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Infero agreste - Il mutaforme


Infero agreste (anteprima)


Il percorso
Il 31 dicembre 1999, all'imbrunire, con il sole che si affannava tra gli ultimi angoli della stanza da letto, mia moglie spirò. 
Non si trattò soltanto di un abisso aperto nella memoria di un uomo, no. 
Con la morte di Eleonora, iniziò a svanire tutto il nostro mondo.

C'è un tempo circolare.
E' il tempo della semina e quello raccolto, è il ritmo delle fasi lunari.
Appartiene al popolo agreste, al contadino. 
C'è un tempo lineare. 
Ne fa parte il tempo cronologico, dal latte alle rughe, fino alla negazione del respiro, assoluta e permanente. 
E' il tempo della Storia, è quello del guerriero. E' il tempo del moderno.
Emanazione del tempo lineare è anche il tempo escatologico. Accompagna mistici, religiosi e superstiziosi, dalla Creazione dell'Universo alle Apocalissi. 

Eleonora morì nel tempo circolare, nella sospensione tra ciò che è stato raccolto e ciò che abbiamo seminato. 
Io seminai mia moglie, dopo avere distrutto il nostro raccolto.
Morì, Eleonora, anche nel tempo cronologico, a tre anni dall'incidente che aveva frantumato la vetrata di "Poco loco", il pub di fronte casa nostra, e fece ben peggio con le ossa di nostro figlio. Benedetto fu investito da un motociclista alle 18.30 del 31 dicembre 1996 e scagliato contro il pub con la potenza di un proiettile. Le ruote dello scooter erano scivolate sulle feci semiliquide del mio cane. 
Non le avevo raccolte, quel giorno; quel giorno Blues aveva la cagarella e non riuscivo ad andare al ritmo del suo intestino. Basta, le lascio qui, mi ero detto, in mezzo alla strada. 
Ad organizzare la morte di Benedetto, fu l'intuizione mancante.
Eleonora si spense nel lutto, esclusa dalla mia vita, segnando il resto del nostro tempo con i suoi sospiri, appesi alla finestra sul pub.
E quando morì, lo fece anche nel tempo escatologico, perché il 31 dicembre 1999 era il primo giorno dell'Apocalisse. 
Piangevo sul suo seno immobile e nel cimitero di Lavrange i ritornanti iniziavano a smuovere la terra umida, dapprima solo qualche impercettibile accumularsi di erba e radici, qualche oscura migrazione di larve, poi fino alla rivelazione del loro nuovo stato. 
Erano incazzati, incazzati fino all'osso. Erano incazzati marci. 
Mica lo sapevo, nessuno ancora lo sapeva, che si erano stancati di attenderci, noi che avevamo abbandonato i riti commemorativi del Capodanno, del buio passaggio da un anno all'altro.
Trovarono il mio Paese impreparato, speso tra regali e addobbi festivi, e per loro fu facile conquistare il potere a partire da movimenti di protesta. 
A capo dei "Seminatori", il più numeroso e violento di questi, ci sarebbe stata Eleonora, con la sua carne femminea scivolata dalle ossa, con i suoi occhi azzurro opaco, come un dipinto ad acquerello troppo diluito, e con quella voce diaframmatica, dalle fredde caverne aperte nel torace.
La incontrai nel nuovo tempo, per caso e per terrore, e fu così che iniziò la nostra seconda, vera, possibilità. 
Questa, alla fine, è solo la storia di un amore ritrovato. 
E di un senso di colpa governato dalla morte. 

Primo passo
L’Odolo è un capillare di acqua lattiginosa che si apre tra i muscoli aspri della montagna di Lavrange. Per noi è sempre stato “il fiume”. La vita e il lavoro. 
Acqua per i pozzi, corrente per lavare i panni. Questo facevano le donne di Lavrange, portavano ceste di indumenti e lenzuola sporche e le sciacquavano nell’insenatura in cui il nostro paese accoglie l’Odolo, dove i suoni sono il gorgoglio fragile del fiume, le scale pentatoniche dei tordi e il silenzio. Nessuna donna di Lavrange parlava, perché riuscire a dissipare lo sporco e il sudore nelle acque brune dell’Odolo, era un’abilità che richiedeva pazienza, dedizione, forza di fronte ai fallimenti. 
La madre di mia moglie era tra le più richieste. A lei si rivolgevano decine di famiglie, soprattutto dove le donne non potevano permettersi di dedicarsi al fiume, nella fiumana dei bambini, che, allora, erano ancora più numerosi dei morti. 
Del resto, era l’epoca in cui i defunti venivano riconosciuti come protettori del giorno domestico e del giorno ciclico, stagionale. Quando nasceva un pargolo, il primo nome era dell’ultimo defunto, poi, a ritroso, seguivano altri due appellativi, fino a coprire tre generazioni di morti. Mia madre si chiamava Eleonora Maria Giacomina, in memoria di sua nonna, della bisnonna Maria e del trisnonno Giacomo. Fu l’unica discendente di Osvaldo e Luigina, un fatto insolito per l’epoca, ma a Luigina andava bene così, perché un solo figlio non era un ostacolo a trascorrere le giornate sulle rive dell’Odolo e pulire i panni per le altre famiglie era un’entrata extra modesta, ma necessaria. Osvaldo era, come tanti, un contadino senza terreno, al servizio del Duca di Lavrange, Filippo Filiberto d’Aorta. I contadini di allora erano come ministri della terra senza portafoglio. Certo, il Duca lasciava che un decimo del coltivato andasse alla famiglia di mia moglie, ma si trattava per lo più di miseri raccolti. L’Odolo non era generoso nemmeno per l’humus. 
Così Eleonora Maria Giacomina crebbe fin dall’inizio con la madre, sull’insenatura del fiume. 
Ora che lei è di nuovo con me, seduta sulle lenzuola pulite e stirate al lavasecco, ora che mi osserva con occhi morti, mentre scrivo la sua biografia, ora che la penna lascia nere parole con la mia grafia, penso. Posso anche scriverle, le mie osservazioni. Eleonora non si arrabbierà, almeno non dopo essersi sfogata, con gli altri Ritornanti, su metà delle famiglie di Lavrange. 
Ecco, io credo che essere stata figlia unica, che essere cresciuta nel limaccioso Odolo, abbia in qualche modo influito su quanto è accaduto dopo la sua morte. Sul suo essere tornata dalla terra e sul suo divenire leader della nuova specie.
Eleonora è cresciuta con l’Odolo, a differenza degli altri infanti ha vissuto l’acqua e la terra, si è riempita degli odori della pioggia e del sole. Si è lavata nella sporcizia e nel sudore. Anche da adulta, persino da sposa e madre, Eleonora era il ritmo dell’Odolo. 
Per questo, a differenza di noi tutti, aveva un qualcosa in più. Viveva non solo nel tempo cronologico, degli anni che passavano, ammuffiti uno sopra l’altro, ma anche in quello circolare delle stagioni, del pulito e dello sporco, della semina e del raccolto. 
Eleonora, più di tutti noi, conosceva le parole dell’Odolo, chiamato "il fiume". 
Un torrente giallastro, maleodorante, esumato dagli inferi della terra.
[...]
(da "Il mutaforme", Giovanni Sicuranza)

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