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Visualizzazione dei post da Maggio, 2014

Specchio delle nostre brame

Specchio delle nostre brame - Giovanni Sicuranza
Quello sguardo, io non lo sopporto più; è lungo, penetra come un ramo, mi uccide, è gremito di spine. Non pensarci, le dico, la abbraccio e la stringo al petto mio, adesso non pensarci.  Invece lei ci pensa, piange, e, quando infine si placa e diventa ombra nella notte, accanto a me, in questo nostro letto di rughe, il suo respiro è caldo, libera rantoli e bolle di paura.  Mai ho amato così una donna, penso, lo penso fino a quando la campana della chiesa batte tre rintocchi, lenti, lunghi, sul cimitero dei nostri giorni, mai più amerò così un dolore di donna.  Poi mi alzo e copro gli specchi di casa con drappi neri. Riflesso dopo riflesso, li annullo nel buio del tessuto, li trasformo in buchi neri dove l'orizzonte degli eventi è la speranza di un'agonia serena. Faccio questo ogni notte, cauto, silenzioso, mi chiedo se basterà a fermare Eleonora, il suo cercarsi nello specchio, questo suo ghermirsi con gli occhi nei suoi occhi durant…

E scusate se mi viene da scriverlo così, senza crearci attorno un racconto

L'invecchiamento e la morte rappresentano un mistero su cui ci poniamo domande da piccoli, che neghiamo da giovani, accettiamo con riluttanza da adulti.  La riluttanza diventa il tabù trasferito sulle domande dei piccoli. Li lasciamo crescere in un mondo in cui la morte è filtrata da Disney & Company (la morte colorata, pulita, l'evento strappa-lacrima), il nonno defunto è filtrato nel rito funebre, durante il quale mille occhi adulti, timorosi, fanno da barriera tra il bambino e la visione diretta del cadavere; il film horror (non mi riferisco allo splatter fine a se stesso), come ammonisce la televisione, è solo per i grandi, evidentemente perché l'adulto è incapace di spiegare persino la finzione della morte ai propri piccoli.  E quando si invecchia male, succede che siamo muti, isolati in una stanza aliena da casa, pieni ancora delle stesse domande.  Perché, da bambini, nessuno ci ha dato risposte, solo paure e silenzi.  [cit. Giovanni Sicuranza di ritorno da una piacev…

Bianconore

Ringrazio Bianca Rita Cataldi, che, dal sito "Leggere a Colori", onora la mia opera di accostamenti narrativi e cinematografici:  http://www.leggereacolori.com/letti-e-recensiti/sponsorizzati/recensione-di-storie-da-citta-di-solitudine-e-dal-km-76-di-giovanni-sicuranza/

P.S.: il lato "negativo", individuato da Bianca Rita Cataldi, è giusto il motivo per cui Case Editrici di un certo spessore rifiutano i miei manoscritti; è proprio il motivo per cui, da "Storie da Città di Solitudine e dal Km 76", ho abbandonato gli Editori e, anche per i successivi tre romanzi, ho scelto l'auto-pubblicazione (persistendomi nelle ombre narrative). 

N.B.: Il leitmotiv oltre il leitmotiv, il grande tema sicuranziano, non è la rinuncia, ma l'incapacità di accettare la rinuncia, l'ultima rinuncia, come evento naturale non solo della vita, ma dell'evoluzione della specie. Per questo la mia narrativa è placidamente tenebrosa. Grazie.

Il ricordo

"Il ricordo", G. Sicuranza


E dunque?  Dopo che avrai sofferto per me, rimarrà che smetterai di soffrire per me.  A prendere il posto del pianto verrà un ricordo, da subito si farà fragile, e canuto, sulla morte e su altra morte di ogni singolo tuo neurone.  Dunque, dopo che avrai sofferto per me, la tua memoria sarà solo più vecchia, fors'anche ferita, e affannosa di nuova vita.
[immagine: Sirena invertita di René Magritte]

Oltreanima

Oltreanima - Giovanni Sicuranza


Lei che ti guarda, e lo fa così, fragile, come vive la vita.  "Vorrei che le nostre anime vibrassero insieme", ti dice, lieve; trema ogni sillaba al vento, come foglia d'autunno, e tu lo senti, questo suo diaframma contratto. Fai sì, sì, due volte sì con la testa, poi torni a socchiudere gli occhi nella fossa tra le montagne e pensi. "Allora", osa Elisa, "Allora, dimmi" Chiudi le palpebre, e sai che è vero, Elisa, dalla vita, non ha appreso nulla.  Siamo due cuori e una capanna, aggiunge, o forse no, forse è solo lo sbuffare del vento a cui dai forma, perché questa è la frase scontata, che dovrebbe seguire alle sue banalità sull'amore.  Però Elisa non ha colpa, è stata educata come tutte, fiabe a lieto fine, Barbie e Ken, rospi che si trasformano in principi, quando è più facile che un principe sia il pasto di un rospo, insomma, almeno è questo che ti viene in mente, prova a seppellire il cadavere del principe in una palud…

Spiriti nel cemento

Spiriti nel cemento
Li ignoravo, invisibile agli sguardi, seduto accanto, e di fronte, o appeso alla maniglia dell'autobus, spalla contro spalla. Concreto e silenzioso, loro non si accorgevano di me. Eravamo insieme, e distanti, tutti distanti, nel virtuale, frenesie di dialoghi con identità evocate su Facebook, su Twitter e in altri social network. Continuavamo a chiamarci società, anche se ognuno di noi era chiuso in membrane ostili agli odori e ai respiri altrui, rassicurati da contatti aperti appena con l'invisibile altrove. Vivevamo, insomma, di continue evocazioni di fantasmi, dove il medium era il nostro antropomorfo cellulare. 
[brano tratto dall'ultimo romanzo di Nikolaj Vasil'evič Gogol' *]


* in arte Giovanni Sicuranza