La spagnola


La spagnola * - Giovanni Sicuranza

Avete notato il fumo uscire dalla pipa? È come l’alito di un respiro d’inverno.

Ah, si è spenta. Forse la mia pipa è morta?

No, vedete, è un istante, basta l’accendino, un lampo e, uhmm, riprende il respiro.

Io sono così. La mia natura è morire e rinascere.

Purtroppo non sono riuscita a condividerla con la donna che ho amato. No, non quella di cui vi raccontavo all'inizio, non il fantasma della stanza tre. Già, avete ragione, anche se nella stanza dove ci troviamo la ragione è ospite della notte, Nella mia lunga vita ho amato intensamente, come la prima volta, e l'ho fatto con più di una donna mortale.

Mettetevi comode, ombre, vi ho accolte nella Sala Arancione per erodere un’altra notte nei ricordi di occasioni mancate. Ancora in una storia di morte. E di amore oltre la morte.

***

Il Capitano di Brigata ha molti anni che lo appesantiscono, che lo piegano, curvo, plasmato per la vita e la morte al fronte. 
Eppure mai ha affrontato una battaglia, se non dalle retrovie. Mai è stato costretto a correre, piegato, lungo i confini delle trincee delimitate dai sacchi di sabbia, tra fango e sterco e cadaveri.

La Brigata Granatieri Lambro porta la fame nel suo nome, sopra pidocchi e pulci d'assalto.

- Capitano Imboschi!

Lui alza lentamente gli occhi dalla mappa dei territori triestini, imitato da quelli degli altri ufficiali.

Il soldato si irrigidisce nel saluto, liquidato da un gesto di sufficienza.

- E questo mi disturba per cosa? – dice il Capitano, trascinando le parole atone, cadaveri su un fango di seccature – Cosa succede, ancora, per Dio?

Il soldato si guarda intorno, veloce, e vede occhi, occhi distanti, occhi che lo trafiggono, occhi ostili, occhi che vorrebbero tornare al loro gioco di guerra.

Deglutisce.

- Soldato? – la voce arriva già sopra l’elmetto, il prossimo richiamo sarà un urlo. Il soldato capisce quando l’autorità non ammette esitazioni.

- Signore. Un incursione a Salò. Hanno telegrafato dal Comando Regionale.

Occhi che diventano fessure. Imboschi si avvicina al suo uomo.

- Come ti chiami, soldato?

- Mussolini Benito, signore.

- Il dispaccio?

- Cosa, come, signore?

- Su quale criterio sei stato reclutato, imbecille? – scoppia la granata – Dammi subito il dispaccio del Comando! Incursione di chi? Quando? Avanti!

Benito stringe le mandibole, fa così quando è teso. Per un attimo il suo temperamento gli fa immaginare di prendere a schiaffi quel tronfio inamidato, ma è solo la fugacità di un istinto. Il Capitano è l’Autorità. Il Capitano, si dice, è un vero italiano che difende la Patria.

- Non ho io il dispaccio, signore – risponde, pronto, veloce, irrigidito sull’attenti – Lo ha preso il Caporale Sicuranza. È corso a Trieste per radunare il resto della Brigata. Lui. Da solo.

Imboschi si sgonfia. Fa un passo indietro, la voce che scende al di sotto dell’elmetto di Mussolini.

- Draculia Sicuranza? Bene, ben fatto. Un uomo da ammirare, è certo.

Imboschi si volta e al soldato non rimane che fissarne la gobba, la nuca pelata, le braccia scosse da un lieve tremore. E al soldato non rimane che abbassare lo sguardo, perché questa immagine non ferisca quella della bellezza della guerra.

- Signori, dovreste prendere tutti esempio dal caporale Draculia Sicuranza. Tutti voi, messi insieme, non raggiungete le gesta di quest’uomo. Non l’ho mai visto arretrare davanti alla morte, anche quando la morte sembrava certa.

Imboschi si ferma. Tutto si ferma in lui, all’unisono. Il respiro, il tremore alle braccia, lo sguardo degli altri ufficiali, quello del soldato Mussolini.

- È sempre tornato. Le sue incursioni notturne sono il mio vanto.

***

Ora, già, credo di dovervi delle spiegazioni.

Imboschi non conosceva la mia natura. Quando mi arruolai, nel 1916, sul documento parrocchiale c’era scritto che ero nato in un paese della Toscana, intorno al 1895. Non si accorsero di nulla. Da quando sono stato vampirizzato, ho dovuto imparare a falsificare documenti. Anzi, c’è chi lo fa per me, anche in questo periodo, quando occorre. Qualcuno che vive nell’albergo. Questo però è un altro argomento e non deve interessarvi. E, se vi interessa, ditemelo senza esitare e sarò lieto di uccidervi. 

D'accordo, voglio invece raccontarvi di Imboschi.

Era un ometto del Re. Nientepocodimenoche.

Un grande stratega sulle carte, forse oggi sarebbe un buon compagno nei giochi di guerra di società. E per lui la guerra contro l’Austria era in effetti un gioco. Non andò mai oltre il grado di Capitano e già da quella posizione avrebbe fatto chissà quali danni, se non gli avessero affidato il comando della Brigata Granatieri Lambro. Fu la sua salvezza e fu il suo onore.

Perché quei soldati erano davvero abili e sapevano modificare un con astuzia un ordine sbagliato, trascinarlo fino alla vittoria, adducendo poi imprevisti o disguidi nei dispacci.

Credo che Imboschi, nonostante i limiti, lo avesse accettato. Se non grazie ai suoi ordini, almeno le vittorie avvenivano nel suo nome. Così fingeva di credere che il disfattismo dei suoi uomini fosse dovuto al corso degli eventi. Sì, credo fosse così. Voglio dargli il beneficio di essere stato un uomo abbastanza intelligente. Perché, sapete, uhmm, lo sento anche nella pipa, ora; scusate, ah, l’aroma della sfida. Vi dicevo, non mi va di battermi contro imbecilli. Non c’è gusto nella vittoria, non c’è onore nella sconfitta.

Beh, per certi versi Imboschi sapeva essere uomo di talento. Ad esempio, nel dosare severità e umanità tra i suoi. Oppure nel sedurre le donne, nonostante il suo aspetto fragile, malato.

Il fascino del potere.

Imboschi amava usando e gettando e ricominciando con altre. In tempo di pace usò il suo prestigio come arma di seduzione; e anche durante la guerra le donne furono i suoi veri obiettivi di conquista.

Nel novembre 1918, a Trieste, tutto cambiò.

***

Lei profumava di inverno. Aveva la morte nel cuore. Per questo me ne innamorai. Credo fosse nata così, con una melanconia che cresceva con lei e con lei diventava adulta, matura. Radicata.

Era anche bella, la figlia del Colonnello. E Imboschi decise che quella donna doveva essere sua, nonostante fosse di trentanni più giovane. Anzi, proprio per questo, la sfida avrebbe avuto il sapore di una colonizzazione. 
Del resto io, che avevo qualche secolo in più, dovrei stare zitto, no?

Già. Il mio cuore non batte più, è un muscolo atrofizzato. Ma io vivo nella contraddizione della passione e del sangue. Nel desiderio della vita. E dell'amore.

Imboschi in quello di un’altra conquista per soddisfare il suo ego.

Lei si trovò tra noi due.

Quando la scorgemmo era maggio. Il lago del Garda brillava dell’aria frizzante di una prossima vittoria, tanto che il Colonnello decise di dare una festa.

Austria e Germania erano ormai allo stremo. Anche l’Italia, ma avevamo il supporto delle truppe francesi e, soprattutto, di quelle americane, che fingevamo di disprezzare, ma dalle quali ormai dipendevamo per truppe e armi e addestramento.

Si poteva già festeggiare, decise il Regio Esercito, magari in sordina, privatamente, ma quella festa, organizzata nella villa del Colonnello a Salò, fu un evento memorabile.

In realtà era riservata solo agli alti ufficiali. Ma non poteva mancare l’eroe Imboschi, le conoscenze che lo avevano spinto alla carriera potevano farlo entrare anche dove le porte erano chiuse.

Imboschi accettò a condizione che la sua scorta fosse il suo militare preferito. Il vero eroe. Il vincitore sempre e ovunque. Credo volesse esibirmi con vanto, non per le mie qualità, quanto per il riflesso della sua gloria.

Il soldato Mussolini ci accompagnò fino all’ingresso e solo molti anni dopo mi tornò in mente il suo sguardo affascinato, perso ad osservare il lago.

- Non perderti tra queste vie, soldato! – lo liquido Imboschi.

Lui scattò sull’attenti.

- Mai, signore!

Proprio così. Imboschi lo aveva già dimenticato, ma io rimasi per un attimo ad osservare quella frase. Insomma, non aveva risposto, come ci si aspetterebbe da un soldato, “No, signore!”.

“Mai, signore!”, aveva esclamato. “Mai”.

Lo incontrai di nuovo, ventisette anni dopo. Credo che mi riconobbe, a Dongo, perché fu per lo stupore di rivedermi, ancora giovane come mi aveva conosciuto decenni prima, e proprio lì, davanti alla sua fine, che non ebbe la prontezza di fare da scudo alla Petacci.

Però, all’epoca dei fatti, Mussolini non era ancora pronto per la Storia. Nemmeno Imboschi lo era, né lo sarebbe mai stato. Non lo sapeva ancora, ma era pronto per diventare mio avversario.

Alla festa c’era lei. Lei e la sua morte dentro.

Alla festa mi innamorai. 
Alla festa Imboschi mi confidò che quella donna doveva essere sua.

Alla festa lei si innamorò di me, forse riconoscendo, in qualche angolo della sua incantevole tristezza, il non-morto.

I mesi successivi furono incontri di promesse e baci e passione. Di suoi rifiuti ai ripetuti assalti di Imboschi. Di furia crescente del Capitano, che stava perdendo la sua vera sfida, per la prima volta, mentre l’Italia si avviava alla vittoria.

***

Corsi da lei. 
Laceravo la bora, la bora che sibilava, adirata, gli artigli gelidi e inutili sulla mia carne. 
Corsi da lei come corre un cuore che pulsa follia. 
Suo padre era a Trieste, in quei giorni, ed era stato colpito da un male aggressivo, che aveva già ucciso tra i soldati e le infermiere.

La morte arrivò prima di me. Si portò via il padre e decise di fermarsi in quei luoghi.

Quando arrivai sul mio cavallo, lei non piangeva. Scesi e l’abbracciai e lei si tenne ferma al mio polso, al mio polso che non batteva, che era più freddo di ogni bora, eterno più del vento; come due picchetti di un esercito smarrito, ce ne stavamo a guardare la salma del padre nel feretro, tra la scorta dei granatieri.

Pensai che eravamo tutti come morti. Muti. E che io ero in realtà più vicino al Colonnello, per la mia natura, che a lei. Eppure era lei che desideravo. Per lei ero in pensiero.

Non diede segni di cedimento, solo quei lunghi sguardi spenti lungo il corpo del padre. Credo che la sua malinconia le avesse spremuto da tempo ogni capacità di sanguinare dolore.

La sera Imboschi ci aveva già raggiunto. Nessuna sfuriata per la mia presenza. Non poteva permettersela davanti alla salma del Colonnello, ma i suoi occhi erano lame su di lei e tali rimasero fino a quando, venuto il momento dell’ultimo saluto, nella notte del 2 novembre 1918, la mia amata interruppe la veglia con un canto.

Aveva una voce profonda, scavata dal vuoto. Quando cantò, ogni mio secolo di non morto visse di nuovo.

Quella canzone aveva il suono di un violino dolce, maledetto; era il pianto per suo padre, ma era anche una canzone di pace, perché suo padre la cantava a lei quando era piccola, quando ancora l’Austria e l’Italia erano alleata.

Era una nenia austriaca.

Iniziò a intonarla e non credo che fosse consapevole che ad ascoltarla c’erano soldati italiani, nemici dell’Austria. Penso che in quel momento lei fosse sola, bambina, con il padre.

Purtroppo c’era anche Imboschi. C'erano le lame dei suoi occhi.

Gli altri ufficiali si guardarono perplessi, confusi, io le sfiorai un braccio per farle comprendere e credo che fu per questo che Imboschi decise. Il mio gesto gli aveva ricordato la nostra complicità.

- Fatela tacere – tuonò nella sala del feretro.

Accadde che lei, come sorda se non al suo stesso canto, andò avanti. Dolce, piena di amore triste. Di amore sordo.

Accadde che nessuno dei presenti si mosse.

Accadde che Imboschi diventò rosso. E io compresi.

Mi mossi verso di lui, per prevenire la sua mossa, e fu solo allora che lei ricambiò il mio tocco, stringendomi una mano. Mi bloccai, stupito. E nemmeno la mia natura di vampiro mi impedì di evitare che Imboschi, al grido di “Traditrice” le trafiggesse la nuca con lo spadino degli ufficiali.

Tutto accadde come in questi casi accade. La vita si spegne veloce nella furia dell'uomo.

Io sorressi la mia amata, impedendole di cadere, la mia amata già morta. E fu così, guardandola in viso, vedendola sorridere infine nella morte, che compresi che aveva voluto che tutto questo accadesse.

Senza quel sorriso, la Storia avrebbe registrato una strage impiegabile di Ufficiali italiani nella Villa di Salò.

Senza quel sorriso, forse su Salò sarebbe calata una nomea maledetta. Forse Mussolini, anni dopo, non l’avrebbe trovata così affascinante. O strategica. Forse avrebbe capito che a Salò la Storia porta la morte.

Ma c’era quel sorriso. Il suo primo, vero sorriso. E io decisi cosa era più importante. Non la vendetta, ma portarla via con me. Per sempre.

Con il suo corpo in braccio, balzai oltre la porta e cominciai a correre. Sentivo gli ufficiali inseguirmi. I miei commilitoni fare lo stesso. Ma erano solo uomini.

La notte era la mia potenza.

***

Siete stanche? Volete del te? Scusate, ma, come i vampiri dicono nei film, non posso unirmi a voi, bevo ben altro. Ma, già, anche voi siete ombre nella solitudine di questi posti.

Non posso nemmeno offrirvi di fumare. Nella pipa rivivo i sapori dei ricordi. e questa notte è piena di lei. E di Imboschi. E di un’altra protagonista. Anzi, il retrogusto è dato proprio da quest’ultima protagonista. Una protagonista che abita nella terra, sotto le nostre vite. Pronta a risalire in superficie, pronta a ritrarci e portare tutti giù con lei.

Avete capito di chi parlo, immagino.

Ma era anche per introdurre le cripte che si aprono sotto il mio albergo, fino al Bosco Secco.

Furono costruite nel XIV secolo dai miei avi. Erano il luogo in cui si celebrava la messa e si seppellivano i morti. Beh, di solito non avveniva sottoterra. Avevamo una cripta, il cimitero. Ma nel XIV la morte divenne la Morte Nera e i miei avi si illusero che, vivendo nei sotterranei, sarebbero stati immuni dalla peste. 
Giacciono tutti lì sotto.

Dove portai il corpo della mia amata.

Nelle penombra di morte della cripta.






La adagiai su una pietra lunga, levigata dal tempo, lontano dai resti dei miei antenati, proprio accanto alle prime radici di Bosco Secco.

Il suo volto, già alterato dai primi baci della morte, conservava ancora la forza del sorriso.

Rimasi a vegliarla per qualche giorno, a vederla trasformarsi da donna in un essere putrefatto. E ancora la amavo, disperato per la sua caducità, di fronte alla quale anche io ero impotente.

Sopra di me la guerra era finita. Il 4 novembre Armando Diaz aveva diramato l’ultimo bollettino con l’annuncio della Vittoria. Ma i militari continuavano a morire, in una guerra parallela, impari. E con loro migliaia di civili.

Tutto sopra me era pace, una pace in cui si celebrava la morte.

L’influenza spagnola era il nuovo nemico.

Fu anche chiamata “la Grande Influenza”, e in effetti questo termine era il più appropriato, perché in realtà non proveniva dalla Spagna, ma la Spagna ne diede le prime notizie. 
Tra il 1918 e il 1919, uccise almeno cinquanta milioni di persone nel mondo, più della peste nel XIV secolo. O della guerra appena conclusa.

Io non mi accorsi di nulla. Non sentivo la morte sopra di me, rapito da quella della mia amata.

Quando tornai in superficie, lasciando i resti di lei a umidificarsi nella cripta, scoprii che il mio terreno era stato sequestrato per ordine del Governo.

- Dobbiamo seppellire in fretta tutti questi morti, spiacente – mi comunicò un Ufficiale medico e si capiva dal tono che, più che essere spiacente, era spaventato.

Insomma le cripte non erano segrete e il Governo le aveva requisite per farne fosse comuni.

- Perché quel sorriso? – volle sapere il medico.

Mi allontanai senza risposta, passando accanto a file di cadaveri. Pensavo alle illusioni dei miei avi durante la peste e intanto superavo i corpi tumefatti di una donna e di un bambino, ancora abbracciati, poi quello di un anziano e.

Mi fermai.

La Morte era dunque ancora mia alleata.

Imboschi, la divisa di Capitano lacera e sporca di fango, mi fissava con occhi spenti.

- Nessuna gloria al tuo funerale – gli dissi. 
E lo scavalcai, proseguendo verso Bosco Secco.

***

Così ora sapete.

Sapete del mio amore.

Sapete della Morte.

Sapete che qui sotto giacciono i resti di centinai di cadaveri, in stanze sigillate. Lei è stata seppellita su altri corpi. Non me ne sono curato, perché, ve l’ho detto, l’avevo adagiata accanto alle radici degli alberi.

So che, quando entro nel bosco, qualcuno degli alberi cresce e conserva ancora una parte, viva, della mia amata.

A volte avrei voglia di entrare in quella cripta. Ma lo sento, sì, posso sentirlo il virus dell’influenza. 
E’ ancora lì, in agonia tra i suoi morti, e non è morto. 
Aspetta negli anni che qualcuno scenda per liberarlo.

E sarebbe ancora più letale, perché in qualche modo si è combinato con il sopravvissuto della peste del XIV secolo, con il suo responsabile, la Yersinia Pestis.

Sorridete, vedo. La Yersinia è lì da secoli, e per di più è un batterio. Come possono essersi uniti?

Eppure io ne avverto la potenza. Sento la fame immonda di questo nuovo organismo.

Per cui meglio se me ne resto qui, in superficie. 

E adesso, ombre, lasciatemi fumare l'ultima pipa della notte in solitudine, via, andate.

Io, finché ho memoria, veglio.



[dal romanzo "Sotto la terra qualcosa campa"]

[immagine: "la malinconia di ritrovarla"; Oksana Ustsinovich; olio su tavola 85x50, 2015 (ispirata da " i romanzi di Giovanni Sicuranza")]

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