Tempo di scrittura (riedit)


Tempo di scritturaGiovanni Sicuranza

Si narra che lui ci sarebbe riuscito in tre giorni. 
Adesso lo sapete un po' tutti, ma per me è roba vecchia, una storia nata al Bar "News & Testament", mio rifugio da quando ho abbandonato le umidità del cimitero di Lavrange; del resto, dalla bara al bar il passo è molto breve; e, in verità vi dico, anche tutti quelli del bar prima o poi passeranno in una bara.
A me è accaduto l'inverno di qualche anno addietro, lo ricordo bene, cioè, lo sento ancora; un tiro bastardo dell’Agnello, che, non so come mai, gli permettono di usare la stecca, con le sue dita anchilosate, ricurve sul palmo, con il suo zoccolo di carne irritata; e quel tono mellifluo con cui chiede di giocare, “vi preeeego, daiii, beee, insomma, ma solo un tirooo”.
Così il Cresto si era convinto, ma io no, io mica volevo, però il Cresto pensava sempre in grande, diceva che se non diamo una possibilità agli sfigati come l’Agnello, il mondo andrà in malora, e, vacca Giuda, mi diceva, amico, va bene onorare il tuo nome e i tuoi denari, ma ogni tanto dai una possibilità anche al tuo vicino. 
Allora è accaduto. 
La parola del Cresto si è fatta azione e carne e sangue.
Agnello, mio vicino di bevute ad ogni ultima cena, mi ha rivolto un sorriso bavoso, un occhiolino storpio, e ha tirato. 
Un colpo, una palla da biliardo, unica, esclusiva, sopravvenuta, un’ogiva in mezzo alla fronte. 
Sono crollato sopra il Cresto, almeno questo ricordo, e poi sono risorto. Però me la sono presa comoda, sono tornato che erano passati già mesi. 
Il Cresto, invece, ha fatto lo stesso in tre giorni, in tre soli giorni; ha aspettato la temperatura alta, senza umidità, e si è lasciato mordere da me, dal suo amico rinato dalle tenebre; me lo ha quasi ordinato, con il suo solito tono da predicatore, mi ha detto che se non assaggiavo la sua carne e il suo sangue, mi avrebbe tolto la parola, che sarei stato un traditore davanti a tutti, ed io, che ancora mi sentivo incazzato per la faccenda di Agnello, gli ho staccato prima una guancia, poi il costato. 

Ed eccolo di nuovo tra noi, il Cresto, dopo appena tre giorni; io nemmeno le previsioni sapevo, altrimenti avrei imposto ad Agnello di aspettare la stagione secca. 
La carne è meteoropatica, certe differenze le nota. 
In questo mondo di apparenze, le vedranno anche i media. 
Lui, il Cresto, risorto fresco e bello, farà scalpore, è già tutto un selfie-condivisioni-adorazioni in salsa "I like"; magari lo noteranno registi e narratori e diventerà Scrittura. 
Io, rinnegato per il mio aspetto putrefatto, al più verrò scritturato per il solito film sugli zombie.

[dal romanzo "Sotto la terra qualcosa campa"]   

Commenti

Giovanni Sicuranza ha detto…
Maria tiene fermo l'agnello, le zampe tese, lunghe e difficoltose come i belati che feriscono l'aria, Giuseppe afferra le orecchie, le dita irsute e voraci dai remoti antenati, la lama evoluta dai denti affamati e che trema intorno alla gola dell'agnello, agnello che urla i terrori del mondo; cazzo urli, bestia; oh, guarda Giuseppe; e cazzo urli anche tu, femmina, smettila; taci, Giuseppe, guarda, guarda, l'agnello nostro ha fatto l'uovo!; ah, bestia, con quello che mi sei costata, tanti mesi e nemmeno un uovo, nemmeno a pregarti, ed ora che voglio scavarti dentro, solo ora, ah, non hai più religione, e tu, dimmi, com'è l'uovo, Maria?, habla prima che mi decida a lacerare questa carne e berne il sangue.
Maria tiene fermo l'uovo e l'agnello libera le zampe posteriori al vento e dopo il vento c'è la fronte di Maria che fa crack e si apre in due. Giuseppe chiude gli occhi, assapora il gorgoglio alle sue spalle, le labbra umettate di desiderio; uh, senti quanto è grasso, quanto è grosso l'uovo tuo, senti quanta roba cade dal guscio rotto, bravo agnello, oggi ti lascio vivo, vattene; il coltello cade, penetra l'erba, e, così piantato, tra lama ed elsa, sembra una croce inclinata dalla parabola del vento; e tu, Maria, brava, non dire nulla, lo sento ancora gorgogliare questo uovo d'agnello, ci basterà tutta la sera, raccogli e torna a casa, prepara la cena, presto, che adesso mi sento in pace, davvero, e voglio invitare anche tuo figlio, quel precario vagabondo, e tutti i suoi strafatti dodici amici.

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