"Quando piove" (2007) Giovanni Sicuranza

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Mentre cammino vedo in lontananza uno dei quattro parcheggi esterni della Villa, il più ampio, percorso da un lento movimento di automobili. Da quel lato ci sono gli ingressi del Poliambulatorio, sempre aperto dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 19 e al sabato dalle 9 alle 13, come recitano gli avvisi all’entrata e in varie zone della città. 
Li ricordo, quegli avvisi, cartelli gialli con scritte scolpite in nero, che ho sempre visto in città da quando ho iniziato la mia professione, dapprima nelle vie periferiche, poi negli angoli delle pagine di un giornale, quindi sempre più invadenti e decisi, distesi su intere pagine dei due principali quotidiani locali, nella pubblicità delle riviste, delle reti locali, dei cinema. 
Poliambulatori Tosarelli, sempre al vostro fianco, uniti con voi per i vostri diritti, l’evoluzione della giustizia, una mano amica e un orecchio attento dopo un incidente stradale, eccetera eccetera. Ho sempre pensato che Tosarelli abbia fatto a livello regionale quello che McDonald ha fatto a livello mondiale e ora nessuno può crescere da queste parti senza familiarità con il suo nome. 
Le ginocchia mi mandano acuti segnali di dolore che decido di non ignorare, per cui mi siedo su una panchina di marmo, all’ombra di una statua grigiastra raffigurante una Madonna con le braccia tese verso il sentiero e il palmo delle mani mostrato in avanti in un gesto di umiltà. La osservo con il solito distacco. Arti superiori in posizione neutra, mormora quella parte di me che non vuole dimenticare che sono stato un medico. É una voce alla quale non posso più dare nulla, perché so di vagare da secoli nel fallimento della mia vita. Le ordino di tacere, mentre massaggio delicatamente le ginocchia attraverso i pantaloni di flanella. Dopo poco avverto una piacevole sensazione di intorpidimento che scende fino alle caviglie e ne approfitto per guardarmi ancora intorno. 
Il parcheggio è parzialmente nascosto da alti cespugli e da una statua raffigurante un enorme pesce dalla coda mutilata, sinceramente fuori luogo, anche se si trova al centro di una fontana, ma di cui dovrebbe essere chiaro l’antico simbolismo cristiano. Almeno così piace raccontare a suor Adelaide. 
Riesco comunque a vedere ancora il lento incedere di nuovi arrivi e nuove partenze, di auto private, taxi e di qualche ambulanza a sirene spente. Con loro inizia il valzer dell’infortunato e cresce il giro di affari del Poliambulatorio, tra visite specialistiche e valutazioni medico legali. 
La Villa è una distesa enorme. Da qui non riesco a vederne i confini, un’etnia di stili architettonici combinati tra loro in modo tutto sommato equilibrato e gradevole; ci sono ben sette ingressi, di cui due riservati a noi vecchi e al personale e tre ai Poliambulatori; gli altri due non li ho mai visti, perché il padiglione della Villa dove si trovano è chiuso agli ospiti, ma tanto è un segreto di pulcinella di cui non si dovrebbe parlare e che invece tutti conoscono, ospiti o meno. Quel padiglione affaccia sulla statale che porta in città da una parte e all’autostrada dall’altra e ha un altro indirizzo civico. Anche lì si trovano altri studi, dove lavorano medici legali delle Compagnie Assicurative. Così chi subisce un infortunio viene dapprima tutelato dalle Infortunistiche Tosarelli, poi, al momento di essere visitato da un medico legale della Compagnia Assicurativa di controparte, non gli resta che tornare alla Villa. Anche se ufficialmente si reca ad un nuovo indirizzo. 
Fine del giro di valzer. Applausi.
Mi alzo e a passi lenti raggiungo la pineta, dove mi accoglie a sorpresa un tiepido vento, balsamo per l’umidità di oggi. I grilli hanno smesso di cantare, segno che la temperatura è davvero alta, ma qualche uccello tenace ha la forza di avvolgermi con le note del suo canto. Respiro a fondo e poi mi affloscio sotto il peso di un’improvvisa malinconia che ha il nome di lunghe camminate e chiacchierate con Santino. 
Mi guardo ancora intorno, verde e giallo ovunque nella penombra della pineta, ma nessuna traccia apparente di presenza umana. O sovrannaturale.
- Maurizio – mormoro un po’ indeciso, un po’ sentendomi stupido.
 Gli uccelli tacciono. Solo un attimo, per fortuna. Ricominciano a cantare proprio quando inizio a pensare che il loro silenzio sia il preannuncio di un’apparizione spettrale, nella migliore tradizione di un racconto gotico. Mi appoggio ad un albero e respiro piano, ma ancora mi guardo intorno furtivo, non del tutto rassicurato; un’ape danza accanto al viso per qualche secondo ed io soffio delicato nella sua direzione, fino a quando non decide di cambiare il piano di volo e si allontana verso odori più attraenti. 
Niente Maurizio, niente zombi o fantasmi, concludo mentre mi distacco dall’albero e guardo di nuovo verso la Villa, dove si staglia una parte del lato est del padiglione riservato agli ospiti. 
E subito crollo sullo stesso albero. 
Al secondo piano, sopra la mia stanza, c’è il balcone dal quale Santino è precipitato otto giorni prima; le finestre sono aperte e per un attimo intravedo una figura bianca muoversi nell’ombra della stanza. 
Che dovrebbe essere vuota.
***
Enzo Govatti si compiace di mostrare un’immagine di forza e tolleranza allo stesso tempo. Cerca sempre di vedersi attraverso gli occhi degli altri e pensa che questa prospettiva sia un aspetto importante della strategia per arrivare al potere. 
Non è importante quello che sei o che sai, ma come lo vendi. 
In piedi di fronte ad una finestra aperta del suo studio, attraverso le fessure della tapparella in parte serrata nel tentativo di prendere le distanze dal caldo, osserva non visto due giovani infermerie che scherzano all’ombra di un porticato a fianco di un paio di anziani immobili sulle carrozzine. Le ha classificate subito come oche facilmente conquistabili con un po’ di copertina di uomo sicuro e potente ed ora le vede con le loro divise corte e piene di promesse stese nel suo letto; con lui tra loro, ovviamente. 
Si accarezza il pene attraverso il camice e i vestiti ,mentre il suo sguardo morde le forme delle infermiere, che continuano a ridere, forse scherzando proprio sulle loro avventure sessuali, ignare della sua eccitazione, che cresce ancora al pensiero di essere scoperto dal loro sguardo e di essere invitato a proseguire tra loro in modo più concreto. 
All’improvviso il telefono interno si intromette con un suono acuto, fuori posto, e prosegue testardo nel reclamare la sua attenzione, nonostante lui lo abbia mandato al diavolo già al secondo squillo, deciso ad accarezzarsi il membro in erezione, sudato sulle infermiere. Loro tacciono, alzano lo sguardo verso la finestra, distratte dal richiamo del telefono e lui, per quanto sicuro di essere celato alla loro vista dalla tapparella, si ritira dietro la parete con un balzo in gola. 
Seccato per la rinuncia alla propria eccitazione, forza il pene all’interno dei pantaloni e si decide a rispondere.
- Dottor Govatti – annuncia la voce nasale della segretaria di turno – sono arrivati i pazienti delle quindici e trenta.
Lui lancia un’occhiata all’orologio rotondo e asettico appeso sopra la porta e un’altra all’agenda sul computer. Impreca mentalmente.
- Anna, scusami con loro – risponde, la voce cordiale e profonda – falli attendere in sala ancora cinque minuti, finisco prima una perizia urgente – e riattacca sbuffando. Non gli piace fare aspettare i pazienti, nemmeno quando arrivano con un po’ di anticipo come in questo caso; l’immagine dell’efficienza e della cordialità è una fase importante della visita, spesso più della visita stessa. Anche per ridurre i tempi di attesa ci sono i suoi collaboratori, giovani medici legali da spremere nella promessa di onore e soldi, ai quali smistare le visite, oltre al notevole carico quotidiano di certificati da riportare nelle perizie. Ma questo è un caso delicato, si tratta di una coppia di anziani raccomandati con una nota informale da Tosarelli in persona e per i quali è stato chiesto il 6% di Danno Biologico. 
Con l’unghia dell’indice della mano destra inizia a picchiettarsi nervosamente gli incisivi superiori. 
Il punto è che si tratta degli esiti di un trauma distorsivo del rachide cervicale da tamponamento che con le nuove tabelle di legge vale al massimo 2%, il punto è anche che lui è il medico incaricato della Compagnia della valutazione di controparte ed ora si sente in imbarazzo per quella richiesta così alta e che non sa come assecondare. 
Tic tic commenta l’unghia sul dente. 
Sì, si era promesso di parlarne con Tosarelli in persona durante il pranzo, ma dopo che il bastardo se ne era uscito con la storia del suicidio, figurarsi se aveva testa per ricordarselo. 
Una soluzione potrebbe essere quella di affidare la visita a Palmato, giovane e promettente collaboratore di cui finge di fidarsi ciecamente, e che tiene al guinzaglio con una retribuzione ridicola, con un impegno giornaliero minimo di dodici ore, ma con la ghiotta prospettiva di essere entrato nel giro dei medici della Villa. 
Intanto lui potrebbe consultarsi telefonicamente se non con Tosarelli in persona, che dopo quel pranzo è forse meglio non sentire per un po’, almeno con un avvocato dell’Infortunistica e magari anche con il liquidatore della Compagnia assicurativa. 
Una bella soluzione, sogghigna ironicamente, se non fosse che da ben tre quarti d’ora ha incaricato quel coglione di Palmato di svolgere una perquisizione informale nella stanza del suicida e che ancora lui non è tornato. 
“Conosco bene la figlia di quel poveretto”, gli aveva mentito durante una pausa caffè al bar dei Poliambulatori, pausa proposta con il tono comprensivo e compiaciuto di chi sa offrire al proprio vassallo anche piccoli piaceri quotidiani, oltre allo smisurato carico di perizie, “Non puoi immaginare quanto è depressa, guarda. Mi fa una tenerezza, aveva solo suo padre al mondo e non riesce a capire come abbia potuto suicidarsi”. 
“Una brutta situazione”, aveva annuito Carlo Palmato, lo sguardo impassibile. 
Allora Govatti si era avvicinato, per fargli capire che diminuendo la distanza gli concedeva fiducia. 
“Ovviamente le sono stati restituiti tutti gli averi del padre; ma lei sostiene che mancano delle carte importanti, la loro corrispondenza privata e non so bene cos’altro. Sai, sembra che questo Santino scrivesse versi, poesie, ecco, e che le lasciasse un po’ dappertutto. Ma non sono state trovate, nemmeno sul cadavere, capisci. Lei è davvero molto dispiaciuta e allora ho pensato che se si può fare qualcosa per aiutarla almeno un po’ … Insomma, ti sarei davvero grato se tu facessi questo per me, dato che sono pieno di lavoro urgente da sbrigare”, un secondo di parole sospese e complici. 
Palmato gli aveva sorriso, incerto, come ad aspettare altro.
“Se tu potessi dare un’occhiata adesso alla sua stanza, così, velocemente, e vedere se salta fuori qualcosa, carte, documenti, insomma, qualunque cosa che io possa restituire alla figlia per darle un po’ di sollievo”. 
Una storia così inverosimile e melensa che nessuno poteva crederci, Govatti lo sapeva bene. Figurarsi Palmato, che stupido non è, anche se gli manca la sua capacità di vendere immagini, anche se sa che il suo allievo non la troverà mai nemmeno in cento anni di lavoro. Ma Palmato è una creatura tirata su da lui ed è ambizioso quanto basta per non fare domande e per fingere di credere. 
Basta accarezzarlo con le parole giuste.
Così aveva lasciato alla fine la frase magica, l’unica attesa dall’allievo.
“Lo sai quanto mi fido di te”
Ed ora Palmato sta perlustrando la stanza del fu Maurizio Santino. 
Govatti lancia un’ultima nervosa occhiata all’orologio a parete e spera che non abbiano scoperto il suo collaboratore. La stanza non è più sotto sequestro giudiziario, ma gli seccherebbe se circolassero voci tra il personale o gli ospiti della Villa su questa insolita intrusione. Soprattutto perché la sua è un’iniziativa personale di cui non sono al corrente né Vasari, né Tosarelli. Ma importante per mostrare loro la sua efficienza.
“Se ti scoprono”, aveva aggiunto mentre tornavano agli Studi, “racconta che stai collaborando alle indagini come Consulente medico legale della Procura in appoggio alla dottoressa Laghi. Il fatto che lavori anche alla Villa non importa, anzi dovrebbe essere il tuo salvacondotto”
Govatti smette di picchiettarsi i denti e decide che le telefonate all’Infortunistica e alla Compagnia possono essere rimandate a dopo la visita. Non può fare attendere troppo i pazienti, soprattutto se raccomandati dal Cavaliere in persona. 
L’immagine prima di tutto. 
Solleva il telefono interno con un largo sorriso.
***
Non dovevo farlo. 
Ecco, potrebbe essere lo slogan della mia vita, sempre al passato, chiaro, mica sono capace di utilizzarlo al presente o, ancora meglio, al futuro. Ho un sentiero di “non dovevo farlo” dietro le spalle, che mi ha smarrito molti anni fa e che mi ha condotto fino a questa Villa a guardare il trascorrere dei miei ultimi momenti
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