"Ritorno a Città di Solitudine" (2011) Giovanni Sicuranza


[...]
Un giorno mi separa da lei. Solo un giorno.

Un’attesa così breve che, lo so, non finirà mai. I minuti scavano nel mio desiderio, erodono la mente. Lei sta tornando. Devo solo aspettare. 
È un assioma semplice.
Oltre la finestra della nostra stanza, i colori d’autunno vorticano nel vento. 
È un vento che morde, questo, lo sento nella carne, ha persino mangiato la nebbia che avvolge di Fine Viaggio e ne mostra le spoglie. 
I rami degli alberi sono arti scheletrici, che innalzano mute suppliche a un cielo indeciso tra il grigio e il nero, indifferente mentre la loro pelle marrone, secca, scivola al suolo. 
I miei occhi vedono solo questo e tutto questo ha il nome di lei. Un nome che spezza il respiro. 
È troppo grande il dolore che mi ha lasciato quando ha intrapreso il viaggio. Una decisione improvvisa, lontana, oltre i confini della nostra vita insieme. 
Sono tentato di voltarmi, di adagiare lo sguardo sul letto in cui abbiamo diviso passione e sonno e letture per tanti anni, così tanti che …
Mi blocco e, con un brivido negli occhi, costringo il mio sguardo ad affacciarsi di nuovo alla finestra. 
Lei non è ancora tornata, non sarebbe giusto violare così l’attesa; anche se manca poco, un poco lentissimo, non voglio rovinarla rivedendo adesso i nostri luoghi più intimi. 
Non prima che lei sia pronta.
Per questo sono nella nostra stanza, attento a non osservare altro che il mondo fuori. 
Dovrei almeno spalancarla, questa finestra. Siamo al quinto piano, il vento si tufferebbe dentro per giocare con ogni angolo e finalmente l’aria non avrebbe più l’odore pesante di chiuso, che aumenta ora dopo ora, minuto dopo minuto. 
Silenzio dopo silenzio.  
Ma non voglio. 
Le mie mani scivolano lungo le spigolature della macchina fotografica. 
Non posso.
Devo essere pronto. Pronto per lei, in ogni particolare.
Tornerà da me un’ultima volta, lo so. Come so che il freddo in questa stanza non le sarebbe d’aiuto. Il caldo, invece, sì. Il caldo le è sempre piaciuto. 
L’ho conosciuta nell’afa della foresta del Guatemala, durante un viaggio turistico. Ci siamo amati il giorno dopo, al caldo di uno spogliato della spiaggia, i gemiti sudati che si univano ai sussurri dell’oceano. 
Forse è per questo che mi ha detto addio, ieri. Era una notte così fredda, fredda come il metallo della macchina fotografica, stretta tra le mie mani.  
La fotografia, questa sì, me la deve. È l’unica possibilità che mi dà di portarla con me dopo il viaggio. 
È l’unico motivo per cui aspetto il suo ritorno. 
Quando tornerà, non lo farà per restare, purtroppo ne sono certo. 
Ma è sul letto, il nostro letto, che potrò fotografarla. E dovrà concedermi tutto il rullino, ogni scatto pieno di lei. Da portare con me, per sempre, anche quando sarà di nuovo partita. 
Il respiro si gonfia di angoscia, prima di liberarsi in un lungo sospiro. 
È un copione che si ripete solo da poche ore, ma già sembra che la mia vita sia stata solo questo. Un respiro che fa male.  
Invece la mia vita, la nostra vita, era un’altra.
La sensazione di bagnato sul metallo della macchina fotografica mi strappa a questi pensieri.
Sto piangendo. Mi chino e la vedo, una lacrima che scivola sul cursore dello scatto come una lumaca trasparente. Scivola lungo questo modello degli anni ’70, un pezzo che ha più anni del nostro amore, ma che ci ha visto rinascere insieme.  
***
- Yashica Reflex. 
Lei smette di scattare foto alla vegetazione sudata della foresta e mi guarda, perplessa, mentre io mi pento di averle rivolto la parola. 
Abbiamo fatto il viaggio sulla stessa corriera, fin qui con una comitiva di inglesi e finalandesi. Un viaggio di oltre un’ora, lungo nastri enormi di cemento nero e poi strade polverose, e durante tutto questo tempo non l’ho mai guardata davvero, preoccupato solo dalla macchina fotografica che reggeva in modo distratto, incosciente. Con una mano sola, contro tutte le scosse della corriera, mentre l’altra era immobile sulla fronte. Temevo di vedere cadere quel piccolo gioiello da un momento all’altro e non mi preoccupava sapere perché lei fosse così presa dalla sua fronte. Anzi, mi chiedevo come potesse dedicarsi ad altro, quando possedeva una …
- Yashica Reflex – ripeto, cercando di sorridere, anche se ora il mio sguardo, disorientato nel suo, deve essere il più perplesso – Un pezzo degli anni settanta – aggiungo dopo avere deglutito.    
Avevo tre passioni fino ad allora, solo quelle, e mi riempivano la vita. Una è la mia professione di medico legale; l’altra, viaggiare; la terza, la fotografia. 
Lei sorride. 
- Come me, allora – risponde. 
E la vedo. La vedo per la prima volta davvero. E in quell’istante so, sono assolutamente certo, che lei è la mia nuova passione. La mia vera passione.
- Come dice? – mi sento rispondere.
- Un pezzo degli anni ’70, come me – ripete lei, paziente, lentamente. 
- Ah, beh, è una biottica reflex a pozzetto, pellicola sei per sei – recito meccanicamente, mentre pensieri e corpo si riempiono di desiderio - Eccezionale risoluzione in bianco e colore. Ottima per gli amanti dell'analogico manuale – deglutisco di nuovo – Cioè, intendevo la macchina fotografica, non lei, ecco. 
Lei fa allora una cosa che mi confonde ancora di più: mi porge l’oggetto prezioso, senza esitare, ed io, incredulo, per un pelo non concretizzo il timore che ho avuto durante il viaggio, farlo cadere al suolo. 
- Bene, è un esperto. Io so solo che me l’ha portata mio padre dal Giappone. 
Apre le braccia, come ad inquadrare la foresta che si apre ai nostri piedi – Mi faccia vedere come si usa, allora. Almeno fino a quando è possibile. 
- Fino a quando è possibile? – sento la Yashica che diventa metallo pesante tra le mie mani, inutile ora che invece vorrei stringere lei – Ha poco rullino?
Si gira ancora verso me e ora, nei suoi occhi di cielo al tramonto, mi sembra di intuire un velo di nebbia. 
- Mi chiamo Barbara, piacere. Ah, no, non cerchi di stringermi la mano, se non vuole che le faccia pagare la reflex per i prossimi dieci anni del suo lavoro, qualunque sia- ride, piano, breve, un soffio così delicato da non spezzare il silenzio umido della vegetazione – A proposito di lavoro, sono un’antropologa. Cercavo di farle notare che è meglio fotografare qui finché possiamo, perché dopo, quando andremo al villaggio, è vietato fare foto agli abitanti. 
***
Stringo a me la Yashica Reflex, lucida di lacrime. Questa macchina che da allora è sempre stata con noi. 
Fuori l’autunno continua a mietere vittime tra le foglie degli alberi e il vento a giocare con i loro cadaveri rinsecchiti. 
Non sapevo nulla del divieto di fotografare i contadini del villaggio, ma Barbara, tanto distratta nella fotografia quanto brava nell’antropologia, quel giorno mi spiegò che per alcuni popoli la foto è un tabù, perché ha il potere di sottrarre l’anima delle persone. 
E quando scoprì che sono un medico legale, affascinata dai miei racconti sulle autopsie, mi spiegò anche un’atra abitudine, nata con il dagherrotipo, che non conoscevo. Ma questo avvenne poco dopo, quando decisi di andare a vivere da lei. A Fine Viaggio.
***
Sobbalzo al tonfo sordo, imprevisto, dietro le mie spalle. 
Mi giro, ma, prima di vederla, so già che Barbara è tornata. 
È sul nostro letto, il capo reclinato verso me, verso la luce della finestra. 
Le braccia sono finalmente cadute dalla testa, ecco il motivo del tonfo. Ora giacciono distese sul letto. Immobili. 
Non ho tempo per pensare. 
Lei è qui, ora, solo per poco. Solo per me. 
Sollevo la reflex e vedo mia moglie attraverso l’obiettivo. Sembra che dorma, adesso. Sembra proprio che sia tornata da un viaggio lungo e che stia riposando. 
- Sei in anticipo – le mormoro, mentre il dito esita sul primo scatto.
Penso che è proprio vero, la medicina legale non è scienza esatta. Barbara è morta nel nostro letto la scorsa notte e quando io mi sono svegliato il suo corpo era già preda del rigor. Le mani artigliate sulla fronte, le labbra serrate nel dolore.
***
Quando l’ho conosciuta, aveva solo i primi sintomi del cancro al cervello. Ce ne siamo accorti solo due anni fa, perché le emicranie diventavano sempre più frequenti e insopportabili e la vista stava calando.
Non ho chiamato soccorsi, sarebbe stato inutile. In queste ore ho solo atteso che svanisse il rigor della morte, riscaldando la nostra stanza, lasciandola al chiuso, per accelerare il processo. 
Ma ora devo fare in fretta, perché Barbara è tornata dal rigor, ma solo per andare verso la putrefazione. 
Il dito esita. Il respiro si ferma. Sono come un cadavere anch’io, adesso, mentre guardo il corpo di mia moglie infine rilassato, gli occhi spalancati proprio sull’obiettivo. 
Quando ci siamo trasferiti nella sua casa, a Fine Viaggio, Barbara mi ha raccontato della fotografia post-mortem, una pratica diffusa dalla metà dell’ottocento e che, anche se in modo più riservato, continua ancora oggi. 
La foto di un caro defunto diventa pregna di simbolismo, perché in quella foto è catturata un po’ della sua anima; una parte di anima che viene fissata per sempre, come il corpo, rendendolo così incorruttibile. 
Mentre in una fossa umida della terra, la putrefazione deturperà i lineamenti di mia moglie, lontano dalla mia vista, una parte di lei sarà per sempre salva. Per sempre con me. 
Il dito si solleva, trema nell’aria. Gli occhi morti di Barbara mi guardano. 
Lei è pronta, è tornata dal viaggio della morte per mettersi in posa. Non posso fallire, non ora. 
Click
Il dito scende e poi sale e scende ancora, pesante, mentre io mi svuoto di pianto e dico addio, addio al mio amore.
Tra qualche giorno, dopo che avranno incenerito le spoglie, quando questa casa sarà il silenzio della nostra tomba, forse troverò il coraggio di vedere le foto. 
Per ora scatto, scatto senza più pensare, senza più sapere, senza più vedere. 
Scatto perché Barbara, il suo corpo, la sua anima, rimangano ancora con me, per sempre intatti, prima di proseguire il viaggio.  
[...]













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