Ah, venire ...


Ah, venire ... Giovanni Sicuranza

Non sono un sandwich, tesoro, muovilo bene, quel salamino. 
Ecco, dico, il motore che mi si spegne dentro, il testosterone che batte in ritirata nel profondo dello stomaco; proprio a me, dico, doveva capitare questa. 
"Questa" intanto mi guarda e sorride, lo fa nel modo fottuto che conosce la donna quando vuole annientare ogni pretesa di supremazia del maschio,  verso l'estinzione di una scopata. 
Ti ho anche pagato, troia, le urlo addosso, potente come un'eiaculazione, ma lei mica mi sente, lei è un sorriso rigonfio, compatito, e poi appassito. Ammuffito. Ed io riesco ad urlare solo nella mente, dico, come si fa a dare della troia ad una ragazzina che nemmeno avrà la metà della metà dei miei anni, potrebbe essere mia figlia, con quegli occhi potrebbe. 
Muoio. 
Beh, fa lei, o almeno credo. 
Sono troppo altrove, adesso. Mia figlia. 
Oddio. 
Ti dai una mossa, rincara "questa", devo andare a scuola. 
Mia figlia, oddio, mia. 
E corro. Nudo come mi ha fatto mamma, no, peggio, allora mica ero peloso, con l'adipe a ballonzolarmi in un rap idiota tra torace e pisello, allora nemmeno sapevo correre, anzi, mai volato come adesso. 
Dove cazzo vai, stronzo, ehi.
Mia figlia, la piccola miseria dei miei geni, per colpa di questa puttana, oddio, oddio-dio-ooooh.
Finalmente urlo, urlo davvero, solo che mi esce un gemito da maiale sgozzato, lo so, perché proprio ieri me ne stavo sul divano, con moglie e figlia, a vedere un documentario sulla macellazione dei suini, e intanto pensavo alla porca a pagamento che mi sarei chiavato il giorno dopo, alla sua fresca bocca, al profumo di primavera sulla pelle, al fragore di autunno tra le cosce, all'eccitazione del proibito di farlo con una che nemmeno ha finito le scuole, ecco a cosa pensavo, è da ieri che ci penso, e così ho dimenticato mia figlia di due anni nell'auto, agguantata dall'afa, stesa al sole come un panno lasciato a prosciugarsi. 
Chissà quante ore fa è accaduto. 
Ehi, stronzo, nemmeno mi hai pagato, ehi, ferma. 
E' come una scia che mi lascio dietro, la voce di "questa", mentre corro nudo e crudo sotto la cappa di agosto, verso l'aragosta di mia figlia. 
Oddio, oddio. 
Lo stronzo, fermatelo, mi ha violentata, ehi, sono minorenne, ehi. 
E adesso basta. 
Mi giro, nemmeno lo so bene, il piede parte da solo, così, rapido, come un pendolo in arretrato che recupera il tempo perso, mi sembra di vedere la mia scarpa che entra nella bocca dell'urlatrice, che la penetra come avrebbe dovuto fare l'orgoglio di un maschio disperso, e poi sento rami secchi che si spezzano nella sua testolina immatura, ma non ho tempo di capire, mi giro di nuovo, verso l'auto, cado, e mi trascino, il piede dentro la testa di lei. 
La gente è un occhio enorme, inorridito. Silenzioso. 
Deve essere come in una scena de "Lo squalo", penso, e mi stupisco, che quasi mi viene da ridere; la bocca di lei spalancata, squarciata, il mio piede fino alla sua gola, io che rantolo sull'asfalto, rantolo l'asfalto, e lei, priva di movimento, eppure tenace, che mi viene dietro, che non molla.
Ho ucciso mia figlia, piango all'auto, dove mi immagino il fumo che esce dall'arrosto dei capelli dorati, dagli occhi grandi del mio cucciolo. 
La gente non accorre, però, nessuno mi aiuta, nessuno mi lincia, la gente fa no con la testa, no, non si descrivono scene come questa, troppo macabre, borbotta, suvvia, troppi dettagli fastidiosi, splatter; troppa scorrettezza, ecco, la prostituta minorenne, il modo in cui muore; e la figlia piccina, il modo in cui muore. Noi vogliamo sentimenti, dice la gente, sentimenti belli, poi uno si lamenta se perde gradimenti, se lo censurano, se lo ignorano; così dice, tutta, e si allontana, lasciandomi, verme teso verso l'auto dove cuoce la mia bimba, verso il suo sudario, nel vero senso del termine, piccola mia; io e la gamba che svanisce nel cadavere di "questa", in una simbiosi fatale e fetente. 
Non è narrativa questa, la narrativa non mostri la morte idiota, gratuita, anzi, e tutta la gente alza il dito in alto, lance di carne protese al giudizio del pallore del cielo; la regola della buona narrativa è: 
uno, mai fare morire bambini; 
due, mai fare sesso con minori. 
Ma questa è la mia vita, d'accordo ho sbagliato, ma accade, è la vita, nella vita muoiono anche i bambini, e fanno sesso anche a quindici anni, non capisco se è giusto o no, però accade, non potete negarlo andandovene; perché, dico, perché mi lasciate solo.
Mia figlia brucia sui sedili posteriori dell'auto, la ragazzina ciondola ignuda al ritmo del mio piede divorato, ed io sento l'asfalto diventare liquido, una palude rovente, nera, che, infine, mi consuma e cancella ogni altro capitolo a venire. 

Ah, venire ...



Commenti

Giovanni Sicuranza ha detto…
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Giovanni Sicuranza ha detto…
E c'è gente che diceva di non scrivere la parola "sterminio", di non mostrare dettagli dell'olocausto, anzi, degli olocausti; che certe cose, certo, meglio sapere che accadono, ma non è mica normale volerne conoscere i dettagli; insomma, diceva "questa" gente, si rischia di rimanere infetti, vittime e carnefici.

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