perché dei Tre Atti? 
Ah, cosa importa adesso, dico, nascita, crescita e morte, ecco perché e te lo spiegheranno per bene i fantasmi, se mai fantasmi riuscirò ad ospitare. 
Sì, sai, è un'idea malsana e per questo scommetto che funziona; l'albergo sarà la comunione più prossima tra la folla durevole dei morti e quella transitoria dei vivi, sarà come un centro di memoria e pellegrinaggio.
Quella era stata una telefonata satura di entusiasmo, non un sospiro aveva dedicato alle sorelle morte. 
Dal giorno in cui era entrato nelle mura di Lavrange, però, anche lui sembrava un cadavere. 
Si aggirava tra le vie melmose, che ancora esibivano gli odori e i liquami della putrefazione, il passo da zombie, le labbra appassite. 
Guarda questi teschi nelle santelle e poi guarda le foto dei vivi, mi diceva; queste persone, vedi come sorridono, un profilo qua e adesso, vedi, altro sorriso smagliante per un'altra bacheca, tutti così disponibili da mostrare i denti. 
Io arrivo da un mondo così, amico mio. 
Un mondo dove la morte è rimossa. 
Sorridere è anche un tentativo per sconfiggerla, non credi?
E' una sfida che unisce la società. 
Io sorrido perché sto bene e tu mi sorridi perché lo sai e anche a te la vita sorride e nella foto amplifichiamo al mondo questo messaggio e mostriamo la nostra bellezza, la nostra capacità di essere vivi. 
I denti belli dei viventi, è una rima, vero? 
E adesso guarda il paradosso, guarda l'inganno, osserva i teschi nelle santelle e poi i sorrisi di questi profili condivisi; i loro denti dietro le labbra svelano il cranio sotto la carne, sono le ossa della morte dietro le armonie del viso.
Mi diceva così nei primi mesi trascorsi tra i miasmi di Lavrange, e i suoi occhi fuggivano dalle immagini sul social network per trascinarsi nelle santelle. 
Io non sorrido più nelle foto; è una visione terribile, capisci, i nostri denti mostrano come saremo dopo la decomposizione.

***

A Lavrange, invece, la Morte continuava a sorridere. 
Lo faceva oltre i confini di ciascuno di noi, delle nostre vite, di quelle dei nostri cari. 
C'era un sorriso lungo e fermo ad ogni biforcazione di strada, un sorriso che si svelava dentro una santella.
Forse sai che la santella si trova soprattutto in Lombardia e in Veneto, qui più nota con il nome di "capitel", e, se hai avuto modo di incrociarne una sola, probabilmente il suo ricordo ti è rimasto dentro, non tanto nei particolari, quanto come un'inquietudine sfumata, nebbia tra la nebbia della tradizione del paese che la ospita. 
La santella in origine racchiude l'icona di un santo o una madonna, è il rifugio di una statua sacra erta sopra una roccia nei crocevia di maggiore passaggio. 
Era, e per qualcuno ancora è, la protezione dei viandanti, perché vagare è la conquista più forte della nostra specie, ma sempre racchiude incognite. 
Dove si va. 
Chi del nostro gruppo giunge vivo.
A Lavrange, alcova di morte, il cammino era diventato una metafora d'obbligo del passaggio verso la fine e forse è per questo che, a poco a poco, i santi vennero sostituiti dai teschi degli antenati fondatori del paese. 
Esumati, scarificati dalle proprie tombe, scarnificati quando necessario, decapitati e poi messi lì, santella dopo sentella, ad osservare il viandante. 
A ricordare nel buio silenzio delle orbite che in questo luogo non si fanno promesse e le speranze sono aliti fragili.
Leopoldo diceva che i nostri teschi se ne stanno ovunque esposti, a sorridere, perché sanno delle nostre coscienze, tutte, comprendono quanto sono destinate a dissolversi ben prima delle nostre aspirazioni. 
Io credo che Leopoldo amasse Lavrange proprio per l'atmosfera insalubre di nebbia e putrefazione, per la sua assenza moderna e per i nostri ricordi gotici, lo credo anche se mai ho cercato di approfondire, né quando tornò per il progetto dell'albergo, né in questi giorni, mentre dell'albergo sono l'ultimo ospite e mi preparo all'idea di uccidere lui, la sua promessa sposa e gli altri ospiti residui.

***

A volte anche Leopoldo ha sorriso. 
Lo ha fatto il giorno in cui ha conosciuto mia figlia, il giorno in cui l'ha spinta a diventare donna, e, così lei mi ha detto, anche il giorno in cui l'ha lasciata per l'altra. 
L'altra che è stata il mio cuore d'infanzia, che diventerà sua moglie pochi minuti prima della mia strage.
Mia figlia, invece, è la più giovane strega di Lavrange.
Lei stessa, ridotta ad uno scheletro di solitudine, ha chiesto agli anziani di essere additata come Nostra Signora della Fossa. 
Non c'è stata alcuna formalità, nessuna cerimonia. 
Non un annuncio ufficiale. 
Gli anziani hanno sospeso le bevute, hanno spezzato i canti, hanno detto alle donne e ai bambini di non uscire dalla taverna, di ascoltare in disparte, dietro i banchi, e ognuno si è trascinato dietro uno sgabello di castagno, di pino, di rovere, decine di vertigini di legno grezzo a tre gambe. 
Si sono seduti a cerchio. 
Perché, ragazza, hanno detto a mia figlia, nel mezzo. 
Perché un uomo mi ha riempita di promesse e di seme e ora quest'uomo è nella vita di un'altra. 
Succede sempre, ragazza.
Perché mi ha lasciato la sua morte dentro. Nel cuore e nell'utero.
Non è un motivo per una strega. 
Perché con tutta la sua morte dentro io posso donare morte. 
Ne sei sicura, ragazza?
Sì, padri. 
Silenzio.
Quel giorno la nebbia riempiva Lavrange e il mio respiro. 
L'avevo vista gioire da bambina, la mia piccola, innamorata di ogni maschio, ragazzino o altro animale che fosse, e l'avevo vista piangere solo per un ricordo sulla tomba. 
Non su quella della mamma, morta nell'impeto della mia narrazione, e nemmeno su quella di mio fratello, celato a pochi anni nella voragine della strega. 
No, tra le tombe della nostra famiglia lei piangeva per la nonna. 
Per mia madre. 
Per Nostra Signora della Fossa.
Una ragazza madre ai tempi della mia infanzia, i tempi qui a Lavrange, intendo, era tanto fuori luogo da essere additata come strega. 
Mia madre accettò questa nomea con onore e rispetto, fino al sacrificio umano, fino a nutrirci nel sangue delle sue prede. 
Io sono cresciuto lieto e sano, pieno di adorazione, perché vedevo mamma evitata da tutti, certo, ma proprio per questo da tutti protetta. 

A Lavrange la strega non è roba da Inquisizione, da noi la strega è la Morte, te l'ho detto, e da noi la morte è trattata per ciò che è, anzi, per ciò che non è. 
E' rispettata, posta al di sopra del giudizio e della vendetta. 
Diventa la Santella.

Così una donna a Lavrange si riscatta. 
Per questo quel giorno non ho fermato mia figlia. 
Lei è diventata Nostra Signora della Fossa.
Sapevo che sarei stato suo complice di morte. 
Lei è epidemia, io l'eutanasia dei suoi moribondi.
A volte mia figlia entra nella fossa accanto al cimitero ed io l'attendo, giorno dopo mese, come mia mamma attendeva me e mio fratello dal vagabondare nel bosco, e nel frattempo preparava crostate grasse che nessuna donna sa fare - nemmeno mia moglie, sia chiaro, per questo è giusto averla uccisa con i miei racconti.

***

Ora forse è giorno di ritorni.
Il cielo è pieno di disfatte. 
Nubi tese all'esplosione del vento e della pioggia, Leopoldo che mi dice di prepararmi, che tra poco si sposa e mi vuole all'Albergo dei Tre Atti, perché morire nel momento del matrimonio è la promessa più sincera di eternità che lui e sua moglie possono scambiarsi.
A Lavrange l'inizio implica fine.
Io davvero credo che adesso tutto ha nuovo inizio. 
Guardo questo cielo, un otre nero che si mangia l'orizzonte, e i pioppi allineati lungo via del Filo, la strada che unisce la casa della strega al centro del paese.
La lucentezza delle loro foglie aumenta sempre quando il vento morde la pelle e la nebbia risorge dalle umidità della terra.
Inspiro i miasmi che rendono vivo il paese. È come entrare in un dipinto surreale, mi avverto come una persona estranea, dall’antropomorfismo distorto eppure familiare.
È come se dovessi continuare a narrarmi non più in prima persona, non con “io”, ma con un “tu".

***

Dici ai muscoli del collo di rilassarsi, alle braccia di cedere, concedi alla musica di entrarti dentro, ora che "Hey Laura" di Gregory Porter riempie l'abitacolo.
Forse adesso torni a casa.
Sempre dritto all'incrocio, hai appena girato a destra,
e forse no.
Non esiste bussola in questo grigioliquido massivo.
Non piove, non diluvia, è un reflusso emorragico di cielo.
E se credi sia meglio, continua pure a prenderti in giro, a dirti che puoi rilassarti.
Fallo mentre cadono bombe d’acqua nera a dilaniare la terra come frammenti oceanici.

***

Smetti di seguire la strada, non invocare punti di riferimento invano.
Qui dovrebbe esserci la filiera dei cipressi, ora non sai.
Vento e acqua sono in pieno amplesso, selvaggio, unico, potente, rapiscono la vista, ti costringono ad essere il loro guardone atterrito, null'altro concedono.
Riesci a girare il volante in un verso, eppure dell'auto rimane solo memoria, anarchia di un riparo metallico, la carena di una barca a ruote priva di controllo.
Non c'è più solidità e tuttavia ancora non tutto è passato allo stato liquido.
E' tanto, vuoi mettere, aiuta a sperare.
Casa tua è da qualche parte. In questa
terra oppure si è appena involuta allo stato liquido. 
Qui, sulla sinistra, c'è la santella di Nostra Signora della Fossa. Se non adesso, qualche respiro più avanti, forse appena dietro. 
Avanti, dietro. A cosa. All'acqua? Quante dimensioni riesci a contare in questa pioggia?
La santella non c'è.
Rallenti, NO, congela il piede, se stressi anche il pedale del freno perdi ogni speranza di una direzione.
Forse la santella è celata oltre gli strati d'acqua.
Forse il vento l’ha presa e gioca nell'aria, pezzo di marmo contro pezzo di cemento.
Ora li vedi, brandelli di cenotafio alla strega, dilaniati tra fauci di fulmini, proprio lungo il tuo orizzonte nero, e il brivido che senti adesso è diverso.
Non è di freddo. Non è di smarrimento.
Tu vivi a Lavrange da secoli e sai,
sai che Nostra Signora della Fossa uccide per molto meno.

***

Quando è nata portava metà dei geni della madre e metà dei tuoi.
Nulla di strano, il genotipo funziona così, metà da madre, metà da padre, ed è continua deriva e mutazione dei singoli alleli, di quei corpuscoli minuti in cui vibrano le nostre istruzioni per l’uso evolutivo della specie. Solo che in Nostra Signora della Fossa le mutazioni hanno avuto un percorso singolare, così specifico da rendere la strega esemplare unico di una razza diversa della specie umana.
È tempo di fermare l’auto, forse anche il cuore, di arrendersi a quest’urlo liquido che sta cancellando Lavrange.
Solo le tue iridi, grandi come quelle di un bambino stupito, si muovono, corrono nel cielo a seguire la comparsa di grassi ammassi neri e grigi, mutilazioni di case, cascine, giardini e chissà cos’altro,
cos'altro di organico, sussulta un tuo sospiro.

***

Che Nostra Signora della Fossa fosse diversa per un capriccio genetico te sei accorto dopo il tempo della sua crescita; prima, quando guardava le notizie di guerra, acciambellata con mamma alla televisione, e si stupiva del perché la gente uccidesse altra gente, ti sembrava un angelo di figlia. Solo nel corso degli anni, dopo che aveva dilaniato famiglia e amiche, quando hanno concluso le indagini genetiche nella Clinica, tutto è stato chiaro. 
Hai deciso di tornare a casa per preparati all’invito all’Albergo dei Tre Atti, al matrimonio del tuo amico Leopoldo con un’ombra di donna già sconfitta dal tumore, e ora capisci che nulla sarà ordinario in questi giorni di festa, nulla sarà quotidiano con Nostra Signora della Fossa e la Morte che canteranno tra gli invitati.

***

È tempo, dunque, esci dall’auto, piano, alza le mani al cielo, e forse la strega riuscirà a riconoscerti come genitore e ti risparmierà e forse per questo ti ucciderà per sempre, fino a cancellare ogni tua memoria.
In ogni caso, vivo o morto, questa notte stessa sarai all’Albergo e porterai con te tutto il suo respiro, il respiro della Fine.
Ti schiaffeggia il vento, furioso, morde famelica ogni goccia di pioggia che cade sul tuo corpo.
Tu rimani fermo, cerca l’equilibrio, ogni istante rinnovalo, resta in piedi. 
Conosci l’evento.

***

Uccidere è l’effetto collaterale della capacità della specie umana di socializzare.
All’inizio della separazione dalle altre scimmie, l’uomo ha avuto necessità di creare gruppi più ampi di quelli tribali per sopravvivere al nuovo ambiente aperto, più ostile di quello confinato tra gli alberi, e questo, se da un lato ha spinto a sviluppare cooperazioni prima impensabili tra piccoli gruppi, fino ad amplificare il senso di altruismo, dall’altro ha incrementato la conflittualità con membri diversi, estranei alla società, visti come minaccia.
Accade ancora adesso, uccidiamo chi consideriamo diverso per etnia, nazionalità, religione.
Di questo la piccola Signora della Fossa si stupiva, mentre guardava il notiziario con mamma.
Non del perché scoppiano le guerre, no, quel tesorino tutto occhioni e boccoli, con il suo pigiama cucciolo, non capiva perché le guerre si limitassero a gruppi rivali. Nei suoi geni mancava il tabù ad uccidere il proprio gruppo, perché innanzitutto mancava la pulsione a socializzare. Per lei annientare la vita di un’amica, di un familiare, e poi di tutti gli abitanti della nostra comunità, era naturale come una risata e così, in modo spontaneo al suo essere, si comportò.
Era come quando piangeva e, per una qualche empatia genetica con l’ambiente, tutto intorno diventava tempesta.

***

Osserva come volano i resti della chiesa di Lavrange, e lì, alla destra dello sfacelo, il campanile si inabissa verso i campi come il becco di un rapace che insegue prede senza scampo.
Questo hai fatto ancora più fatica a comprenderlo, anche quando ti è venuta in mente la favola del pifferaio magico, mentre tua figlia era piccola e tu le suonavi il flauto e lei batteva le mani e tu pensavi a come la musica, il ritmo, riesce a modificare il comportamento degli esseri viventi. 
La cooptazione dei geni di tua figlia, così singolare da modificare l’atmosfera, ti è sempre sfuggita.
Del resto è per come riesce a potenziare i diluvi che lei è conosciuta come la strega. È per la sua indifferenza assassina che da strega delle piogge ha fatto il passo nelle paure della vallata, fino a plasmarsi nell’immaginario con la reincarnazione di Nostra Signora della Fossa, l’untrice della peste che nei secoli scorsi ha putrefatto Lavrange.
Sei tornato nella tua terra perché Leopoldo ti ha invitato al matrimonio ed ora te ne stai qui, fuscello in una palude di devastazioni, e guardi il cielo e aspetti.
Aspetti di potere parlare con lei, di spiegare a tua figlia che se Leopoldo ha deciso di sposare un’altra donna ci saranno nuove occasioni.
Che, figlia mia, non occorre piangere così.

***

Lei ti parla senza suono, con frasi piene e forti e con un sapore grigio di fetori.
Ho nome figlia, ti dice con la voce roca, che riconosci da secoli, quella assenza di respiro che non ha bisogno d'ossigeno per bruciare nelle orecchie. 
Annuisci, ecco, quasi osi scuotere la testa.
Mi chiamo padre, tuo padre, sussurri, Nostra Signora, scusami, ma ti conosco bene. 
Nostra Signora della Fossa ha un fruscio bagnato, quando i muscoli buccali si tendono nel ricordo di un sorriso.
Sì, padre, rammento il sapore delle tue cellule.
Guardala adesso, sospesa a pochi passi dal suolo, arti superiori e arti inferiori estesi, perpendicolari alla terra irrequieta, il busto eretto dove non c’è traccia di femmina, solo il nero più nero del buio che vi attornia; guarda che ti guarda e sembra un sorriso la luce che si apre sotto gli occhi grandi e notturni.
Intorno, il mondo è una febbre con convulsioni, arriva il caldo e intanto hai freddo, e foglie aghiformi cercano la pelle come zanzare e si infilano in ogni respiro e foglie squamiformi cadono a seppellirti come pelle morta.
Smettila, ti prego.
È lì che fai un errore, che entri nelle sue caverne oculari e supplichi, perché ti senti giunto al limite di sopportazione. 
Solo che Nostra Signora della Fossa ti frega proprio nei desideri. 
Vuoi placarmi?
Sì, ti prego.
Mi preghi?
Ti prego, figlia mia.
La sua possessione è subdola, non si evidenza. Chi ne diventa il sembionte non si trasforma, non muta aspetto o carattere. 
C'è solo un vuoto, la spossatezza e la rassegnazione, la rassegnazione che cresce. 
Ricordi che all'ultima fiera del paese sei stato bravo nell'evitare una strage; dice lei, delicata, in adagio di parole; hai ucciso marito e moglie poco prima della cena. Della loro cena sociale. Non ti sei soffermato sugli invitati. Tu che narri, padre, e la gente che ti legge e ti ascolta e più la gente si fa attenta sulle trame e più muore.
Lei ti sta penetrando i nervi ottici.
Ti aiuta a comprendere perché hai atteso il suo ritorno.
Sì, io sono tua figlia, la bambina con cui nessuno gioca, io sono la donna tradita dall’uomo.
Leopoldo, sussurri, ancora questo tormento, dovresti lasciarlo alla sua vita.
Hai ragione, padre, è proprio quello che dobbiamo fare, tu ed io, dobbiamo lasciarlo alla sua vita; quindi ora vai al suo matrimonio, corri all’Albergo dei Tre Atti. Leopoldo, la sua donna, gli invitati tutti, privali dei loro angeli custodi.
La sua voce ti svuota, ti invecchia, ti copre di bianco, un bianco opaco come i vermi che sorgono dalle zolle di terra, che si accucciano tra i piedi nudi di Nostra Signora della Fossa.
Ti fa rammentare la prima volta che hai scoperto tua figlia morta.
Il salice bianco cresce sulle sponde dei fiumi, nelle pianure acquitrinose; si arrampica su, su fino a milleduecento metri, e non conosce limiti di ubicazione.
La tua bambina aveva come compagno di giochi un salice bianco, cresciuto al limite della Fossa, quando ancora era piena delle acque del fiume e la chiamavano il Lago Nero.
Lo coccolava, lo accudiva.
Un giorno, mentre la nebbia nasceva, si spogliò e nuda salì in cima. Si coprì completamente con le sue foglie affusolate, acuminate all’apice, fino a che la sua pelle bianca scomparve alla vista del bosco.
Rimase lì, senza mangiare, senza bere, come defunta fino al tramonto, fino a quando tu, preoccupato, non andasti a piangere proprio sul salice.
Padre, perché sei triste, io sto qui e qui sto bene, il salice accoglie tutta la morte del mondo, sai, per questo piange. Lui mi comprende come voi non fate.
Senti il vuoto scendere lungo la schiena; mentre ritorni verso l’auto avverti le sue zampe, la rapida viscosità che tesse le tue lacrime.
Poi cerchi di non piangere, non come allora, cerchi di non voltarti verso tua figlia, di concentrarti su quello che dovrai raccontare al matrimonio di Leopoldo.
Soprattutto, cerchi, tenti, di non udire il canto di Nostra Signora della Fossa. 
"Se un giorno tu amore avrai",
è la melodia di Cenerentola,
era la preferita da tua figlia.
E quanto la senti, alle tue spalle, sopra il vomito del cielo, ha ancora la voce di una bambina fragile fragile.

(continua nella tua libreria)





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Pubblicato da La mitologia di Giovanni Sicuranza su Sabato 30 gennaio 2016







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