Fa un freddo cane


Fa un freddo caneGiovanni Sicuranza

Fa un freddo cane. Burk lo sa, è da quando sono entrati nella brughiera che guaisce, il pelo ritto tra le orecchie, lembi spelacchiati di nero a sfiorare la brina. In questa terra dilaniata dal tempo, tra putrescenze vegetali, non crescono fiori, ma steli di nebbia, alti oltre Burk, persino oltre il ragazzo. 
Si chiama Franco, il ragazzo, ha appena compiuto dodici anni e non c’è gioia nel suo animo.  

- Lo farai tra una settima esatta, al tuo compleanno. 
- Devo, nonno?
- Ne abbiamo già discusso, Franco. Lo fanno tutti a dodici anni. 
- E la strega, quanti di noi ne ha presi, la strega?
Erano rimasti in silenzio, tra il fuoco acciaccato del camino, e Franco aveva smesso di guardare il nonno, perché la sua espressione era diventata più cupa di ogni presagio di risposta. 

Burk striscia, guaisce, annusa l’aria con affanno, gli occhi grandi che scivolano tra le lapidi dei Dimenticati, cadaveri secolari senza nomi, sfigurati nel corpo e nella memoria dalle epidemie di peste. Anche Franco vorrebbe strisciare, urlare, pisciare, e correre indietro, nello spiazzo dove il nonno attende, e chi se ne frega se a Lavrange diranno che è stato un vigliacco. Lui alla strega ci crede, eccome, sa che Nostra Signora della Fossa adora le carni tenere; del resto, per questo che si è portato Burk dietro, non per affetto, non per sentirsi meno solo, no. 
Burk è l’alternativa, l’offerta del cane al suo posto.
- Perché ti sei fermato?
Burk ha cinque anni e una vita trascorsa al fianco di Franco, il suo potente capo branco. Solo che ora sente Franco in modo diverso, ora ne percepisce l’odore nuovo, fragile. 
Burk sa che l’uomo vecchio è lontano, ne sente l’assenza. Intorno, c’è l’odore di muffa e di morte, di carne defunta. E, intensa, la paura di chi lo guida.  
- Burk – Franco deglutisce – Cosa hai visto?
Il capo branco è debole, si muove a scatti, la schiena curva. 
La brughiera è nebbia, silenzio, attesa. 
Burk scatta, le fauci di molosso che si stringono intorno al respiro di Franco e affondano il suo corpo tra le lapidi dei Dimenticati. 
Subito, avverte l’odore d’urina del capo branco, cattura con il naso ogni molecola fetida di terrore e affonda con rabbia nella laringe. Poi il muso scatta verso l’alto, innalzando fiori di sangue tra i gambi di nebbia. 
Ulula il cane, il nuovo dominante, ulula al cielo della brughiera, alle nuvole che velano la luna, alle luci fredde dei fuochi fatui.  
Nascosto alla vista, nella radura sottostante, il vecchio lo ascolta e annuisce, piano. 
E’ andato come doveva, sussurra, quel ragazzo credeva di imporsi con la prepotenza, troppe le volte che ha picchiato il suo cane. 

Zoppica verso l’apecar con cui sono arrivati al confine della terra di Nostra Signora della Fossa e, la strega non sbaglia mai, dice intanto, l’umidità che gli morde le artrosi. La strega è la nostra coscienza; indifferente al dolore, anche questo dice. Poi lascia la notte agli ululati di un cane nuovo.

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