Pianto di Natale


Pianto di Natale
da “Storie da Città di Solitudine e dal Km 76”; Giovanni Sicuranza; Youcanprint – Boré Editore; 2010 

Il pianto dall’altra parte della porta.
Continuo, senza pietà. Così intenso da riempire tutto il palazzo.
La chiave che annaspa tra le mani per tuffarsi nella ferita della serratura. 
Uno scatto, il pianto, un altro scatto, il pianto. 
E finalmente la donna si tuffa all’interno del corridoio, le borse della spesa che precipitano al suolo con tonfi di macigni.
- Arrivo – urla – ecco – continua, con l’intenzione di dire “eccomi”, se il fiato non fosse già diventato agonia nell’affannosa corsa sulle scale dal portone al secondo piano.
Romilde è il nome di una fiaba. Così aveva deciso sua madre quando lei era nata, fragile e inconsapevole del mondo.
Ventisei anni dopo, Romilde è capelli arruffati, sudore che vela occhi, moccio che serpeggia denso da una narice. É continua corsa nella quotidianità. Il lavoro, la casa. 
Nessun segreto su cui sognare, nessuno specchio su cui soffermarsi per un cenno di trucco. Nessun lieto fine da quando l’uomo con cui ha convissuto l’ha abbandonata per un’altra, salutandola con una bestemmia, un mutuo da pagare per i prossimi secoli, un abito da sposa impiccato nel buio dell’armadio. 
E il piccolo.
Il piccolo che ora piange e che lei tenta di consolare gorgogliando litanie spezzate dal fiatone.
- La mamma è arrivata, la mamma la mamma – cantilena Romilde, cercando di pulirsi il sudore con un mano e con l’altra di solleticare il viso paffuto di Mattia. E forse è proprio per questo che il bambino scalcia con più forza nel lettino e intona una versione di pianto più grintosa di prima.
La principessa Romilde si accascia nel mantello di un impermeabile chiazzato di grasso e sudore, mentre le scarpe da saldi al mercato sgusciano dai piedi gonfi. Accanto al lettino, piange anche lei, impotente, nemmeno capace di sovrastare il tono del figlio.
Dopo pochi minuti, è sdraiata al pavimento, il corpo vibrante in un sonoro russare, che è riuscito ad incuriosire Mattia. E a farlo tacere.
***
Le feste sono ironia che si rinnova sul fallimento di Romilde. Il Natale che striscia dapprima nella pubblicità, poi si colora nelle vetrine dei negozi e quindi irrompe nella decorazione della città, nei palazzi.
Romilde si è alzata alle cinque, come tutte le mattine. I piedi nudi sul granito in glaciazione, scosta la tendina della finestra. Piano, per non svegliare anche Mattia, che dorme accanto a lei. D’altra parte, la casa è un cubo con una cucina, una stanza da letto a mansarda e un bagno dove può muoversi con naturalezza solo un’anoressica. Romilde è in soprappeso da quando ha partorito. 
Allora credeva ancora al suo uomo, pensa mentre osserva i lampioni che sfrigolano freddi nel buio, allora sapeva che la loro storia avrebbe avuto tutte le allegre melodie delle fiabe e una scritta scesa dal cielo.
- E vissero felici e contenti – piange sottovoce, mentre i fari ciechi delle prime auto sul viale le rimbalzano sul viso e le ricordano che tra poco comincia il turno in fabbrica.
Invece lui si è trasformato nel nulla, anzi, peggio, nell’orco cattivo. Perché se è vero che ogni mese le passa un soffio del suo stipendio, è anche vero che una volta alla settimana passa e basta. Cammina lungo il marciapiede, felicemente a braccetto dell’altra. E quando arriva all’altezza del suo appartamento, del loro appartamento, si ferma un istante, alza gli occhi sottili e stira le labbra in un sorriso. Poi, come se quel gesto ripetuto fosse la replica di un sipario, continua la passeggiata, indifferente a tutto se non alla sua nuova donna.
Romilde solleva gli occhi umidi sulle case di fronte. Tutte le luci sono spente, ancora nessuno ha iniziato la giornata, eppure è strano vedere questi nuovi Babbo Natale appesi sui balconi o sulle finestre. Sono grandi, piccoli, un esercito immobile nel gesto di penetrare nelle case. Hanno un’attesa lunga, nel giorno e nella notte, nel freddo della festa che avanza. Sono solo pupazzi, Romilde lo sa, eppure le loro ombre in scalate sulle case buie la inquieta. 
Pensa che saranno anche truccati da Babbo Natale, ma non hanno nulla di rassicurante. Allora chiude la tenda e si muove verso la cucina. Bastano pochi passi per arrivarci, ma il freddo del pavimento la scuote subito, tradendola. Inciampa nell’armadio, le ante che si aprono in un lungo cigolio di protesta e mostrano una cavità buia. 
Romilde trattiene il fiato, un po’ nel timore di svegliare il figlio, un po’ ipnotizzata dall’ombra che sguscia veloce dall’armadio. Una gonna troppo pesante per una gruccia efebica scivola al suolo in un tintinnare di lampo e bottoni di plastica.
Mattia apre gli occhi al nuovo giorno. E inizia a innalzare il pianto a tutti gli esseri viventi.
***
È sera. 
Il latte che si scalda nel pentolino. La fiamma è danza azzurra e gialla sugli occhi rossi di pianto e stanchezza di Romilde. 
La televisione è accesa su un telequiz in bianco e nero e senza voce. 
Lei vorrebbe seguire il programma, ma Mattia sta dormendo e non osa rischiare. Non dopo ore trascorse a sentirlo urlare, mentre era intenta a fare il bucato, a lavare i pavimenti, a sistemare una lampadina fulminata e la serratura arrugginita della porta. Veloce, frenetica, precisa, sotto il pianto battente del figlio nelle orecchie, nel cuore. Nella mente.
E nel frattempo ha anche avuto modo di scorgere dalla finestra l’avanzata dell’uomo, di vedere il suo ghigno verso quella che era la loro stanza d’amore, di ingoiare amaro al suo avvinghiarsi sull’altra nella ripresa della passeggiata.
I Babbo Natale appesi ai balconi hanno dato le spalle alla scena, come sempre indifferenti.
Ed ora lei sta scaldando il latte per Mattia, in ondate di sconforto. 
Romilde non è fatta per questa storia di solitudine e pianto. Romilde vuole una fiaba. Sua mamma l’ha chiamata così proprio per augurarle una vita da favola, lo ha sempre ripetuto, fino a quando un camion non l’ha sbriciolata a pochi minuti dalla nascita del figlio.
Mattia forse lo sa. Mattia che già si sveglia. E piange.
- No! – urla la donna caduta da una fiaba – No! – ripete sopra il pianto del figlio e in un balzo tenta di correre verso di lui, sentendosi piena di vuoto e sconfitte. 
Urta il pentolino e lo osserva mentre si tuffa al pavimento in un tintinnare che esplode nei pensieri. Il latte si sparge ovunque, lento e denso come sangue anemico.
- Basta! – è il grido finale di Romilde, che afferra il pentolino e corre dal figlio.
- Basta! – è il suono che ripete mentre cala la pentola con violenza sulla testa di Mattia, una volta, due, tre, e chissà quante altre, fino a quando la mano non è satura di formicolii e sangue e frustoli di cervello.
Allora si ferma, esausta, e guarda il figlio che ha cambiato volto e che ha smesso di piangere. Questa volta davvero, questa volta per sempre.
Apre e chiude le labbra, mentre schizzi di sangue le scendono sul viso e le riempiono la bocca del sapore di Mattia. Cerca di allungare le mani sul corpicino martoriato, ma le ritrae subito, inorridita.
È sconvolta, Romilde. Perché scopre che oltre l’orrore di avere massacrato suo figlio, si sente anche sollevata. 
Lo sguardo va alla finestra, come desideroso di fuggire, e si immobilizza sulle luci che filtrano dalle case circostanti, dagli addobbi natalizi lungo la strada.
Pensa Romilde, pensa, confusa, veloce, pensa con l’espressione che si trasforma piano, fino a quando dal panico non emerge un sorriso. E gli occhi scintillano di lucida gioia.
***
Il giorno dopo Natale, l’uomo passeggia come sempre lungo la via dove ha vissuto con Romilde gli anni più tristi della sua vita. 
- Idealizzava ogni cosa – ripete spesso alla sua nuova compagna – Una rompiballe fuori dalla realtà che credeva nella fiabe. Un tipetto da romanzo rosa, insomma.
Oggi l’uomo ha fretta. Lo aspetta il pranzo con i colleghi di lavoro, eppure non ha rinunciato a parcheggiare l’auto fuori mano per compiere il solito percorso in compagnia della sua donna.
- Così diamo alla mia ex un altro esempio di cosa sia la realtà – ha spiegato, incurante dello sbuffare di lei.
Quando sono arrivati sotto l’appartamento, ha come al solito sollevato la testa verso la finestra della stanza da letto. E si è messo a ridere.
- Vedi come è fuori dal mondo? – ha richiamato l’attenzione della sua compagna, il dito puntato in alto – Natale è già passato, tutti stanno togliendo gli addobbi, e lei cosa fa? Guarda, ha attaccato alla finestra uno di quei buffi Babbo Natale arrampicatori!
La compagna solleva lo sguardo controvoglia. L’idea di arrivare tardi all’appuntamento con i colleghi di lui la infastidisce, anche perché si tratta della prima occasione di incontrare il suo nuovo amante in società.
Ma quando vede il Babbo Natale appeso alla finestra, esita, perplessa.
- Però, è strano – mormora – Non ti sembra più realistico degli altri? Anche così piccino.
- Sì, dai, qui di piccino c’è solo il cervello della mia ex – sentenzia lui, già disinteressato. Con un braccio avvinghia la vita della sua donna e la trascina avanti.
Sopra di loro, una tendina si chiude. Piano.

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