Chiaroscuri [riedit da "Sotto la terra qualcosa campa"]

 
Il Grande Geronte - Giovanni Sicuranza
[chiaroscuro dal romanzo "Sotto la terra qualcosa campa"]
 
Vecchia è la strada; chi vive a Lavrange dice che è lì da tanti di quei sospiri, e, sapessi, da tante di queste nostre angosce.
La stessa esclamazione, è la coralità del paese, ripetuta da chi ha oltre cent'anni di ricordi, come mastro Guercio, il ciabattino, o quindici di speranze, come il figlio di Nella, vedova spezzata da un lutto acerbo; Giovanni, detto il Cappellì, il suo sposo "finché-morte-non-vi-separi", è appena precipitato nella voragine di Nostra Signora della Fossa, tra le note cupe di Monte Trapasso, e giusto ieri è stato seppellito, almeno formalmente, perché del suo corpo non c'è carne e non c'è ombra e in un angolo del cimitero giacciono i suoi diciassette cappelli; cappelli in paglia, bianchi, con la fascia di cotone a circumnavigarli, nera come il lutto che cinge il braccio e il cuore dei genitori. 
Lavrange sospira; se persino il Cappellì è sparito nella voragine, con il corpo disperso in una caduta verso l'infinito, forse significa che Nostra Signora della Fossa vuole nuova morte.
Lui, Giovanni il Cappellì, era nella Forestale, eppure qui piaceva a tutti, con i braccobaldi chiudeva un occhio, sempre, poi chiudeva anche l'altro e si apriva in un sorriso; bastava barattare la multa e la confisca dei fucili con un pezzo di selvatico e la caccia continuava senza leggi e galanterie.
A Lavrange piangono la scomparsa dell'uomo, e, sotto il dolore, lungo e tortuoso come un fiume piombato dal cordoglio, scorre lo smarrimento; il Cappellì conosceva le rughe di Lavrange meglio di quelle della moglie, sapeva come avvicinarsi alla fossa della strega in quelle notti assolute, senza luna, anzi, poteva andarci con Osvaldo, il paralitico, ballare con lui sulle rocce dell'abisso, e si era sicuri che nessuno sarebbe precipitato; era troppo bravo, troppo esperto, il Capellì; questo si credeva. 
***
- E adesso, adesso cosa ci aspetta, caro?
- Attenta, reggiti bene, uh, questa strada è troppo vecchia, lo sai. 
- Anche noi.
Benito è un grande geronte, lo ha letto su una rivista dal medico, mentre aspettava la puntura contro il dolore al ginocchio; c'era questo disegno, uno schizzo di tuniche e braccia lavate al cielo e, sotto, si spiegava che a Sparta il Consiglio dei Geronti era formato da uomini di oltre cinquant'anni di età; una didascalia veloce, due righe, l'ultima per informare che da allora la vita si è allungata e il grande geronte è colui che ha superato gli ottanta.
Ho ottantacinque anni, uno meno di Carlotta, formiamo una grande coppia di geronti; Benito aveva trovato sorprendente questa scoperta, forse gli sarebbe sembrata persino buffa, ma, a sorridere, nemmeno ci aveva pensato; non avrebbe saputo quali muscoli attivare, quale suono fare uscire dalla bocca; dove prima c'era la memoria gioiosa, la sua mente era sommersa da una dolente palude.
Poi, a casa, il termine gli era tornato alle labbra, improvviso come un colpo di tosse.
Il grande geronte, sembra il titolo di un film con John Wayne, non credi?; figurati, gli aveva risposto Carlotta, lo sguardo caduto nel camino spento, è solo il modo di quelli che hanno studiato per dire che siamo diventati inutili.
***
Oggi lei zoppica più del solito sulla coscia sinistra, divorata dall'artrite reumatoide; lui ha una protesi usurata al posto della gamba, smembrata da una mina nazista durante un gioco bambino dopo la guerra, e continua a fargli male, indifferente alle iniezioni; così, a vederli barcollare insieme, appena usciti di casa, sorretti una all'altro, sembrano l'unico corpo ferito di una specie in estinzione.
Grande geronte lui, grande geronte lei, come animali della preistoria si avviano tra i silenzi della strada, la strada che, si dice a Lavrange, è sempre stata lì, la grande geronte del paese; fragili i passi di Carlotta e Benito su questa pelle di polvere e ghiaia, intenso come tramonto il loro ultimo tenersi per mano, mentre al bivio scelgono la direzione proibita, verso la voragine, dove Nostra Signora della Fossa accoglie i vecchi dagli occhi spenti. Se questa bocca della terra avesse un fondo, sarebbe già gonfio di morte, generazione dopo generazione di anziani, così dai tempi della prima epidemia di peste.
Hanno un solo nipote, Carlotta e Benito, un estraneo arrabbiato con la vita, violento di droga; e, adesso, nemmeno più l'unico figlio, precipitato nelle oscurità, lui, il forestale che conosceva le insidie del territorio troppo bene, da troppo tempo, per darsi a Nostra Signora della Fossa senza volerlo.
Così anche questo giorno sfuma sui pendii di Lavrange, non deve fare altro, e Carlotta e Benito salgono al monte, e i loro volti fragili vanno alle nuvole, nere di pioggia e brutti presentimenti.
Mano di lei nella mano di lui, strette strette, in un grande geronte d'amore. la coralità del paese se ne esce con la stessa esclamazione, che abbia centodue anni, come mastro Guercio, il ciabattino, o diciassette, come il figlio di Nella, vedova spezzata da un lutto acerbo; Giovanni, detto Cappellì, il suo sposo finché-morte-non-vi-separi, è precipitato nella voragine di Nostra Signora della Fossa, tra le note cupe di Monte Trapasso, e appena ieri è stato seppellito; cioè, hanno infossato in un angolo del cimitero i suoi cappelli, diciassette, tutti in paglia, bianchi, una fascia di cotone a circumnavigarli, nera come il lutto che ora cinge il braccio e il cuore dei genitori. 
Lavrange sospira; se persino il Cappellì è sparito nella voragine, con il corpo disperso in una caduta verso l'infinito, forse significa che Nostra Signora della Fossa vuole nuova morte.
Lui, Giovanni il Cappellì, era nella Forestale, eppure qui piaceva a tutti, con i braccobaldi chiudeva un occhio, sempre, poi chiudeva anche l'altro e si apriva in un sorriso; bastava barattare la multa e la confisca dei fucili con un pezzo di selvatico e la caccia continuava senza leggi e galanterie.
A Lavrange piangono la scomparsa dell'uomo, e, sotto il dolore, lungo e tortuoso come un fiume piombato dal cordoglio, scorre lo smarrimento; il Cappellì conosceva le rughe di Lavrange meglio di quelle della moglie, sapeva come avvicinarsi alla fossa della strega in quelle notti assolute, senza luna, anzi, poteva andarci con Osvaldo, il paralitico, ballare con lui sulle rocce dell'abisso, e si era sicuri che nessuno sarebbe precipitato; era troppo bravo, troppo esperto, il Capellì; questo si credeva. 
***
- E adesso, adesso cosa ci aspetta, caro?
- Attenta, reggiti bene, uh, questa strada è troppo vecchia, lo sai. 
- Anche noi.
Benito è un grande geronte, lo ha letto su una rivista dal medico, mentre aspettava la puntura contro il dolore al ginocchio; c'era questo disegno, uno schizzo di tuniche e braccia lavate al cielo e, sotto, si spiegava che a Sparta il Consiglio dei Geronti era formato da uomini di oltre cinquant'anni di età; una didascalia veloce, due righe, l'ultima per informare che da allora la vita si è allungata e il grande geronte è colui che ha superato gli ottanta.
Ho ottantacinque anni, uno meno di Carlotta, formiamo una grande coppia di geronti; Benito aveva trovato sorprendente questa scoperta, forse gli sarebbe sembrata persino buffa, ma, a sorridere, nemmeno ci aveva pensato; non avrebbe saputo quali muscoli attivare, quale suono fare uscire dalla bocca; dove prima c'era la memoria gioiosa, la sua mente era sommersa da una dolente palude.
Poi, a casa, il termine gli era tornato alle labbra, improvviso come un colpo di tosse.
Il grande geronte, sembra il titolo di un film con John Wayne, non credi?; figurati, gli aveva risposto Carlotta, lo sguardo caduto nel camino spento, è solo il modo di quelli che hanno studiato per dire che siamo diventati inutili.
***
Oggi lei zoppica più del solito sulla coscia sinistra, divorata dall'artrite reumatoide; lui ha una protesi usurata al posto della gamba, smembrata da una mina nazista durante un gioco bambino dopo la guerra, e continua a fargli male, indifferente alle iniezioni; così, a vederli barcollare insieme, appena usciti di casa, sorretti una all'altro, sembrano l'unico corpo ferito di una specie in estinzione.
Grande geronte lui, grande geronte lei, come animali della preistoria si avviano tra i silenzi della strada, la strada che, si dice a Lavrange, è sempre stata lì, la grande geronte del paese; fragili i passi di Carlotta e Benito su questa pelle di polvere e ghiaia, intenso come tramonto il loro ultimo tenersi per mano, mentre al bivio scelgono la direzione proibita, verso la voragine, dove Nostra Signora della Fossa accoglie i vecchi dagli occhi spenti. Se questa bocca della terra avesse un fondo, sarebbe già gonfio di morte, generazione dopo generazione di anziani, così dai tempi della prima epidemia di peste.
Hanno un solo nipote, Carlotta e Benito, un estraneo arrabbiato con la vita, violento di droga; e, adesso, nemmeno più l'unico figlio, precipitato nelle oscurità, lui, il forestale che conosceva le insidie del territorio troppo bene, da troppo tempo, per darsi a Nostra Signora della Fossa senza volerlo.
Così anche questo giorno sfuma sui pendii di Lavrange, non deve fare altro, e Carlotta e Benito salgono al monte, e i loro volti fragili vanno alle nuvole, nere di pioggia e brutti presentimenti.
Mano di lei nella mano di lui, strette strette, in un grande geronte d'amore.
 


Il corso della vita - Giovanni Sicuranza
[chiaroscuro dal romanzo "Sotto la terra qualcosa campa"]
 
Ha le palpebre sottili come vento, le iridi pesanti come l'afa dell'imbrunire.
Osserva il paese che se ne sta immobile, tenace sotto il cielo fuso, il suo paese svuotato.
La grande transumanza degli abitanti ha riempito il ristorante della collina di Lavrange; anche lei è qui, tra gli altri, oltre gli altri; i suoi occhi sono una nuvola carica di pioggia, grigi e blu, e cercano vagiti di vita tra sudori, risate, brindisi.
Suo figlio è seduto di fronte, un mezzo busto prima del precipizio verso il paese, e guarda annoiato il volo delle mosche sul piatto dei salumi.
Non mangi.
No.
Forse dovresti.
Forse no.
I polsi del figlio sono ancora stretti nelle garze bianche, che proteggono le ferite e allo stesso tempo le risaltano e raccontano una fiaba di morte.
Ci pensi ancora, anche adesso.
Lui minimizza con le spalle; sai, mamma, basterebbe un attimo per lasciarsi andare nel vuoto, da qui, e getta una forchetta dietro le spalle, con i suoi denti appuntiti che cercano cibo e trovano gravità, multidimensioni di cadute, fin dove la collina sbiadisce nel cimitero del paese; basterebbe solo un attimo, mamma, settecento metri, un salto da niente.
Lei annuisce, lenta, cauta, le palpebre che risentono del tasso di umidità delle lacrime.
Se ci fossero i tuoi nonni.
Non ci sono, mamma, e nemmeno ho un padre, nemmeno un corpo di padre; al cimitero marciscono solo i suo cappelli, quegli odiosi cappelli che collezionava. Non ho una memoria, non ho una vita, niente.
Ci sono io.
Il tavolo sussulta sul pugno del ragazzo. Le mosche si spostano appena e tornano al banchetto.
Tu, no, mai, fai la premurosa perché mi hai visto con i polsi tagliati.
Figlio mio, ti prego.
Dovevo parlarti così, mamma, con la forza della morte.
Non so più cosa fare, ingoia lei, il cuore che cade nello stomaco, quel senso di nausea che credeva di avere lasciato all'afa della valle.
E allora inventa, mamma, provaci, fammi cambiare idea. Oppure.
Clap, e le mani di lui si chiudono su una mosca, clap, come il suono di un applauso a una vita schiacciata.
Oppure salto.    
Cosa vuoi sapere?
Prova a raccontarmi di Lavrange, mamma, di quello che è successo al paese.
E' solo una maledizione, ti prego, io.
Il figlio, quel figlio perduto sull'orlo del precipizio, si sporge verso la madre e per un attimo le sorride, davvero, senza vestiti, come faceva quando era putino.
Provaci, mamma, raccontami ancora della strega di Lavrange, vediamo se una storia di amore e di morte riesce a trattenermi dalla voglia di saltare.
Lei deglutisce e le sembra di avere mandato giù un rovo.


Immagine: foto per gentile concessione dell'autrice M. Carlin

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