Nessun caso per il Commissario Massimo Riserbo - capitolo due o


Nessun caso per il Commissario Massimo Riserbo 
- capitolo due o primo imprevisto - 
Giovanni Sicuranza


Eccoti, sfumato, subisci la scena e sudi, gradino calpesta gradino. 
Consumi rapido le scale, le navighi come furia di torrente, le lasci già alla riga precedente, dal primo piano alla porta principale, e non chiederti come mai sei in una casa estranea e non chiederti come mai conosci così bene la via d'uscita, l'autore è stato chiaro, arriva alla donna morente, la tua donna svanente, e fallo sotto la pioggia, deciso, diventa il fallo che penetra le zolle umide d'erba.  
Corri, c'è il motore, grosso, grasso, quel trattore che è ancora diafana minaccia, eppure non sai perché e non sai quando. Lo ha deciso Sicuranza e tanto basta.
Massimo Riserbo è un frullato di incertezze; succede ai personaggi che sfuggono all'autore, a volte fino al punto da prendere vita propria; è allora che chi scrive perde l'ispirazione, all'improvviso, abbandona la trama; non era quella giusta, passerò ad altro, la prossima sarà una storia più bella, questo si dice l'autore per consolare il proprio narcisismo narrativo; non si è accorto che un personaggio si è animato oltre le sue intenzioni, è uscito dalla trama, ha dissolto i pilastri dell'ispirazione.
Sicuranza lo sa, per questo ti ha gettato in una frenesia di azione, il lettore vuole conoscere, andare avanti, e il desiderio del lettore è il dovere del personaggio, il suo esserci per permettere la catarsi.
Corri, Massimo Riserbo, sii rabbioso, frustrato, tanto hai questo stupore che ti lega alla storia, hai questa donna, che è stata violentata, massacrata, e sussurra il tuo nome. 
Ora apri la porta, anzi, no, bravo, la spalanchi, ed esci; hai questa luna, appesa alla notte, e la guardi, la guardi, mentre il borsalino diventa pesante di rigagnoli di pioggia.
E in questo preciso momento, atavico, in cui i tuoi occhi sono sulla luna, con la stessa mistica intensità dei tuoi antenati, renditi conto di quanto Sicuranza l'ha fatta grossa. 
***
Perché ti fermi? Mi spezzi il ritmo della narrazione, dannazione, la mia visione, vai dalla donna agonizzante, attento alle ombre sul trattore. 
- E della luna cosa mi dici, genio?
E' piena, crea l'atmosfera rurale, il sussurro di una notte di pioggia e sangue. 
- Un altro cliché, vero?
Certo, è ispirazione, desiderio, la metti dove vuoi, nella cornice di una storia d'amore, sopra un amplesso, tra la morte, poetica, patetica e violenta che sia. 
Massimo Riserbo si volta verso la donna, immobile, sotto lo steccato, a pochi metri da lui, metri di terra umida e buia. Però mica la guarda, quegli occhi verdi palude vanno appena più in alto. 
- Dov'è il gatto nero?
Il gatto, sì, ma lascia perdere, anche lui è un orpello gotico. 
- Era, vuoi dire. 
Già, il gatto è sparito. Nessun problema, Riserbo, lo ritratteggio in un istante, 
- Bravo, non dire gatto se non ce l'hai nel sacco, e qui non vedo sacchi, non vedo gatti.
Ma chi se ne frega, ti rendi conto? Sei nel pathos della storia, il primo brano di alta suspance, il lettore è andato avanti per sapere della donna martoriata e della minaccia del trattore e tu, dico, ti perdi tra lune e sacchi e gatti?
- Il gatto è sparito, la luna si muove e questo capitolo è un sacco vuote che muore. 
La luna. 
- Senti, fenomeno di uno scrittore, come l'hai descritta all'inizio? Torna al capitolo uno e rileggi. "Occhio polifemico-gelatinoso".
Stucchevole?
- Questo lo davo per scontato, ma, credo, soprattutto un errore. Ora, sei hai la compiacenza di ascoltare il tuo personaggio e, già che ci sei, di fissare i crateri della luna, ti accorgerai del casino in cui mi hai messo, altro che donna agonizzante e psicopatico in trattore.  
Massimo Riserbo ha il trench giallo piscio, viscido d'acqua, lucido come pelle di serpente, e il borsalino così fradicio, con i lembi che cadono in basso, da sembrare un ragno nero intento a cibarsi della sua testa. 
Insomma, è buon personaggio noir, o gotico, e comunque fa abbastanza schifo, sarebbe un idoneo protagonista di questa storia. Il suo perdere tempo è irritante, eppure, quando affonda un piede nel fango e poi fa un altro passo, e un flop dopo ancora, capisco. 
La luna si sposta appena, con lui. Lo tiene d'occhio.
- Allora, fenomeno? Occhio polifemico, eh?
Era un modo di scrivere, insomma, quanti autori ricorrono ad auliche similitudini per descrive la luna, come "grigio sudario" oppure 
- Oppure taci. Mi basta il mostro che mi fissa, non ho bisogno di uno zombie taglia XXL.  
La luna si sposta da un lato, poi dall'altro, forse confusa. Può sentire Massimo Riserbo ed avvertire appena la mia presenza. 
- Complimenti, Sicuranza, mi hai calato in un romanzo di fantascienza, stile anni 50. Adesso chi aspetto? La calata dei seleniti? 
Non essere tragico, potrebbe diventare una fiaba, una bella fiaba per bambini. 
- Ah, ora mi sciolgo. E quello lì in alto sarebbe l'occhio del gigante; perfetto, mi basta piantare una pianta di fagioli e poi arrampicarmi fino a lui. Scrittorucolo, ti hanno mai detto che le fiabe celano tradizioni degne di uno splatter? Altro che storielle per bambini. 
D'accordo, Riserbo, potrei cancellare la luna, ma la notte diventerebbe troppo notte per descrivere i particolari della scena.
- Secondo me, con le dissonanze che hai già creato, è meglio risparmiare ai lettori ogni proseguimento di scena, anzi, lascia perdere, subito, rassegnati e passa ad altra storia. Con altro protagonista, grazie. 
No, insisto, non è ancora iniziata, insomma, la mia trama deve iniziare. 
- Beh, io non mi muovo, non con quell'occhio che mi segue. Secondo me, è solo quello che vediamo, occhio guarda occhio. Polifemo era anche tutto il resto, muscoli e denti, e non andava mica tanto per il sottile. Secondo me, Sicuranza, il gatto nero se l'è fottuto il mostro lunare, ecco perché è scomparso. 
Scherzi? Dai, tralascia la luna, se non la fissi, non ti accorgi che ti osserva. Ricorda la donna da salvare. 
Massimo Riserbo inizia a trivellarsi una tempia con l'indice. 
- Tu sei pazzo, credimi. Col cavolo che mi muovo, rischio di essere schiacciato, o chissà cosa. Come si dice, mi ha catturato con lo sguardo. Anzi, se vuoi un'intuizione da commissario, forse quella donna l'ha massacrata il polifemico e il rumore che sento non è di un trattore che si avvicina, in piena notte poi, figurati, ma della digestione del mostro. 
Stai diventando paranoico, Massimo Riserbo, e mi stai incasinando la storia. Prima, per farti smuovere dalla casa, ho dovuto introdurre la donna che ti conosce, ora, che dovresti precipitarti da lei, ti blocchi sotto una luna animata. 
- Da come mi fissa, decisamente ostile, direi. 
Allora, basta, sparale.
- Scrittorucolo, così, tra me e te, permettimi due particolari. Uno, spararle non basta a soddisfare il lettore; insomma, questo mostro è illogico nel contesto della trama; che senso ha con tutto il resto?
Beh, posso scrivere che è una tua illusione, sei così confuso, preoccupato per la donna, per la minaccia del trattore, che 
- Ah, bravo, quindi il tuo protagonista è uno psicotico, vero? Magari sono io che ho massacrato la donna e non lo ricordo, anzi, lei non mi sta chiamando, ma fa il nome dell'aggressore, vero?
Riserbo, psicotico forse no, ma paranoico, sì, è come con la tua fissa dei recensori. 
- Con quanto brio stroncheranno questo romanzo.
E il secondo particolare? 
- Il secondo particolare, caro il mio autore, è che devi spiegarmi come faccio a sparare, visto che non mi hai mai descritto con un'arma. 
D'accordo, Riserbo, anche questo capitolo è rovinato. Sono esausto. Adesso, con calma, adagio, torna in casa. Troveremo una soluzione nella pagina seguente.
[...]

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