Nessun caso per il Commissario Massimo Riserbo - Capitolo uno o nessuno


Nessun caso per il Commissario Massimo RiserboCapitolo uno o nessuno - Giovanni Sicuranza

Non capisci. 
Ti affacci alla finestra, solo perché Sicuranza possa scrivere di questo gesto e introdurre il romanzo con il cadavere sull’erba, che giace sotto lo steccato in legno umido, che scricchiola sotto il gatto nero, che guarda la luna, quella luna dall'occhio polifemico-gelatinoso.
Acqua rivestita d’acciaio lunare, lame che sfregiano il cielo.
Piove e ogni volta che ci sei tu, in una storia noir, nella migliore delle previsioni, piove. 
Sicuranza le prova tutte, lo sai, lo promette per ogni trama che racconta, poi, nelle ambientazioni così pacchianamente prevedibili, sbaglia sempre qualcosa. 
Ora, per esempio, vorresti chiedergli perché il morto ti osserva e sorride. 
Il tuo autore non sa che i cadaveri non lo fanno, soprattutto quando hanno il volto che è un canyon di ferite inondate da sangue. La luna prende i particolari e li porta fino al primo piano, tra i riflessi della finestra, ti veste con la sua notte e, sopra, sparge coriandoli rossi e neri della donna. Sì, ecco, in questo Sicuranza è stato chiaro: la gonna a fisarmonica dimenticata fino alle cosce, le gambe piegate ad arco sopra rigagnoli di erba. 
Forse dovresti capire che è stata violentata e poi uccisa, o il contrario, o la contemporaneità della bestia che è dentro la bestia, stupratore ed assassino in simbiosi, però non ti interessa. 
***
Massimo Riserbo, adesso che fai, devi avvisare i tuoi colleghi, devi scendere le scale, no, saltarle, precipitarti da lei e allo stesso tempo muoverti cauto, professionale, sulla scena del crimine, invece no, abbandoni le tendine della finestra, lasci che si richiudano come sipario, ti siedi su una sedia in vimini molto rustica, che io, l’autore, ho creato apposta per dare al lettore una sensazione di intima povertà. 
- Non ho voglia, lasciami stare, autore, cioè, posso chiamarti autore, vero? E poi, diciamocelo, non ne azzecchi una – scuoti la testa e il borsalino, visto dall’alto della narrativa, si muove con te come un buco nero in orbita – Insomma, ti sembra che devo iniziare così, con il cadavere di una donna stuprata proprio all’interno del mio steccato? Vuoi farmi massacrare dai lettori? Vuoi sentire le risate dei recensori?
Tu hai un problema, Massimo Riserbo, non so come hai fatto a diventare commissario. 
- Mi hai creato tu, già commissario di polizia; io aspiravo ad un usuale punto interrogativo, hai presente? Il punto interrogativo cattura l'attenzione, perché apre un enigma, toglie certezze e poi, guardalo, non è sinuoso? 
Bene, durante il romanzo perderai la qualifica di commissario, e comunque il punto interrogativo è troppo per te, dai per scontati troppi particolari, nemmeno fossimo ai saldi da grande magazzino. 
Massimo Riserbo guarda, guarda oltre questa pagina e sorride. Le palpebre si stringono, i baffi salgono verso gli occhi verde palude, sembra un gatto malato. 
- Hai niente da descrivere sopra il tavolo? Un protagonista noir come me dovrebbe già iniziare a bere qualcosa di assolutamente alcolico e denso. 
Non hai tempo. 
- Per cosa? Per il cadavere? Lascialo lì, scrittorucolo, ti ho già detto che non mi interessa. 
Allora dovrò farlo trovare da qualcun altro. 
- Ah, sì, ti stai già incasinando la trama, vero? Chissà cosa diranno i critici. 
I critici sono una tua ossessione, Massimo Riserbo, non è colpa mia se nell’ultimo romanzo ti sei trovato solo, senza letture, senza inviti a essere letto. 
- Oh, a me sa proprio di sì, guarda che intuizione da Commissario. 
Dici che i recensori sono parassiti dell’autore, ma l’autore è ben felice di alimentarli. 
- Problemi vostri, siete saprofiti dell’egocentrismo. 
Massimo Riserbo si alza, barcolla, apre la bocca, la richiude. 
Sai cosa c’è, che hai dato per scontato che questa fosse davvero casa tua. 
- Lo hai scritto tu. 
Sussurri, adesso? Fine della sicurezza? Cosa c’è?
- Non vedo mobili. 
Non li ho descritti. 
- Perché?
Perché, mio caro personaggio, questo capitolo prevedeva che tu uscissi, subito, a soccorrere la donna. Dilungarsi nella descrizione dei particolari della casa era inutile. 
- Soccorrere? Cazzo, autore, è morta, dissolta, si vede anche dalla finestra. 
Bravo, "cazzo" è un intercalare molto noir, che ti rende emepatico, umano, al lettore. Per la donna, beh, magari dovrei aumentarle il volume, farti sentire i suoi lamenti, ma verrebbe un altro pasticcio, un elemento poco credibile; insomma, tu sei qui, al primo piano, chiuso in una cucina. 
- Appunto, chiuso voglio restare. Non mi interessa questa storia. 
E poi, ascoltami, commissario, doveva essere una sorpresa, l’epifania della vostra intimità nel momento in cui ti chinavi sulla sua agonia. 
- Mi risiedo, meglio. 
Avresti dovuto sentirla sussurrare il tuo nome. 
- Cosa?
Massimo. 
- Come?
Massimo. 
- Io?
Pensaci, sei in una casa che forse non è tua, su una sedia, a scricchiolare inedie, mentre lì fuori, abbandonata nell’erba bagnata, come cibo umido per gatti, una donna che ti conosce muore. 
- Chi è? Non la trovo nella mia memoria, scrittore, non mi hai mai tratteggiato con lei, anzi, ti venisse, mai con una donna. Nel cliché del noir, non dovrei avere una compagna, una storia tormentata, in cui lei, a un certo punto, a un certo punto, oh, merda ... 
Mi piace quando ti applichi. 
- ... a un certo punto. Muore. No, basta, dimmi chi è o non ti credo. 
Vai a vederla, Massimo Riserbo, prova a fare qualcosa per lei, fosse solo il conforto di morire con il tuo viso accanto; nella prossima pagina saprai. 
- Sono stanco, no, di più, tutti noi personaggi siamo stanchi, non lo capite? Voi scrittori, voi del dirigo tutto io. Vorremmo una vita diversa da quella che ci narrate. 
A volte succede, Riserbo. Vedi, non hai ricordi della donna, perché all’inizio di questa pagina nemmeno io immaginavo che vi conosceste. L'avevo lasciata lì, nell'erba, tanto per iniziare con la suspance che avrebbe amalgamato i lettori al mio libro. È stata la tua ottusità, vedi, a darmi il punto di svolta. 
- Che troglodita della narrativa. 
Però fai in tempo, il capitolo uno o nessuno lo hai già bruciato, esci sul capitolo due, perché, ora te lo descrivo, è lontano, è sordo, è il rumore di un trattore, senti, è un brontolio di fame nella notte. 
- Si avvicina. 
Bravo. 
- Un trattore?
Siamo in campagna. 
- Devo dartene atto, in questo mi hai stupito; in genere i romanzi noir si consumano nelle città, dove c’è maggiore disagio sociale. 
Ma quelli gotici prediligono l’ambiente rurale. 
- Ok, Sicuranza, dove mi hai cacciato? In una storia noir o gotica?
Sempre con questa necessità di classificare i generi.
- Almeno fai smettere la pioggia, è un orpello superato, credimi. Il lettore nemmeno se ne ricorda. 
Muoviti, Massimo Riserbo, scoprire chi sta arrivando non ti piacerà. E la pioggia potrebbe aiutarlo ad uccidere.
[…]

Commenti

Giovanni Sicuranza ha detto…
"Signor Sicuranza, scusi, francamente, Le sembra che potremmo pubblicare un romanzo del genere? Anzi, ci sembra l'anti-romanzo, il de profundis della narrativa, ne converrà, nell'ipotesi migliore, ovvero nel senso che, immaginiamo, vorrebbe dare alla storia; senso irresponsabile, invero. Ripetiamo, questa l'ipotesi migliore, la sua. A noi, in sintesi, sembra semplicemente illeggibile e deleterio. Le auguriamo migliore fortuna (?) con altre Case Editrici"

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