Maschere

 
Maschere - Giovanni Sicuranza
 
 
Sei artiglio che graffia
il respiro.
 
 
- Accomodatevi – bisbiglia Edgar Allan Poe, le spalle che si alzano con indifferenza, mentre l’ombra sale sulla nuca, gli morde i capelli di gelo e poi lo oltrepassa.
- Il divano – aggiunge, atono.
L’ombra esita: - Come in psicanalisi?
Poe sbuffa. La Morte Rossa almeno non chiedeva. Questo demonio,invece, è decisamente diventato troppo umano.
- Credevo vi facesse piacere sdraiarvi in un divano sfondato. Vi ricorderà una bara.
Da qualche parte del suo confine sfumato, l’ombra ha l’eco di una risata.
Poi l’eco si prosciuga e la risata prende forma, decisa, secca, come il corpo che assorbe l’ombra.
Poe osserva la scena. Le mani, i piedi, il viso, tutto ritorna a vita davanti ai suoi occhi.
Quanto spreco di carne, riflette, l’ectoplasmia delle persone è tanto più interessante. Tanto più sopportabile.
- Bella la storia della bara. Secondo me, il divano è sfondato solo perché voi siete un poveraccio, caro Poe – continua a ridere l’ombra, mentre diventa uomo – Questa casa cade a pezzi.
Sì, l’essere umano è anche più intollerabile.
- Dovevamo parlare di voi, Conte Dracula, o delle mie finanze?
L’uomo si è appena materializzato e già smette di respirare. Il che è un eufemismo, perché è da almeno quattro secoli che il respiro è un ricordo. Da quando si è dannato per cercare la sua donna oltre il tempo.
- L’avete trovata, dunque? – incalza Poe, avvicinandosi al vampiro.
Dracula è alto, robusto, vestito con elegante tweed grigio, i capelli sciolti sulle spalle, da principe ribelle, una barba accennata da centinaia di anni di vita e di morte, sempre indecisa se crescere o cadere.
Poe è un ometto nero. Nero nei vestiti, nero negli occhi. Nero nella tempesta dell’animo.
Poe è febbricitante di pece folle
Il vampiro lo sa. Il vampiro potrebbe spezzargli il collo con un gesto così veloce, che persino la luce dovrebbe riprendere fiato per stargli dietro. 
Ma Dracula è dannato per amore. E Poe è lo scrittore dell’amore dannato.
- Ho bisogno del vostro parere.
Poe annuisce. Forse sorride, persino. Ma forse è solo lo strascico di una storia rimasta tra le sue labbra.
- L’ho persa – si affloscia la voce di Dracula, il suo corpo che la imita sul divano.
- Mina? – Poe sposta la sedia nera, fa per avvicinarsi al vampiro, ma poi la risistema davanti al tavolo con il calamaio e lì rimane. Il tutto in un lungo stridio di legno. Gambe di sedia che gemono su travi del pavimento.
- Mina? – ripete Dracula, come se sentisse quel nome per la prima volta. Gli occhi sono fessure che si arrampicano al soffitto e vi rimangono appese.
- Mina è un racconto.
- Anche voi lo siete.
Le fessure diventano strisce rosse.
- Voi siete uno scrittore, Poe. Come fate a fare queste differenze?
- Seguivo il vostro pensiero.
- E allora fatelo in silenzio.
Poe accende la candela.
Le strisce rosse del vampiro si scostano appena una dall’altra, gli occhi ancora semichiusi sul soffitto.
- Non è meglio la penombra?
- La luce di una candela non vi farà del male.
- Non è questo.
- La luce serve a ricordarmi che non sto parlando con il personaggio di una fantasia in penombra. Ma con un essere …
- Non dite un dannato, nemmeno un demonio. Ho abortito la Chiesa prima di morire. Non ci sono né angeli, né demoni, nonostante voi dipingiate le vostre donne come angeli, mio caro scribacchino.
- Parlatemi di lei.
- Io l’amo.
- Lei esiste?
Dracula fa per mordersi un labbro, ma subito si ferma. Poe nota il gesto. Poe vive di particolari maniacali.
- Con quei denti, rischiate di farvi del male.
- Il che sarebbe motivo di divertimento per voi, vero?
- Anche sapere che lei non esiste mi diverte.
- Ma come osate, mortale?
Nonostante le parole pronunciate in un ringhio, Dracula non si muove, affondato nel divano, gli occhi ancora appesi al soffitto, le mani giunte sul petto, nemmeno accenna a voltarsi verso l’uomo.
- Conosco la storia, Dracula. Lei ha un bel nome, più bello di quello di Mina. Vogliamo dire un nome che è ebreo e greco alla stesso tempo?
- Non volete svelarlo.
- Non è un nome che passerà alla Storia.
- Alla mia sì.
- Nemmeno voi passerete alla Storia. Il vostro vero personaggio, Vlad Tepès, è conosciuto solo dagli autoctoni dei Balcani e, tra poco, anche da un certo Stocker. Per il resto, siete leggenda.
- Anche voi, Poe.
- Io creo leggende. E sono la loro ombra.
- Non cambiate mai tono.
- E voi cambiate discorso.
- Mi sono innamorato.
- E’ il vostro destino, caro vampiro. Dannato per amore.
- Ma mi dite che lei questa volta non c’è. Eppure l’ho sentita, mi ha svelato di amarmi, che ero dentro di lei. Che non poteva fare a meno di me. Ci siamo visti ed è stata subito passione.
- Poi lei è fuggita.
Dracula serra i pugni, ma il viso rimane indifferente.
- E’ tornata dal marito – sospira.
- E vi aspettiate che torni da voi? Siete un sogno, mio caro, patetico gentiluomo. Quando vi scriveva di amarvi, che solo con voi non aveva maschere, che ormai eravate dentro di lei e non poteva non incontrarvi, ella parlava di se stessa.
I pugni del vampiro muoiono. Le dita si distendono lungo i fianchi. Le fessure degli occhi dondolano pericolosamente dal soffitto.
- Cosa dite, Poe?
- La donna che avete trovato, questa soave fanciulla dal nome greco ed ebreo, ha sempre vissuto prigioniera di sensi di colpa, in una famiglia in cui l’equilibrio è basato su ruoli precari. Su rinunce per avere risultati e amore. Fragilità d’amore.
Poe soffia sulla candela. La fiamma ondeggia, sdegnata, oltre lo scrittore, poi ritorna, avvicinandosi, attratta dalla corrente di ritorno.
Poe le rivolge una sguardo di amore.
- Voi siete stata la sua prima vera valvola di sfogo dopo anni vissuti a recitare e a fare il meglio per gli altri. Ma non eravate davvero dentro lei. Siete sempre rimasto un’ombra. Perché per lei era importante sapere che, finalmente, poteva dire “Amo! Sono dentro qualcuno!”. Doveva farlo, ora lo sa. Doveva farlo per uscire solo un po’ dalla gabbia di un marito indifferente e violento. La gabbia di cui, tuttavia, ha bisogno per vivere.
- Io le ho offerto la libertà di essere se stessa.
Poe soffia ancora sulla candela. La fiamma si spegne.
- Un canarino cresciuto in gabbia sarà curioso di esplorare il mondo fuori, ma se non torna subito in gabbia, muore.
- Volete dire che …
- Che lei è scappata da voi non appena voi siete passato dall’ombra al corpo reale, mio caro. Lei non amava voi, mai. Le sue frasi di amore erano tutte indirizzate a se stessa. Ora ci sarebbe solo una soluzione. L’impossibile.
- Che lei scopra che è meglio la libertà con me della gabbia.
- E’ la sua gabbia dorata. La sua famiglia, i suoi sensi di colpa. Voi siete il pericolo e la minaccia all’equilibrio che si è creata in questi decenni.
- Io sono sempre un pericolo.
- Sì, anche quando amate sinceramente. Il che vi capita di rado nei secoli.
- Non posso riconquistarla?
- Andate lì, spezzate la gabbia, vampirizzatela.
Le fessure del vampiro si spalancano. Occhi verdi, iniettati di rosso, mordono le travi del soffitto.
- No, io l’amo! Non la violenterei mai così!
- E allora, per cortesia, usate lo stesso riguardo con il mio soffitto. Lo state facendo fumare.
- Scusate.
- Ecco, le fessure vanno meglio, grazie. Rilassatevi Dracula, potete solo lasciarvela scorrere addosso, questa donna.
- Non tornerà più.
- E’ troppo invischiata nel suo mondo. Forse con voi ha davvero scoperto che può riuscire, ogni tanto, a fare capolino dalla gabbia. Forse, non subito, ma un giorno, proietterà su un altro individuo la sua voglia di amare davvero. Di essere libera.
- Ma non sarò io.
- No, voi siete uscito dalla proiezione. Siete reale. Siete il rischio che lei cada dalla gabbia. Ricomincerà, forse. Ma con un altro.
- Per sempre, dunque.
- Per sempre, dunque, amico mio, l’avete persa.
- Vorrei avere lacrime per piangere.
- Per questo vi compatisco, Dracula. Avete scelto la condizione di non morto, eppure vi muovete in base all’Amore. E non potete nemmeno sfogarvi.
- Chissà se lei piange, ora.
- Forse sì. Per se stessa. E per alimentare il senso di colpa. In modo da rendere più saldo il legame con il marito.
Silenzio.
Poe china gli occhi piccoli, neri, sul foglio bianco. Da giorni tenta di scrivere, ma sente addosso l’angoscia di cercare invano una donna. Ha inciso solo il suo nome, con grafia svolazzante. Le lettere nere sembrano il volo di un corvo su un cielo bianco: “Ligeia”.
Dracula giace ancora sul divano. Vorrei morire, pensa, ma nemmeno questo è possibile. Vorrei amare, ma riesco solo ad essere un pretesto per donne che torneranno da altri. Alla loro vita.
In fondo, non è stato così anche per Mina?
Apre completamente le palpebre e lascia che lo sguardo cada dal soffitto al suolo. Poi lo alza verso lo scrittore.
Così piccolo, così nero. Così solo.
Poe avverte lo sguardo del vampiro sulla nuca, ma non si muove.
“Ligeia” è il richiamo muto sul foglio, che non può perdere.
- Cosa scrivete? – mormora il vampiro.
Poe non risponde subito. Il vampiro non sembra spazientirsi.
Dopo, quando l’ultima penombra ha lasciato la stanza e il buio ne è diventato il vero arredamento, arriva la voce dello scrittore. Stanca, lontana.
- Scrivo nomi. Solo nomi di donna.
- Non sapete scrivere della loro passione, della loro carne.
- No, mio caro Conte. Non so.
- Io l’ho cercata. Mi è sfuggita. E solo un nome mi è rimasto.
Poe alza finalmente lo sguardo su Dracula, che già sta sfumando in ombra.
- Siamo solo nomi. Siamo maschere, che cercano illusioni d’amore per sentirsi uomini. O donne.
- Siamo maschere – echeggia l’ombra, dispersa nell’aria.
- Uomini o donne – ripete Poe.
Poi, percorso da un improvviso brivido di freddo, afferra la penna e, al buio, guidato da un’illusione d’Amore, inizia a scrivere:
Io non posso per l’anima mia, ricordare come, quando e persino dove avessi precisamente conosciuto per la prima volta Lady Ligeia” *



* libera traduzione dal racconto "Ligeia" di Edgar Allan Poe (1838)
 
 

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