Una pagina nel Museo delle Cere



"Comunque rimango nel blog, perché qui ho ragione, anche quando sbaglio"
G. Sicuranza (1967-2013), autore imbalsamato

P.S.: A proposito di Museo delle Cere, chi ricorda il mio omonimo racconto?

***

Il museo delle cere *
Giovanni Sicuranza


Costituzione italiana, Art. 38.
Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L’assistenza privata è libera.




Le persone si muovono in correnti imprevedibili e cieche e Ilona ha occhi spalancati e mani ben salde per evitare le loro ondate. Per provarci, almeno. 
— Ops, scusi —  un’ombra veloce, un uomo forse, l'urto con una gamba. E l’attimo dopo è già figura confusa tra le altre.
Lei barcolla, stringe le labbra e tenta di proseguire. Ci prova, almeno.
Ed ecco i ragazzini. Prima o poi doveva incontrarli, uno a fianco all’altro, così saldi, così invalicabili. Arrivano su di lei, veloci, in un’ondata travolgente.
Ilona si blocca, trattiene il respiro e chiude gli occhi. Anche se sa che non basta.
— Ehi.
— Cazzo ci fa …
— E spostati, no?
Voci affilate come lame che le sfiorano la testa e proseguono oltre, trasformandosi in risate.
Le mani di Ilona si serrano sui braccioli, gli occhi si aprono su un velo di lacrime.
Dovresti esserci abituata, scema, si rimprovera.
Ma la frustrazione è tanta, adesso, tutta in gola, in un bolo pesante.
Lei vorrebbe vomitarla addosso a questa gente, alla folla che le passa intorno, sopra, attraverso, senza vederla.
Invece ingoia, silenziosa, come sempre, e intanto si volta verso il lato opposto del marciapiede.
L’insegna di un bar ammicca di luci blu e gialle.
L’occasione per bere qualcosa, qualsiasi cosa, giusto per mandar giù i residui del pianto, riflette Ilona, veloce. Guarda da un lato, dall’altro, e attraversa la strada.
Solo quando è arrivata al bordo del marciapiede capisce che quel bar ormai a pochi passi, è, per lei, dall’altra parte del mondo.
Motociclette parcheggiate ovunque, una barriera che la respinge, impedendole di salire sullo scivolo.
Ilona rimane immobile, attonita, a osservare l’insegna blu e gialla del bar, quei colori accesi, invitanti, mentre lei e la sua carrozzina non hanno possibilità di muoversi.
Il suo sguardo si spegne sull’edificio a fianco del bar. Ed è allora che si accende di nuova curiosità.
Un manifesto trema intorno al palo davanti l’ingresso, spinto dalla fragile brezza che sale dal mare.
VISITATE IL MUSEO DELLE CERE – LE MOSTRUOSITÀ DELLA NATURA AI VOSTRI OCCHI PER POCHI EURO.
Poi scorge la fila. Turisti incuriositi, annoiati, che si accalcano per entrare. Uomini, donne e bambini, tanti bambini. Muovono passi, tutti su due gambe.
Anche tu sei una mostruosità della natura, mormora una voce nella testa di Ilona.
La donna sospira, riconoscendo il tono afflitto di suo padre.
Ti hanno massacrata di interventi. La tua schiena è una serie di clip metalliche. E non è servito ad evitarti questo.
Smettila, lo rimprovera Ilona, mentre aziona il motore della carrozzina e si spinge più in alto, lungo la strada, alla ricerca di una rampa. Non è stata colpa tua, papà.
Smarrita nel dialogo, quasi non si accorge di aver spinto la leva al massimo della potenza.
Due donne unite in un abbraccio si spezzano per non essere travolte. Ora i ruoli si sono invertiti. È lei a essere cieca, travolgente.
Le succede quando è confusa. O arrabbiata.
Perché in fondo è vero, la colpa è di suo padre. Se non si fosse messo alla guida ubriaco, la loro auto non si sarebbe schiantata contro il camion, la sua schiena non si sarebbe spezzata fino a costringerla su una sedia a rotelle. E suo padre non sarebbe morto.
Quando torna al presente, Ilona si accorge di essere in fila, dietro tutti gli altri.
La donna davanti si è voltata, forse attratta dal ronzio della carrozzina, e subito dopo la imita il bambino che tiene per mano. Ma mentre lei si volta subito, come a cancellarla dalla vista, forse anche dalla memoria, il piccolo rimane a fissarla con occhi grandi.
— Guarda che il museo è là dentro, — mormora Ilona, le parole che escono tra i denti. —  Non sono io l’attrazione.
Il bambino ha un sussulto. Alza il viso verso quello assente della madre e si stringe alle sue gambe.
Ha le gambe, pensa Ilona, gli occhi che si perdono sui polpacci della donna.
E subito dopo la mente diventa vuota.
— Sono cinque euro.
— Come? —  Ilona sbatte le palpebre. La donna davanti e il bambino sono già entrati, lasciandola di fronte ad un uomo anziano, dal sorriso così ampio che le rughe introno agli occhi sembrano incisioni nella pelle.
— Signora, se vuole entrare sono cinque euro. Solo cinque euro per vedere statue di cera impressionanti, —  spiega lui, senza prendere fiato. —  Hanno capelli umani, pensi, e gli occhi sono fatti con le protesi usate per i ciechi. Insomma, avrà l’impressione che le statue la stiano osservando.
— Ah, —  sbuffa Ilona.
Il sorriso dell’uomo non ha nemmeno una crepa di esitazione. Ilona ne osserva il viso, così avaro di rughe nonostante i capelli bianchi, poi scende al petto, dove un cartellino di riconoscimento recita “Salvatore”.
— È proprio quello che mi servirebbe, —  sospira la donna. —  La mia schiena attende giusto un salvatore.
— Cosa, signora? —  l’uomo si sporge appena sulla carrozzina. —  Di cosa ha bisogno?
Lei ne sente l’alito, fresco, pulito. Piacevole. Ma la curiosità che si è accesa negli occhi di lui la stupisce e la inquieta allo stesso tempo. Le sembra troppo intensa.
Allora, veloce, apre il marsupio ed estrae le banconote.
— Grazie, —  Salvatore ha persino un accenno di inchino, e continua a fissare lei, non i soldi, mentre li ripone in una cassetta al proprio fianco.
Ilona nota che è già piena.
— Prego, —  la mano dell’uomo si solleva per spingere la maniglia del portone in metallo, gli occhi che continuano a bruciarle addosso.
E l’attimo dopo, confusa tra una marea di gambe, Ilona si trova nella sala del Museo delle Cere.



È piccola.

Una penombra stretta, senza finestre, in cui lame di luce escono dai faretti neri, appesi al soffitto come pipistrelli in attesa.
La prima sensazione per chi entra è di delusione.
Questa non è la sala di un museo, ma un magazzino riciclato, osserva Ilona.
È come se qualcuno avesse trasformato l’ambiente in fretta, in modo essenziale, per inaugurare il locale giusto all’apertura della stagione turistica.
Subito dopo, alla delusione si aggiunge la curiosità per un oggetto enorme, rettangolare, a fianco dell’ingresso. Ilona lo riconosce immediatamente, ancora prima di sentirne il ronzio. È un congelatore, tipo quelli che trasportava il padre sui camion, quando ancora lavorava e guidava lontano dall’alcol. Sullo sportello di questo, però, c’è un cartello che ammonisce: “Per conservare la cera. Non toccare”.
Un particolare quantomeno strano. Perché è stato sistemato proprio qui, a occupare spazio in una sala già angusta?
Ilona fende a fatica la folla dei visitatori, con secchi colpi sulla leva del motore, prima di trovarsi di fronte alla prima statua.
È una figura su piedistallo, alta qualche decina di centimetri. I lineamenti del viso sono delicati, femminili, come del resto femminile è l’abito che sussurra di secoli passati. Ma a stupire non è la statura, non è la bellezza di questa donna di cera. Sono i peli. Peli ovunque, folti, neri. Peli che ricoprono le mani, che salgono sul volto fino a unirsi ai capelli, in una barba lunga e crespa.
“Ursula Dylan, nata in Islanda, nel diciottesimo secolo. Di aspetto semplice, a quarant’anni era alta sessantun centimetri, pesava cinquanta chili, peli compresi, che iniziarono a crescerle quando aveva sette anni e le ricoprirono tutto il corpo”.
Ipertricosi in nanismo, sintetizza Ilona con distacco, mentre lo sguardo sale dalla scritta sul piedistallo al volto. E qui si blocca, stupito.
Quegli occhi, quegli occhi.
I pensieri di Ilona rotolano senza trovare sbocco in altre parole. Non si accorge nemmeno di avere azionato la leva della carrozzina per la marcia indietro.
— Ma che diamine! —  ringhia qualcuno alle sue spalle. —  Stia attenta, no?
— Mi scusi mi scusi, —  recita lei, gli occhi negli occhi della donna di cera.
Occhi grandi, attenti. Occhi lucidi. Occhi vivi.
Ilona scuote la testa per non perdersi dentro di loro, poi volta la carrozzina verso le altre statue. Ma per un po’ continua a sentirsi lo sguardo della nana pelosa sulla nuca.
Tra soste in attesa che colonne di gambe si spostino per lasciarle visuali libere, tra manovre al limite negli spazi angusti, riesce a percorrere il perimetro della stanza. Del resto, le statue sono poche e non sempre lei ha il tempo di leggere chi rappresentano, spinta dalle ondate dei bipedi.
Dopo Ursula Dylan, vede una figura maschile seduta su una poltrona. È l’uomo rinoceronte. Un’escrescenza ossea tra le narici si innalza fin quasi all’altezza della fronte, la pelle tesa fino a dare l’impressione di lacerarsi da un momento all’altro. Ilona riesce a leggere che quest’uomo non ha mai voluto operarsi proprio perché il suo naso era fonte di guadagno. Le altre notizie sono celate dalla folla e dalle ombre del locale.
In effetti, le inclinazioni dei faretti sembrano studiate per sfiorare appena le statue. Forse per non sciogliere la cera. Però anche in questo caso gli occhi sono ben illuminati. E la fissano, intensi. Velati.
Un altro effetto dei fari, si dice la donna, e passa oltre, ignorando il brivido che le sale per la schiena.
I prossimi incontri sono con un uomo a tre gambe, quella centrale stesa in fuori, le altre due accavallate sulla sedia. Omaggio al siciliano Francesco Lentini, morto nel 1966. Poi è la volta di un’altra donna. Mento, bocca e naso sono fusi, allungati, simili al muso di un maiale. E ancora un altro uomo, chino, con una coda lunga e rosa che si apre tra i pantaloni. Si tratta di un indiano, della tribù dei Guayacuyani, scoperto in Paraguay nel diciannovesimo secolo. Il cartello appeso alla coda, informa che la sua appendice era in pelle nuda, misurava dieci centimetri. E si muoveva.
Ilona scuote la testa e avanza. La donna di fronte a lei indossa vesti ancora più antiche, forse risalenti al Rinascimento. È bella, davvero. Non fosse per le braccia sollevate, che mostrano le mani fuse, completamente fuse, senza traccia di dita, senza più traccia di umanità.
Sono pinne, osserva Ilona. Chissà come faceva a …
Pensieri che si smorzano negli occhi della donna pesce. Anche il suo sguardo sembra così vivo, oltre la cera, oltre la finzione.
Ilona socchiude le palpebre, nel tentativo di scrutarli meglio tra le penombre, ammirata dal realismo di quelle protesi per ciechi.
L’attimo dopo realizza che al suo fianco i visitatori sono eccitati. Mormorii di stupore, versi di disgusto. E risate. Spezzate. Nervose.
Allora distoglie occhi e carrozzina dalla donna pesce e si unisce al gruppo.
L’uomo si erge, alto, elegante. Il corpo sembra ben formato, anzi, atletico. Anche i lineamenti del viso sono regolari. L’unico aspetto che lascia perplessi è quella protuberanza sulla sommità del capo, coperta dalla folta capigliatura bionda.
Un bernoccolo non sarebbe così grande, riflette Ilona, e comunque non rientrerebbe tra le mostruosità, mi sembra.
Quindi si sposta verso le spalle della statua, rapida, per non ascoltare la voce che sta iniziando a canzonarla.
Tu sì che sei una mostruosità. Un mezzo busto su carrozzina a motore che vaga in un mondo di bipedi.
Ma la voce si spegne, non appena Ilona scorge la natura della protuberanza. Dalla testa dell’uomo parte un’altra testa, più piccola. Ha i lineamenti di un bambino ed è rivolta verso le spalle.
La sua bocca cade in una “o” stupita.
“Quest’uomo è vissuto nel diciassettesimo secolo, nel Bengala. Il corpo si era formato naturalmente, ma un’altra testa era cresciuta sulla sommità della prima ed era rimasta bambina, mentre l’uomo invecchiava. Le due teste erano in grado di parlare e di vedere separatamente.”
Lo sguardo di Ilona si arrampica a fatica dal testo sul piedistallo al volto bambino. Ancora quello sguardo, così lucido, pieno di vita. Così …
È un attimo, le pupille della statua si spostano su di lei, scendono sulla carrozzina, poi la piccola testa compie un gesto naturale, pieno di complicità. Fa l’occhiolino a Ilona.
Che rimane paralizzata, senza respiro.
— Mamma, ma questa statua sulla carrozzina chi rappresenta? —  sente chiedere ad un certo punto da una bambina.
Solo allora Ilona torna alla realtà. E porta con sé un’intuizione pesante.
Così, mentre decine di gambe le passano intorno, capisce cosa deve fare.


Due ore dopo, la folla si è ridotta a pochi passi che si avviano verso il portone, tenuto aperto dal vecchio Salvatore.

I commenti sono di delusione per le dimensioni della sala e per il numero delle statue, di ammirazione per il realismo di volti. Salvatore ha per tutti il solito enorme sorriso e un accenno di inchino. Poi, quando gli ultimi visitatori diventano macchia sul marciapiede, confusa tra i colori dei turisti estivi, il vecchio si affaccia nella stanza.
Un’occhiata, lo sguardo che corre lungo il perimetro, poi l’uomo si ritrae tirandosi dietro il portone.
I faretti rimangono accesi.
Il primo a sgranchirsi è l’uomo con la coda. Appoggia le mani alla schiena e si raddrizza, con un gemito, mentre la coda si abbassa. Poi si muove l’uomo rinoceronte, le dita che scivolano lungo il corno.
— Che prurito, —  si lamenta.
— Che caldo, piuttosto, —  lo interrompe la donna pesce, abbracciando il congelatore. —  Dovreste sapere che queste temperature mi danneggiano i nervi.
— Be’? Quella cassa fabbrica-ghiaccio è lì per te, altro che per la cera! —  sbuffa l’uomo rinoceronte. —  Però se te la stringi addosso è peggio, no? Lo sai che devi riprenderti al più presto, altrimenti perché ti avremmo sistemato il congelatore vicino? Tra l’altro, se almeno ogni tanto ci entrassi dentro, ci risparmieresti la solita lagna.
“Stronzo”, mimano le labbra della donna pesce.
— Ehi, qualcuno mi aiuta a scendere dal piedistallo? —  squittisce la donna nano.
L’uomo a tre gambe si alza dalla sedia, piano.
— Arrivo, mia cara, arrivo.
La piccola donna incrocia le braccia.
— Certo. Ad aspettare te i peli mi arriveranno sul pavimento.
L’uomo a tre gambe barcolla, come colpito da quelle parole gonfie di ironia, e subito si appoggia a una parete.
— Sei un gomitolo fetente di peli, lo sai? Per me non è facile trovare l’equilibrio.
— Silenzio!
L’uomo si blocca, una gamba salda al suolo, l’altra appena appoggiata con il tallone, la terza ferma a mezz’aria.
La donna maiale smette di lisciarsi il muso.
— Silenzio! —  ripete la voce, grossa, imperiosa dell’uomo a due teste.
E per un istante tutti sembrano tornare statue di cera.
— Mio fratello ha visto la donna, —  spiega la testa principale. —  Si è nascosta nell’angolo buio.
— È vero, è vero, —  pigola l’altra testa. —  Non è uscita con gli altri. Ci ha scoperto.
Silenzio. Lo sguardo di tutti che diventa unico e scruta in un corridoio stretto, al lato opposto dall’ingresso, ignorato dai faretti.
— Vieni fuori, donna, —  parla la testa principale dell’uomo biondo.
— Sì, vieni fuori, spiona, —  aggiunge l’altra, con tono da bambino. —  E tu spostati, no? Devi sempre avere la visuale migliore solo perché sei più grosso?
— Taci! —  gli intima la testa adulta.
L’uomo rinoceronte muove un passo verso il buio, poi un altro.
— Tranquilla, donna, —  dice, cauto. —  Ti prometto che non ti faremo nulla.
Un ronzio, debole, e dall’ombra compare il profilo di una carrozzina. La donna seduta sopra ha occhi grandi, pieni di domande.
— Non siete statue, —  mormora, senza muoversi oltre.
— E brava, brava! —  applaude la donna nano, saltellando sul piedistallo.
L’uomo a tre gambe le dedica un cenno rapido della mano, come a tagliare l’aria all’altezza della gola.
La piccola donna affloscia corpo e peli sul piedistallo, con uno sbuffo deluso.
— Chi siete? Perché fate questo? —  chiede Ilona, le palpebre che si aprono e chiudono su quella scena, nel tentativo di convincersi che sta sognando.
— Perché non ti rilassi? In fondo anche tu sei come noi, —  l’uomo rinoceronte le tende una mano. —  Una menomata.
Ilona inizia a scuotere la testa, ma qualcosa nello sguardo di questo essere deforme le fa cambiare idea.
Lui la sta guardando, la sta vedendo. Davvero.
Ed è la prima volta da quando si è trovata prigioniera in una carrozzina, tra le barriere infinite di un mondo che ignora le persone come lei.
Allora aziona la leva ed esce completamente dalla penombra, gli occhi di tutti su di lei. Così attenti.
— Mi chiamo Antonio Larice, —  si presenta l’uomo con l’escrescenza al naso. —  E in realtà sono solo un sosia della persona che è descritta nel piedistallo. —  Le braccia si allargano ad abbracciare tutta la stanza. —  Lo stesso vale per gli altri.
— Piacere, signora, —  si aggiunge l’uomo sosia dell’indiano Guayacuyano, sollevando una mano e la coda. —  Pietro Marcetti, diploma da operaio specializzato.
— Marcella Iori, —  borbotta la donna dal muso di maiale, con forte timbro nasale. —  Diplomata in ragioneria.
— Oh, —  si affretta ad aggiungere Larice, dopo una tirata di naso, lunga. —  Io ho fatto il liceo linguistico. Insomma, con un naso così, pensavo che almeno in Africa un lavoro me l’avrebbero dato.
Le risate salgono spontanee a riempire la stanza. Solo Ilona non ride. Guarda tutti, uno a uno, le loro facce deformi e rilassate e sente sempre più urgente il desiderio di capire.
— Ma perché? —  ripete.
L’uomo con due teste muove un passo verso la donna. Gli occhi dell’adulto la scrutano, invadenti, dall’alto in basso e poi, ancora, verso l’alto.
— Ehi, fammi vedere! —  piagnucola la testa bambino.
La parte adulta la ignora.
— Signora, lei è costretta su una carrozzina, —  inizia, con parole che hanno un suono profondo, delicato. —  Ci dica, come vive nel mondo fuori?
Ilona ha un sussulto, apre la bocca, poi la richiude e stringe le labbra.
— Scommetto che ogni passo che per gli altri è naturale, ogni cammino, per lei è una conquista, —  continua l’uomo. —  Scommetto che ci sono leggi ed articoli della Costituzione pronti a tutelarla, ma tutti i giorni deve lottare per trovare un autobus che le permetta di salire, o uno spazio libero dalle auto per percorrere un marciapiede.
— E allora? —  sibila lei, sulla difensiva.
L’uomo rinoceronte si avvicina di un passo.
— Noi ci siamo creati un mondo dove non siamo un peso. Certo, non siamo il museo di Madame Tussauds, ma per diventare statue di cera ci siamo sottoposti a un duro allenamento.
La donna nano ricomincia a saltellare sul piedistallo.
— Oh, sì, sì, grande signora. Le statue viventi sono in grado di restare ferme nella stessa posizione per ore, compiendo solo minimi movimenti degli occhi.
— Ecco perché la luce dei fari vi illumina appena, —  mormora Ilona. —  Per non irritarvi gli occhi.
— Be’, e poi dove lo mette il caldo? —  brontola la donna pesce. —  Io morirei, —  e, come a rimarcare il rischio che corre, abbraccia ancora il congelatore.
— Devi entrarci dentro, —  la esorta ancora l’uomo rinoceronte. Lei fa spallucce, appoggia anche una guancia sullo sportello e l’attimo dopo sul suo viso c’è beatitudine.
Ilona scuote la testa.
— Però continuo a non capire…
L’uomo rinoceronte sorride e lo fa in un modo strano, con le labbra che si piegano al centro, ad angolo acuto, forse stirate dalla protuberanza nasale.
— Allora, signora, sarò chiaro. Siamo tutti invalidi, menomati, la legge dovrebbe tutelarci a partire dalla Costituzione. —  Una pausa. —  Conosce l’articolo 38?
— Anche troppo bene,, —  ammette Ilona, a denti stretti.
— Ottimo, —  si compiace lui. —  Mi scusi, ma è proprio qui che voglio arrivare. La Costituzione ci tutela, ma la società ci allontana. Le stesse tabelle che assegnano percentuali di invalidità ci sono contro.
La donna lo guarda perplessa.
— Mi spiego meglio, —  sospira Larice. —  Come ben saprà, visto che anche lei avrà affrontato l’iter, c’è una Commissione di medici incaricata dagli Enti statali, INAIL, USL, eccetera, di visitarci e di stabilire un grado di invalidità. Ci sono leggi che stabiliscono a che percentuale corrisponde una certa menomazione.
— E a determinati gradi di invalidità corrispondono benefici economici e di tutela, —  cita a memoria l’uomo a tre gambe, continuando a oscillare sulla parete, come se l’onda sonora di ogni parola rappresentasse un rischio per il suo precario equilibrio. —  Ad esempio, il diritto ad entrare nelle categorie per il collocamento obbligatorio sul lavoro.
— Lo so, —  ammette Ilona, dura, mentre la rabbia la riempie al pensiero che per ottenere questo diritto è in causa contro la Commissione medica. Una causa che giace sepolta da circa dieci anni presso il Tribunale del Lavoro e che nessuno sembra interessato a esumare.
— Allora saprà anche che le tabelle per stabilire l’invalidità si basano soprattutto sulla disfunzione di un organo e non sulla sua deformità. Prenda ad esempio il mio caso, —  Larice fa scivolare le dita lungo il profilo della protuberanza. —  Ho un po’ di sinusite, nient’altro. Dunque la funzione del mio naso, per quanto deforme, è perfetta e non ho diritto a punteggi.
— E tutti noi, allora? —  aggiunge la donna pesce, con gli arti ben saldi sul refrigeratore. —  Non c’è solo l’aspetto della valutazione. È che nemmeno la società è preparata ad accoglierci. Forse turbiamo la sua corsa all’apparenza. Guardi me, per esempio. Ho diritto a un buon punteggio, visto che mi mancano le mani. Ma crede che là fuori ci sia un posto per me? Crede che qualcuno abbia voglia di assumermi? Si figuri, neanche esistono strumenti per permettermi di vivere la mia quotidianità in modo dignitoso! E le parlo di cose banali, tipo le posate.
La donna pesce si volta verso l’uomo rinoceronte.
— Anche aprire la maniglia di un congelatore non è certo facile, —  aggiunge, risentita.
— Lo sa cosa saremmo stati una volta? —  incalza Marcetti, la coda che sibila nell’aria, nervosa. —  Fenomeni da baraccone.
— Invece il dottor Speranza ci ha dato una possibilità, —  svela la piccola testa, con la voce di bambino, girata verso la parete.
Silenzio. Sguardi che si abbassano, altri che si posano sulla testa grande. L’uomo biondo solleva le spalle, in segno di impotenza.
— Chi è questo dottore? —  Ilona si rivolge direttamente all’uomo rinoceronte, ne cattura lo sguardo sfuggente e insiste: —  Chi è Speranza?
Larice si lascia andare sulla poltrona.
— È un medico della Commissione. Valuta gli invalidi da tanto tempo… — la mano torna a perlustrare il corno.
— E allora?
Larice scatta in piedi. Ilona si ritrae sullo schienale della sedia a rotelle.
— Allora è lui che ha messo su tutto questo! Per questa società eravamo diventati dei mostri da nascondere, non da aiutare. Così Speranza è venuto a cercarci. Anche se per qualcuno di noi era già troppo tardi. —  L’uomo rinoceronte si nasconde il volto tra le mani. La protuberanza che sporge dal naso, rosea, sembra un dito in più, gonfio.
L’uomo a tre gambe si accovaccia al suolo.
— Speranza ha detto che potevamo aggirare la beffa dell’articolo 38 della Costituzione, —  continua. — Fingendoci statue di cera avremmo riavuto la nostra dignità e lui ci sarebbe stato vicino, sera dopo sera, a vegliare all’ingresso. Avrebbe agito secondo l’articolo, dove recita che “l’assistenza privata è libera”.
— Quindi l’uomo dei biglietti, quel Salvatore, è il dottor Speranza? —  domanda Ilona, incredula.
Larice annuisce.
— Il dottor Salvatore Speranza. Il nostro salvatore.
Ilona spinge la carrozzina verso l’uomo rinoceronte, quasi gli sbatte contro. Lui sembra non accorgersene nemmeno.
— Certo, —  ironizza lei. —  Un bell’aiuto. E scommetto che intanto i profitti di questo museo vanno nelle sue tasche. Magari in questo paese lo conoscono semplicemente come il simpatico vecchietto Salvatore.
— Be’, —  inizia l’uomo con la coda, —  nessuno fa mai nulla per nulla.
— Mai nulla per nulla? —  grida Ilona. —  Ma siete scemi o cosa? Io devo lottare contro l’indifferenza e l’ignoranza della gente, è vero, ma almeno ho ancora la mia identità. Questo vostro dottore vi ha privato della dignità. Vi tiene qui, segregati.
— Ci protegge dalle persone, —  la interrompe la donna nano. —  Ci dà un mondo dove sopravvivere.
— Quale mondo? Quello buio di una stanza? —  Ilona sorride, amara. —  Siete matti. Dice di aggirare le pecche dell’articolo 38, ma in realtà viola tutta la Costituzione.
Gli occhi dell’uomo rinoceronte sbucano tra le dita. Sono piccoli, turbati.
— Non c’è solo la stanza. Quel corridoio al buio, quello dove ti eri nascosta, porta a un salone pieno di svaghi. Libri, videogiochi, DVD. Abbiamo anche una cucina e Salvatore ci rifornisce di cibo ogni notte.
— E poi c’è questo congelatore! —  trilla la donna pesce. —  Non vedi quanto è grande? Possiamo conservare anche il cibo, volendo. Ci può stare una persona intera!
— Ecco, appunto, —  sbuffa l’uomo rinoceronte, ma ora il suo tono è stanco e i suoi occhi sono sempre su Ilona.
Vede la donna scuotere la testa.
— Cosa vuoi fare? —  le chiede. — Noi ci siamo fidati di te.
— Proprio per questo denuncerò quell’uomo. Lui vi umilia! —  Guarda l’uomo con il naso deforme, quello con tre gambe, la donna pelosa sul piedistallo e intanto ansima. —  Adesso, sì, vi ha reso dei parassiti!
La mano della donna si muove sulla leva del motore, con la carrozzina puntata verso il portone. Ma le ruote posteriori sibilano nel vuoto e lei si trova proiettata in avanti, tanto che deve trattenersi sui braccioli per non cadere.
— Ma cosa… — comincia, incredula. Quando si volta vede che l’uomo con due teste ha sollevato la sedia a rotelle.
— Spiacente, non si può, —  la informa la testa adulta, seria.
— Non si può, —  ripete la testa piccola, ridendo. —  Non si può, signora in carrozzina.
Ilona scorge le ombre degli esseri deformi stringersi intorno a lei.
— Cosa volete? —  sibila, con il cuore che le è salito in gola.
— Sai cosa crediamo, donna in carrozzina? —  cantilena la donna maiale, con quel timbro così ottuso. —  Che tu in realtà sia invidiosa, inacidita da un mondo che ti ha esclusa. E che per questo voglia rifarti su di noi.
— Non è vero! —  grida Ilona, forte, così forte da zittire la voce interiore che comincia a chiedersi se la donna deforme non abbia ragione. —  Io voglio salvarvi!
— Sai cosa crediamo, donna in carrozzina? —  continua l’altra, come se Ilona non avesse nemmeno parlato. —  Che tra poco capirai la nostra realtà.
Ilona vede un’altra lama comparire tra quelle di luce dei faretti.
E urla. Perché è una lama di metallo.


Nei giorni successivi le strade sono ancora piene di turisti. Gente che affolla la località di mare, che si muove indifferente tra moto e auto parcheggiate sui marciapiedi, che salta agile sugli alti scalini degli autobus.

Qualcuno, incuriosito o annoiato, decide di visitare il piccolo Museo delle Cere, accolto dal sorriso del vecchio Salvatore. E rimane deluso nello scoprire quanto sia esiguo il numero delle statue presenti. Anche se, bisogna ammetterlo, il loro realismo è impressionante, tanto che, a volte, sembra che le protesi degli occhi siano vive.
L’unica statua diversa è quella seduta su una carrozzina, accanto al congelatore, leggermente inclinata di lato. È diversa perché i suoi occhi sono chiusi.
E poi, a differenza delle altre, è più da museo dell’orrore. Macabra.
Quando le scivolano accanto, gli adulti tentano di bendare gli sguardi dei bambini con i propri corpi. E proprio per questo, i piccoli sono lesti a liberarsi, incuriositi.
Qualcuno prova persino a sfiorarne i lineamenti. E subito si ritrae, agitando la mano in aria.
— È gelida, —  commenta disgustato, mentre lo sguardo passa da lei al congelatore. —  Sembra quasi che l’hanno appena tolta da là dentro!
Solo dopo gli occhi sorvolano la scritta sul cartone serrato tra le mani della statua.
“Raffigurazione di donna anonima, affetta da disturbi mentali.
Trovata suicida in casa, così come rappresentata. La gola e i polsi tagliati.
Per gentile concessione di un Museo itinerante del Grottesco, qui esposta solo per pochi giorni”.


* il racconto è comparso per la prima volta nell'antologia "La legge dei figli", Meridiano Zero Editore:

http://it.wikipedia.org/wiki/La_legge_dei_figli



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