"Polvere di Silenzi" (2012) Giovanni Sicuranza


[...]

Mi chiedono se conosco la data di oggi. 
Li guardo. 
Sorrisi lanciati da una parte all’altra della scrivania, ping pong di dilettanti.  
Allora, insistono, ci dica. 
Quello sulla sinistra fa “tic tic tic” a rimo sincopato tra indice e medio sulla plastica. 
Che giorno è. Oggi, intendono. 
Lascio perdere la partita di ping pong e vado oltre la finestra. 
Nuvole grigio topo circondano il mio sguardo.
“Tic tic tic”. 
Signor Mnesico, la voce sulla destra, femminile, dolce. 
Mi volto. 
La dottoressa continua a sorridere. Colpisce perché ha una maschera materna e perché i suoi occhi svelano la maschera. Mi guarda come mia moglie guarderebbe uno scarafaggio in scalata sul lavabo della cucina. 
Se avessi una moglie, intendo. E una cucina, intendo. 
Il medico al suo fianco ha già rinunciato e osserva la documentazione di una tale Graziella Illusoria, scritto sulla copertina con pennarello a punta larga. Nero.
Però non smette di martellare con le dita. 
“Tic”
- Che giorno è …
“Tic”
- … dunque …
“Tic”
- … oggi, signor Mnesico? 
Forse dovrei ricominciare a sorriderle, in fondo si sforza di essere comprensiva con un vecchio che nemmeno conosce. 
Mica mi hanno trascinato loro, qui. La Commissione degli invalidi. 
La domanda l’ha fatta. Mia moglie? No, non ho una moglie. 
Un figlio?
Chiedo, ma la memoria tace. 
- Mi chiamo Libero Mnesico, sono nato il 27 gennaio 1928 a Reggio Emilia. Questo ricordo.
La dottoressa si illumina di immenso, magari è lì lì per alzarsi e applaudire, non so. 
Invece le sue labbra muoiono. Gli occhi sono chiazze scure, lontane.
- E poi?
Tic tic tic.
Poi il tempo è trascorso e non so dire come. 
Non so in chi mi sono trasformato, o in cosa. Chi ho lasciato per strada. 
Scuoto la testa, bandiera della resa al debole refolo dei venti.
- Passiamo al prossimo, dai – grugnisce il dottore. 
Lo so che sono medici, perché indossano il camice bianco. Che sono della Commissione per gli invalidi, c’è scritto sul tabellone sopra le loro teste. 
Leggere, sono ancora capace. Ma cosa ho letto in tanti anni? Ho scritto?
- Dov’è la mia vita?
Le labbra della dottoressa si ritraggono sui denti. Bianchi, troppo bianchi, e piccoli. Sono finti, vero?, penso, ma non cerco risposte. 
Il dottore ha smesso di battere le dita. 
La stanza è silenzio. 
Non sento nemmeno il mio respiro affannoso.
- La sua vita? – ripete la dottoressa, con cautela, sottolineando ogni sillaba, come nella difficoltà o nello stupore del tradurre una lingua morta.
Faccio uno sforzo, annuisco e salgo nel suo sguardo. Sta fissando il mio braccio, quello sinistro. 
La seguo, piano. 
Ho il polso scoperto, scopro il disegno sulla pelle. Le cifre 769 e una lettera, in stampatello. 
La fatica nel tornare dentro gli occhi di lei. L’intuizione della sua pietà, mescolata a ribrezzo. 
Sta osservando un bambino denutrito, il ventre teso nell’esplosione, le mosche che entrano e escono dalle narici e dalle orecchie.
E poi mi chiedo. Perché. Ho questa immagine. 
Una risata, nervosa, sulla sinistra, come il “tic tic tic” delle dita. Non mi volto verso il medico, non riesco. 
- 769 B – la sua voce arriva lo stesso, una frusta che scarica tutta la tensione sulla mia guancia. 
Ho un brivido e mi chiedo. Perché. Ho pensato alla frusta. 
- Può andare, signor Mnesico – sbuffa la voce, poi, in un guizzo, come se io fossi già assente – E’ un paradosso averne accertato la perdita di memoria proprio nel giorno della memoria. 
La dottoressa stringe le labbra, socchiude gli occhi. 
È un gesto di sofferenza, oppure uno sforzo per non ridere. 
Annuisce, ma non guarda verso il collega, non guarda nemmeno verso me. 
Forse, ormai, sono davvero assente.
Mentre scrive qualcosa con una penna nera e frettolosa, mentre i suoi capelli lunghi rossi cadono sui fogli, mi alzo. 
La salita mi spezza il respiro. È tutta la forza di gravità che si oppone alla mia statura. La sento. 
- Scusate – inizio, mentre la penna corre sulle righe.
E lei mi ignora, e scrive, e il medico mi guarda, liquido.
- Volevo solo sapere – continuo. 
“frush frush”, la penna 
“tic tic tic”, le dita su e giù, su e giù.
Inspiro e chiedo aiuto alla mia mente. Nuvole grigie fuori e dentro la testa. 
- Queste cose sul polso, questi numeri …
La penna si blocca, solo un istante, poi riprende a correre, veloce. 
- E’ un tatuaggio. Il suo numero a Dachau, signor Mnesico – mi risponde lui, atono come se leggesse la lista delle medicine.
Ho un sospiro. Perché. Non ricordo se prendo medicine. 
 - E oggi è il giorno della memoria dell’olocausto. Auguri – aggiunge. 
- Grazie – soffio. 
Non so di cosa parlano. 
Però la testa gira. E i camici bianchi sono diventati sussurri di minaccia.   
Barcollo verso l’uscita, solo.  
Mentre apro la porta, mi raggiungono il tic tic delle dita, il fruscio della penna.
Ho l’impressione che siano aumentati di frequenza. 
E non capisco perché.
[...]
















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