Il corso della vita


Il corso della vita 

Ha le palpebre sottili come vento, le iridi pesanti come l'afa dell'imbrunire. 
Osserva il paese che se ne sta immobile, tenace sotto il cielo fuso, il suo paese svuotato. 
La grande transumanza degli abitanti ha riempito il ristorante della collina di Lavrange; anche lei è qui, tra gli altri, oltre gli altri; i suoi occhi sono una nuvola carica di pioggia, grigi e blu, e cercano vagiti di vita tra sudori, risate, brindisi. 
Suo figlio è seduto di fronte, un mezzo busto prima del precipizio verso il paese, e guarda annoiato il volo delle mosche sul piatto dei salumi. 
Non mangi. 
No. 
Forse dovresti. 
Forse no. 
I polsi del figlio sono ancora stretti nelle garze bianche, che proteggono le ferite e allo stesso tempo le risaltano e raccontano una fiaba di morte.
Ci pensi ancora, anche adesso. 
Lui minimizza con le spalle; sai, mamma, basterebbe un attimo per lasciarsi andare nel vuoto, da qui, e getta una forchetta dietro le spalle, con i suoi denti appuntiti che cercano cibo e trovano gravità, multidimensioni di cadute, fin dove la collina sbiadisce nel cimitero del paese; basterebbe solo un attimo, mamma, settecento metri, un salto da niente.
Lei annuisce, lenta, cauta, le palpebre che risentono del tasso di umidità delle lacrime. 
Se ci fossero i tuoi nonni. 
Non ci sono, mamma, e nemmeno ho un padre, non ho una vita, niente. 
Ci sono io. 
Il tavolo sussulta sul pugno del ragazzo. Le mosche si spostano appena e tornano al banchetto. 
Tu, no, mai, fai la premurosa perché mi hai visto con i polsi tagliati. 
Figlio mio, ti prego. 
Dovevo parlarti così, mamma, con la forza della morte. 
Non so più cosa fare, ingoia lei, il cuore che cade nello stomaco, quel senso di nausea che credeva di avere lasciato all'afa della valle. 
E allora inventa, mamma, provaci, fammi cambiare idea. Oppure. 
Clap, e le mani di lui si chiudono su una mosca, clap, come il suono di un applauso a una vita schiacciata. 
Oppure salto.     
Cosa vuoi sapere? 
Prova a raccontarmi di Lavrange, mamma, di quello che è successo al paese. 
E' solo una maledizione, ti prego, io.
Il figlio, quel figlio perduto sull'orlo del precipizio, si sporge verso la madre e per un attimo le sorride, davvero, senza vestiti, come faceva quando era putino. 
Provaci, mamma, raccontami ancora della strega di Lavrange, vediamo se una storia di amore e di morte riesce a trattenermi dalla voglia di saltare. 
Lei deglutisce e le sembra di avere mandato giù un rovo.

[continua - anteprima da "Sotto la terra qualcosa campa", Giovanni Sicuranza]    


[immagine: Zaelia Bishop, "Curse of the vanished"]

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