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Valentinanza San #II


Valentinanza San #II

Non so, devi avere proprio una faccia da schiaffi per propormelo, mi dice, i decibel della voce sovrapponibili al sibilo di una zanzara. Il tono, invece, racchiude tutti i decibrut percepibili dall'udito umano. 
Gli occhi le cadono nella schiuma emersa dal caffè appena ordinato, nelle fragili bolle di latte sudario, poi girano circospetti intorno al bar e, alla fine, tornano per affogare nella tazza. 
Non mi guarda, non più che forse è un mai più.
Lei lo sa, mi piace da quando ho iniziato lo stage in Macroeconomia Moderna, perché il suo corpo è l'unico argomento del corso che trovo affascinante e che vorrei esplorare. La nostra secchiona ha le labbra umide e piene e le gambe sono fiere tra lo spacco della gonna e gli anfibi. 
Vorrei solo che ci prendessimo, esalo il mio alito al cappuccino nel suo orecchio, Ecco, tutto qui, non vedo perché dovrei aggiungere altro.
Forse il suo sguardo è anche oltre la tazza, dopo il ripiano del tavolo, magari si trova già all'emisfero opposto di questo angolo di università.
E lo dimostri così, stronzo, sospira, Mi vuoi scopare e tanti saluti. 
No, niente saluti, lo rifacciamo, cioè, annaspo, Dai, mica solo una scopata e basta. 
E' come se fossi una puttana, pausa, Per te. 
Il sapore della sua frase è acidulo, dissonante sul nostro break da matricole. Lei, la Tutta Testolina in Economia, lei, sublimità evolutiva della Donna Harrapans. E ancora lei, farcita dalla solita ansia di sentirsi parte di una coppia. 
Non è per denigrarti, tento, e sento che il mio alito ha già perso sapore, Però, ascolta, abbandona il pensiero soprannaturale. 
No, fa lei, appena, lo intuisco perché le punte dei capelli oscillano come il vortice di un lavabo; in senso antiorario o orario, poi, cosa importa; sono stronzate accademiche. 
Il fatto è che l'ho persa, per il solito idiota motivo, come le altre, il fatto è che ogni parte di lei è in ritirata. 
Siamo pieni di pregiudizi di tipo surreale, tento lo stesso, Pensaci. 
L'espressione non cambia, non ha il corrugarsi della fronte di chi ci pensa, no, c'è un sussulto, un singhiozzo delle membra, tipico di chi comincia a chiedersi se al suo fianco c'è un folle.
Cosa c'entra, mormora, Santo Cielo, ma cosa c'entra il surreale. 
Ricomincia a guardarsi intorno e si ferma sulla porta del bagno; una via di fuga. 
Taccio, mi appoggio con i gomiti al tavolo, con il mento alle mani, con la testa nella sconfitta. 
Aspetto che lei mi esorti ad essere più chiaro, che si avvicini per ascoltarmi, per capire, ma è solo perché così succede nei film o nei racconti di Giovanni Sicuranza, mica perché ci credo. 
Siamo pieni di soprannaturale, di pensiero magico, fin dalla nascita; abbiamo bisogno di capire, di classificare, fa parte del nostro desiderio evolutivo, della necessità di omologarci in gruppi. Quello che non capiamo lo spieghiamo con l'essenzialismo, con la magia, con un sesto senso; con "quel non so che". 
Lei è così. Ha bisogno di sentire la magia, il "non so che" che unisce la spiritualità delle menti, il soprannaturale dei pensieri miei e suoi che diventano un'unica entità. 
Ora dovrei spiegarle che la sua mente è solo un prodotto del cervello, di una massa organica che genera azione del corpo e dei pensieri, dovrei stare ore a convincerla che non c'è nessuna identità, nessun pensiero quando muoiono le sinapsi. Dovrei dirle che ogni nostro desiderio è chimica e ambiente, per cui tanto vale scoparsi addosso, giocare, e poi, magari, riprendersi. 
Puoi farlo anche subito, così dovrei dirle, Non c'è nessuna spiritualità tra i corpi, nessuno scambio di essenze, solo piacere e gioco, tutto il resto è il nostro bisogno, la nostra illusione di sentirci desiderati e accettati, persino di sopravvivere alla morte. 
Ecco cosa dovrei dirle; per quanto nocivo, la mia massa encefalica si ostina a produrre pensieri asociali. 
Allora taccio, aspetto come sempre e taccio, fino alla perdita. Fino a quando l'essenza di lei diventa assenza.

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