Lazzo


Lazzo *Giovanni Sicuranza


Mama scruta l’abisso dell’orofaringe di Lazzo, il tempo di conoscere il cocktail odoroso di cibi e segreti putrefatti, e vomita a getto. 
È così che il mio bastardino soffoca nei liquami di Mama, questo mio botolo unico e raro. 
Ha i denti mica sani, aveva appena detto, secondo me è infetto.
Papa le aveva risposto spallucce e allora Mama si era tirata su le maniche della camicia, aveva mostrato alla famiglia appena allargata i tatuaggi con il nome mio sull’avambraccio destro e quello di mio fratello defunto in gotico nero grassetto, a circumnavigare a sinistra.
Te lo scordi che lo chiamiamo Oreste, mi aveva detto, non esiste che diamo a questo botolo il nome di mio figlio;  guardalo quanto è brutto. 
Il cucciolo però sapeva il fatto suo. 

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Era salito in macchina mentre Papa acidificava i prati comunali con l’urina e la portiera del guidatore era rimasta aperta sul lato del canale di scolo.
Ma che cavolo, aveva detto. 
Dai, Papa, ti prego, teniamolo, guarda come mi lecca. 
E’ brutto, figliolo, spelacchiato, e, uh, sembra un concentrato di flatulenze pronto per i botti di capodanno. 
Ma è spaventato, Papa, lo avranno abbandonato i soliti bastardi, dai, lo dici anche tu che non si abbandonano i cani sulla strada.
Papa aveva osservato assorto le zampette deformi del botolo, piegate sotto il peso di un corpo da salsicciotto. 
Il peloso, grigio temporale, si era messo a vibrare con il muso, forse impaurito, quindi aveva rigurgitato tra le mie gambe una schiuma densa e verde, tipo una pallottola di gorgonzola. 
Beh, ci sono delle attenuanti all’abbandono; aveva detto Papa, cauto; uh, è malato, fidati, magari ti sta già contagiando.
Mama sarà entusiasta, potrà prendere il posto di mio fratello; dai, anche lui era malato, Papa.  
Il botolo era diventato due occhioni neri dentro quelli di Papa. 
Lui si era allacciato la lampo, aveva asciugato le dita urinose sul volante - e fa sempre così, e col cavolo che a diciotto anni gli chiederò l’auto in prestito.
Poi eravamo ripartiti. 
Il botolo era morto dopo mezz’ora dentro il vomito di Mama.

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Prima di seppellirlo in giardino, lo pulisco, gli apro a forza gli occhioni bui, e lo sistemo nella cesta natalizia tra i nastri rossi. 
“ecco mio nuovo cagnolino”, digito su instagram e dopo un’ora ho già centoventisette like. 
Sento in sottofondo Mama che piange e Papa che alza il volume della televisione e aggiungo una didascalia:  “il mio cucciolo si chiama Lazzo”. 
Non dico subito che è morto. Prima li faccio gongolare, tutti, poi domani scatto una foto alla fossa del giardino e la condivido. Avrò tante faccine lacrimose. 
Perché Lazzo?, chiede una delle tipe che hanno spinto mio fratello e tutta la sua sedia a rotelle giù dal terrazzo della scuola. 
Nessuno di noi lo ha mai detto a Mama e Papa, roba che ci tolgono per sempre i telefonini, e poi un po’ Oreste se l’è cercata con tutta la bava schiumosa che lasciava sui pantaloni delle femmine.    
Lazzo - è un nome brutto come una parolaccia e unico come un difetto a pronunciarla, digito veloce.
Ah, come tuo fratello allora, ahahahahah. 
Giungono veloci almeno una dozzina di smile.
Chiudo lo schermo. Poi, mentre Mama strilla che a nessuno importa più di mio fratello, e mio padre alza al massimo “Let Me Love You” di DJ Snake, esco in giardino e mi sdraio tra i pomfi di terra nera. 
Su ognuno di loro si sono adagiate le ombre più lunghe di questo imbrunire.
Sotto ognuno di loro ho seppellito un Lazzo, un botolo raccolto in auto e mai arrivato al secondo giorno in casa nostra. 
Mama crede ancora che siano cuccioli deformi e abbandonati, Papa sa bene che nascono dalle fogne del canale di scolo, ma finge sempre di non capire. 
Secondo me Papa ha compreso come sopravvivere bene.
Io, invece, mi sento come ognuno di questi botoli morti, strappati alle loro famiglie, morti nel disprezzo di estranei. 
Io vivo sepolto come tutti loro, 
questi topi di fogna.


(*dal romanzo "Infero agreste" di Giovanni Sicuranza)




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