L'alba della verità


La luce neonata del mondo - Sotto la terra qualcosa campa 
Giovanni Sicuranza

La prima volta 
i suoi passi suonavano un ritmo incerto, fragile, assordato da quello frenetico del cuore.
Quella prima volta
si era stupita della naturalezza con cui lo aveva fatto.
E mentre saliva di sopra pensava a come sarebbe stata la sua vita, 
da allora in poi.
Pensava a questo, la prima volta, 
a quanto avrebbe vissuto con passione, e 
si era fermata 
un istante, 
tra la taverna e il piano terra; 
un passo dopo e la luce artificiale, più forte, non le avrebbe permesso di nascondere i pallidi colori della pelle nuda.
Nella penombra aveva conosciuto se stessa ed ora si scopriva desiderosa di ritardare ancora, qualche secondo ancora, 
il ritorno al mondo mascherato che l’attendeva di sopra, il luogo buio di una vita assente, monodimensione di identità preconfenzionate.
Al piano terra, il tempo convenzionale le avrebbe ricordato che erano già le cinque del mattino e che due ore dopo la sveglia avrebbe recitato la litania per l’inizio di un nuovo giorno lavorativo.
Con forza, si era aggrappata al corrimano e aveva danzato un mezzo giro su se stessa, verso la penombra della taverna.

Aveva chiuso gli occhi, distratta da quell’

odore,

Il capo inebriato verso l’alto, 
i lunghi capelli scuri a frusciare le natiche, 
i denti sulle labbra, in un abbraccio deciso.

I piedi si erano voltati a guardare la taverna
(uno di loro si era sollevato, come un felino a caccia di suoni), 
spostando aria stantia di chiuso e silenzi.

Un sussurro lento, un gemito predatore.

Aveva spalmano le dita delle mani sul petto, per chiuderle piano sui capezzoli turgidi.

La curva del fondoschiena si era accentua in un ampio sorriso di soddisfazione

Aveva lasciato che i piedi indugiassero incerti sul precario equilibrio del corpo, 
che gli occhi si socchiudessero filtrando la luce neonata del mondo,

poi, 

in un sussulto di muscoli e tendini infastiditi, si era scossa.

Alba era salita al piano terra.

Fuori, in quella sua prima volta, l’alba del giorno sbadigliava distratta.

***

“Se vieni più vicino te ne rendi conto”
Carlo aveva sottolineato l’invito con un arco del sopracciglio destro. Un gesto che la incuriosiva sempre, spingendola ad osservare la tenacia sudata dei capelli superstiti sulla fronte del collega.
Uno, in particolare, si stagliava più lungo e dritto tra gli altri, nello spasmo di mantenere la sua postazione. Era sempre quello, lo aveva notato da tempo, il più coraggioso. Il più illuso.
Quindi il collega aveva ricominciato lo studio delle lesioni sulle mani dell’uomo, dando per scontato che lei si sarebbe avvicinata, ma Alba indugiava ancora ad osservare a distanza il cadavere di sesso maschile che giaceva sul tavolo settorio.
E ogni tanto dava una rapida occhiata agli appunti scritti sotto dettatura di Carlo
“supino”
“muscolatura normotonica e normotrofica” “pannicolo adiposo normorappresentato”

“Non sei d’accordo?” aveva incalzato Carlo, con una punta di rimprovero per la scarsa attenzione della collega.
Sobbalzo di Alba.
“Sei distratta oggi, per non parlare delle occhiaie. Dormito poco, egregia?”
Lei aveva annuito e si era avvicinata alle mani del cadavere sotto lo sguardo perplesso di Carlo

dai, alza ancora il sopracciglio, fai volare il pelo

aveva pensato.
Le labbra del collega si erano infilate pigre in un sorriso di circostanza.
“Vabbeh, capita, dai. Però finiamo in fretta questo lavoro, così ce ne torniamo a casa”, breve pausa complice “Anch’io ieri ho dormito poco, c’era quel thriller in tivvù, quello di Pupi Avati, bello, cavolo, tosto, dovevi vederlo, bello bello, ma lo hanno dato tardi”.
“Frasi in piena e capelli morti” aveva sussurrato una voce ironica in un angolo dei pensieri di Alba, con l’ultima parola rotolante sulle labbra.
“Morto?”, Carlo le aveva lanciato un’occhiata ironica, “Ma dai, Alba, non mi dire! Io aggiungerei moolto morto. Magari, se lo esaminiamo un po’ più accuratamente, sappiamo anche cosa scrivere al magistrato” pausa ad effetto “Anderstend?”
Alba aveva annuito ancora, aggiungendo la recita di uno stanco-studiato-sorriso-di-comprensione, e quindi si era atteggiata ad osservare con dovuta attenzione professionale la mano sinistra del cadavere, che Carlo reggeva all’altezza del suo viso.
“Ecco, ti dicevo, sono ferite da punta e taglio, chiaramente vitali, vedi?”
Alba continuava ad annuire nel suo ruolo complice

mano forte

“Sulle prime tre dita; l’indice è quasi amputato all’altezza dell’articolazione interfalangea prossimale e qui”, Carlo aveva fatto compiere un elegante giro di novanta gradi alla mano morta,  “qui, sul quinto raggio, ferite profonde, con esposizione dell’osso”.

unghie curate

Quindi, libera dalla presa di Carlo, la mano era caduta con un tonfo di solitudine sul tavolo settorio.
Alba l’aveva seguita con uno sguardo attento, poi era tornata ad osservare il cadavere dell’uomo, immobile nel 
silenzioso
freddo 
buio obitorio.
 “Allora, si è senza dubbio difeso, prima di essere colpito due volte al collo”, ricostruiva assorto Carlo, come parlando a se stesso e non più alla collega, “A questo punto lo shock emorragico lo ha fatto crollare a terra”

è un bell’uomo, muscolatura normotonica e normotrofica, mani forte, unghie curate

“E, mentre soffocava nel suo stesso sangue, l’amante della moglie, quel tipo lì che hanno fermato, insomma, ha finito il lavoro sulla donna”, Carlo aveva smesso di parlare, forse anche di respirare, assorto ad ascoltare nel registratore della sua mente quanto ha appena declamato, “Ma questo particolare non riguarda la nostra autopsia, vero?”. 
Poi si era girato verso Alba con una replica di ogni sorriso recitato.
“Se concordi, possiamo cominciare con l’esame interno”, si era voltato verso gli strumenti taglienti, ordinati e puliti in parata su uno straccio grigio, steso accanto al cadavere,
“Comincio ad aprire”.
Preso il grosso coltello panciuto, subito si era fermato, come in attesa di essere fotografato nel gesto di iniziare il taglio mento-pubico sul cadavere.
Alba aveva compreso cosa aspettava e con le mani guantate si era affretta a tenere ferma l’arcata mandibolare spingendo la base del cranio sul piano del tavolo settorio. 
Le dita erano diventate immediatamente fredde al tocco della pelle morta e le avevano portato un sospiro,

brividi sottili esploravano la schiena

Carlo aveva iniziato a praticare il taglio sagittale partendo dalla sinfisi mentoniera.
“Cazzo, egregia, sei distratta, oggi! Poi mi racconti, mi sa che sei rimasta di nuovo tutta la notte in chat, eh?” 
il coltello scivolava in un fruscio affondando nei tessuti, verso la sinfisi pubica

non tagliargli l’uccello, ti prego!

Alba aveva sbattuto ripetutamente le palpebre, nel tentativo di scacciare quel pensiero urlante nella sua mente, ma
lascialo stare lì, maledetto!

non ci era riuscita e allora aveva distolto lo sguardo dal coltello cercando di smarrire i pensieri tra la folta capigliatura grigia del cadavere.
Il lamento del coltello che incideva l’addome l’aveva seguita e raggiunta dipingendo nella sua mente corpi senza vita di uomini nudi con

muscolatura normotonica e normotrofica, mani forti, unghie curate

A quel punto aveva chiuso gli occhi nella speranza di non essere notata da Carlo, ma le immagini era diventate ancora più nitide e protendevano le braccia avvicinandosi a lei.
Poi, in un attimo, non solo le braccia, ma tutto, di quei cadaveri di sesso maschile, era proteso verso di lei, 

anche lì, anche in basso dove

“Ehi!”

Un sussulto, Alba aveva riaperto gli occhi con un sussulto. 
Carlo che la stava fissando. 
Lei lo intuiva, l’espressione preoccupata del collega sommergeva un senso di fastidio. 
Alba non aveva nemmeno finto di rivolgergli un cenno di scusa, come avrebbe fatto fino al giorno prima.
Il collega aveva serrato per un istante le labbra.
“Secondo me con Facebook stai esagerando. Cazzo, lo so, dici che la nostra società è uno specchio di finzione, ipocrisia qui e ipocrisia lì”, il grosso coltello panciuto, sazio di frustoli organici e di sangue rappreso, volteggiava silenzioso nella mano con cui Carlo sottolineava ogni parola

non sei ad una recita teatrale, idiota

“Dici che abbiamo tutti delle maschere, e va bene, ma non capisco come puoi pensare di trovare qualcosa di vero in una chat dove tutti fingono di essere interessanti, perfetti, diventano uomini e donne allo stesso tempo. Affascinanti e pronti a interpretare ogni tuo desiderio”

oh, non sai quanto

Il panciuto coltello si era fermato a mezz’aria.
Carlo le aveva lanciato uno sguardo formalmente illuminato, decisamente stupido.
“Ma io so perché sei diventata medico legale”
Il grasso coltello aveva penetrato il grasso preperitoneale.
L’uomo sul tavolo settorio non aveva fatto una piega. 
 “Ti interessi alla morte per sfuggire da questa vita che credi finta”, aveva sentenziato infine il collega, con il tono delle grandi rivelazioni, prima di immergere le mani nei recessi del cadavere.

***

Dall’ultima volta in cui Alba aveva fatto sesso con passione, con trasporto, e non perché in fondo era ora che lo facesse per non sentirsi una frigida aliena agli occhi degli altri, era trascorso quasi un anno.
Lui era un malato terminale, che, vicino alla morte, aveva cominciato a porsi delle domande.
Ad ascoltare e ad ascoltarsi.

Vicino alla morte diventiamo più veri, 
le aveva detto in una notte lenta e leggera.
Dobbiamo ringraziare la morte quando ci concede il tempo per scoprirci, aveva aggiunto, accarezzandole il ventre con mani fredde, che le avevano regalato un brivido inaspettato lungo la mente.

***

Da allora Alba aveva guardato alla sua professione di medico legale con nuovo interesse.
Aveva osservato con occhi diversi i cadaveri, soprattutto quelli di sesso maschile, chiedendosi quanta passione avessero liberato poco prima di morire, dopo una vita trascorsa ad indossare maschere.

Intanto continuava ad andare avanti nella quotidianità, sorridendo quando era opportuno sorridere, annuendo quando bisognava annuire, reprimendo i suoi istinti perché occorreva reprimerli.
Senza vita, aveva vissuto.

Fino alla scoperta della chat.

***

C’era stata una cena sociale di giacche, cravatte, tailleur, di frasi dovute e formali, di sorrisi prefabbricati e di lodi sguscianti.
L’aveva organizzata a casa sua, nel salone pulito, ordinato, convenzionale del piano terra, perché era ora che lo facesse, perché tutti si aspettavano che lo facesse ,ormai trascorsi due anni di lavoro nell’Istituto di Medicina Legale.
Dopo che tutti avevano mangiato e riso e criticato e fumato e la casa si era nuovamente svuotata, Alba aveva sentito per la prima volta il bisogno di scendere nella penombra della tavernetta per allontanarsi dall’odore stantio delle facciate.
Aveva agito d’istinto, portando con sé il computer portatile per terminare una ricerca sui metaboliti urinari dei cannabinoidi, e così, nel mondo ricco e sfumato di internet, avvolta dalle mura assopite della taverna, sul lungo tavolo di un faggio abbattuto, un dito tremante di stanchezza le aveva fatto sbagliare a digitare un indirizzo web
solo una lettera al posto di un'altra
e si era smarrita tra le pieghe invitanti di una chat.
Un mondo sconosciuto. Un altro mondo.

***

Il primo appuntamento era stato con un ingegnere che aveva viaggiato per affari ovunque, fino a quando non aveva scoperto di essere stato scelto da una malattia che, discreta, ma decisa, lo avrebbe accompagnato e consumato nei suoi ultimi mesi. 
Si erano visti due volte, la seconda lui l’aveva baciata, la terza era stata solo un appuntamento non rispettato per la morte prematura di lui.
Ma a quel bacio, Alba aveva provato di nuovo un brivido per ogni respiro, un brivido intenso.
Vero.

Aveva capito.

Così aveva invitato il secondo uomo conosciuto in chat a bere qualcosa a casa sua nella tavernetta.

In quella occasione era rinata.
Quella era la sua prima volta. 



***

Nuova conoscenza, nuovo appuntamento. 
Io sono il suo terzo incontro da chat.

A casa sua.

Al momento, sono intontito, ma alcune cose le so bene.
Intanto, questa taverna è fredda, 
è buia, 
umida.
Ma questo, credetemi, è l’ultimo dei miei pensieri.
Certo, in ogni caso non avrei avuto molto tempo per pensare, perché con il tumore diffuso dai polmoni a ogni dove del corpo, non mi sarebbero rimasti più di cinque, forse sei mesi di vita.
E comunque ammetto che ora anche il tumore non è il problema più importante per me.
Sono legato mani e piedi sul tavolo. Nudo.
Alba è seduta al mio fianco, mi ha accarezzato i capelli a lungo con sguardo dolce, direi quasi rapito, e sorridendo mi ha raccontato tutto ciò che sapete.
Mi ha spiegato che ora è 
diversa.
Mi ha detto che ora 
sa 
quello che vuole, perché ha scoperto dove si nascondo le persone oltre le maschere.
Mi ha svelato che ora 
sa 
come conoscerle. 

La prima volta, quando è rinata, ha fatto l’amore proprio nel buio della taverna.

Io sono il secondo uomo che porta qui.

Altro particolare che ho compreso, la nostra non sarà una di quelle storie che durano a lungo. 
Così come ho capito che dopo di me verranno altri.
Del resto, anche il suo concetto di “fare l’amore” con me, come ha fatto con l’altro, non è che sia molto chiaro nella mia mente.
Ma, tanto, spiegazioni non posso chiederne, perché la droga ho bevuto con il vino mi ha paralizzato la lingua, e così continuo ad ascoltare Alba confidarsi, il suo tono sereno, 
Alba che mi rivela, ancora una volta, che il vero sentimento, il vero vivere, oltre le maschere e le apparenze, si scopre nell’uomo solo quando sta morendo.
La osservo prendere i ferri del mestiere con delicatezza, quasi accarezzandoli tra le mani.
Poi, mentre il mio cuore scalcia impazzito, si avvicina e mi guarda con occhi pieni di desiderio.
Di vita.


[immagine: “Look!”, Alex Andreyev]

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