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Nel vento



Nel vento

E' un tondo doni, racchiuso in se stesso nel selciato dell'unica strada che porta al cimitero. 
Ma che fai, soffia Alessandro, un filo di voce che cade nella ferita al petto, non ti capisco. 
Come che faccio, sputa l'uomo, grande, grosso, le ginocchia accovacciate, i pantaloni e le mutande accovacciati, le rughe del viso anche, flesse in uno sforzo di concentrazione. 
Fai schifo, fai. 
Non è che tu sia messo meglio, ride l'uomo, un ringhio più che altro, silenziato da un lungo grugnito, cazzo, quanto è dura. 
Troppa carne?
Gocce, catinelle, densità di sudore sono sulla fronte di lui che, non scherzare con me, ragazzino, dice, o ti faccio togliere il disturbo con un'altra coltellata.
Sono protetto da lei, sai, non dovevi mangiarmi. 
Sì, certo, adesso taci, questa è una cagata storica. 
La strega verrà e di te lascerà solo brandelli. 
Perché non ti sdrai e aspetti di morire in silenzio, ragazzino? Credi di essere speciale solo perché hai ucciso tua sorella?
Le betulle, intorno, chinano le fronde, tutte insieme, come se il vento dicesse sì, Alessandro, che ha ucciso la sorella sulla tomba di mamma, Alessandro che stava tornando dalla nonna, la strega, prima di essere aggredito da te, banale assassino seriale, lui sì che è speciale. 
Lasciami finire, ragazzino, e poi saprai cosa significa essere ridotto a brandelli; occhi socchiusi, gocce di buio che fissano Alessandro lungo l'agonia; oh, sì, dopo questa cagata provocherò l'estinzione di massa di ogni tessuto del tuo corpo, alleluia; sarò peggio degli indiani d'America.
Flop, fa qualcosa di solido, molto solido, sparata dall'uomo sul selciato.
Ah, senti questa, ragazzino, c'erano centinaia di mammut, di bradipi terricoli, pesavano anche tre tonnellate, pensa un po', e poi armadilli, e tutti questi animali, questi fottuti bisonti della preistoria, tempo cinquant'anni e vennero sterminati e frullati nelle interiora degli indiani, ecco, e, alleluia, indovina, lo sappiamo proprio dalle feci fossilizzate di quei selvaggi, uh, aspetta. 
Flop, flop, flop, wow, questa sì che è la festa della liberazione, ragazzino, tutta merda che rimarrà qui, che tra centinaia d'anni gli archeologici troveranno; le mie feci mi renderanno unico nei secoli, hai capito, adesso? Gli archeologici le studieranno e dalla loro composizione sapranno che anche questo è stato il mio terreno di caccia, wow, questa l'hai sentita come è venuta giù bene solida? Tutta carne, aha, ragazzo mio defunto, studieranno i resti che lascio qui, che lascio in ogni posto dove mi cibo, comprenderanno il mio viaggio. 
Dove vai? 
Hai ancora voglia di sapere? Beh, sì; l'uomo soffia al cielo, una lastra di nubi albine in maratona verso est; ammetto che sei caparbio. 
Dove, ho chiesto. 
L'uomo, l'adulto vestito di nero e di polvere e di sangue, quest'uomo si alza, veloce. 
Non c'è niente per pulirmi, borbotta, e intanto fissa la ferita sul petto di Alessandro, o forse no, sei una fonte di sangue, ragazzino, una fontana di opportunità. 
No, non farlo, ti prego. 
Cosa ti importa, dico?; un piede e avanti l'altro, i passi che si spezzano sulla ghiaia; uh, dovrei tirarmi su i pantaloni; abbassa gli occhi ed è qui che Alessandro fa come ha fatto con suo nonno l'asino della stalla, flette le ginocchia e lascia sul ventre dell'uomo tutta l'energia che riesce a trovare. 
L'uomo cade con la stessa elasticità di un palo di cemento, i piedi prigionieri dei pantaloni, un flop di imprecazioni tra le sue stesse feci. 
Sono speciale, stronzo, urla Alessandro, la ferita che zampilla densa, sono protetto dalla mia rabbia, bastardo, e la strega ci sente, noi di Lavrange, ci protegge, tutti.
L'uomo scalcia nel niente, ha la nuca e il collo pesanti di proiettili fecali, e mentre tenta di liberarsi dai suoi resti e le gambe cercano un varco tra i pantaloni, il vento muore, improvviso, e le nubi si fermano, si gonfiano, come nell'onda d'urto di un tamponamento, una più grassa della precedente, una più nera e più nera del buio. 
Sembrano la merda del cielo, mormora lui, affascinato, per un attimo immobile come un fossile; poi intuisce il profilo di un uccello; le ali gli appaiono così immense, che sembrano prendersi le oscurità delle nuvole, le finestre del cielo, e assorbirle come un fuoco nero. 
Ha solo il tempo di un respiro, prima di sentire un altro flop, l'ultimo, diverso, viscerale, così grande da esplodergli nel cranio. 
Alessandro vede l'osso lungo, forse un femore, chissà se di bestia, ben saldo nella fronte del suo assassino, grigio come la sua vista. Sorride, il ragazzo, flebile, grato al gipeto, che plana per cibarsi del midollo osseo e forse già si è accorto del nuovo pasto.
E' così che la strega trova il nipote, con il sorriso lieto salvato dal rigor mortis. E il gipeto la guarda, e intanto penetra il becco nella testa del cannibale, e mangia, veloce, e ancora la guarda, fino a quando lei gli fa un cenno con le dita lunghe e allora si prende un frammento di cranio e si allontana tra i silenzi del cielo. 

Questo avvoltoio necrofago fa parte della storia di Lavrange; fino al diciottesimo secolo lo conoscevamo come l'annunciatore della Peste, perché dopo lui arrivava sempre lei, Nostra Signora della Fossa, ed erano la morte, il gipeto e la strega, come batteri antropomorfi che si prendevano i nostri respiri.
Sotto la terra qualcosa campa, cantavano i nonni dei nonni dei miei nonni, ed è stato sempre così, credo dalla fine del 1300, da quando Lavrange è sorta sui cadaveri della prima pandemia di peste.
Ma, aspettate, questa parte della storia io, a voi, già l'ho narrata.

[*tratto da "Sotto la terra qualcosa campa", Giovanni Sicuranza] 

[immagine: surrealismo di Daikichi Amano]


  

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