Neve, la neve


Neve, la neve
Giovanni Sicuranza

- La mia bambola è nella bara - parole che cadono tra i silenzi del funerale, dissolvenze di neve - Con la nonna.
Il termometro di papà Sergio scende di dieci gradi sotto zero. La schiena si congela e la valanga degli sguardi, stupiti, di tutti i presenti, si abbatte sul suo viso. 
- Smettila - sibila a Lucilla e l'attimo dopo sorride.
La bimba vede quella ferita aprirsi tra le guance paterne e si guarda intorno. La neve, ma quanta, che cade e uccide i particolari, non la sagoma nera della bara, però, non la bara di legno morto. 
- Rivoglio la mia - Lucilla che ha sette anni e sette bambole di pezza. 
- Smettila, ho detto. 
Vento freddo di papà. 
- E' con la nonna - Lucilla ha due occhi azzurri cadenti che vibrano lacrime.
- Ehm - Don Dino strofina la punta del naso innevato - Ehm.
- La mia bambola, l'ha presa la nonna.

Papà Sergio lo sa. Ha visto mamma alzarsi dal letto e, vestita nel lutto di se stessa, scivolare nella stanza di Lucilla. 
- Lasciala - una supplica, afflosciata come lui sul pavimento - Sapevo che saresti tornata, lo sai, voglio solo chiederti di non prendere tua nipote.
Il cadavere aveva scricchiolato le spalle in un cenno di indifferenza. Papà Sergio l'aveva visto, quel volto butterato di oblio e morte, l'aveva percepito prima con il naso, quell'odore acidulo di vomito e vermi. Frazioni di secondi in cui, fuori, la neve si era trasformata da previsione a realtà.
- Sei come le bambole di Lucilla, figlio mio, così flaccido, così coraggioso. 

La bara è una mano nera aperta nel mondo pallido. La neve cade e tutto immobilizza. La bara è più forte, la bara già immobile, la bara barriera. 
Don Dino e un cucciolo di chirichetto danno il commiato alla morta, che sia giusto, secondo tradizione, che sia deciso, senza emozione, perché nonna Affranta era la stria del paese.
Perché il varco va chiuso presto e bene. 
- Voglio la mia bambola! - un solo urlo, l'urlo di Lucilla, e il cielo si spacca. 
- Santo cielo - Don Dino.
- Ora ti prendi una sberla - papà Sergio. 

Ha dato uno schiaffo alla figlia solo una volta, due giorni fa, quando lei ha ucciso la nonna con tutte le spille delle sette bambole, quelle che la stria usava per il voodoo. 
Doveva andare così, per genia, nipote dopo nonna, ma non quel giorno, non quando la neve cade e confonde e cela.
La stria era tornata per riprendersi il suo tempo, il figlio aveva barattato Lucilla con una bambola, la più grande, la più feroce. 
- Portala con te, ti prego, e mia figlia avrà meno potere, prendila come risarcimento per la tua morte prematura. 
La stria si era portata un dito al naso, aveva iniziato a scavare, con la falange ungueale frusciava pensosa i tessuti del cranio, poi aveva estratto una caccola viola.
Slap, la lingua come un ragno nero e la caccola era sparita. 
- Dammi la bambola, figlio, e lascerò a Lucilla il potere che rimane. 
Alla fine, prima di tornare sul letto di morte, nella sua stanza, lo aveva salutato con un abbraccio. Ma anche Sergio era già morto, dentro, da quando aveva visto Lucilla uccidere la piccola compagna di giochi, Maria che aveva tagliato una ciocca di capelli a una delle sette bambole, proprio quella Maria che il giorno dopo era stata investita da una motofalciatrice, lo scalpo lacerato, il viso di bimba ridotto a muscoli e urla sanguinanti.


Lucilla si dispera. Lucilla si stende sulla terra, tra lo stupore del paese, e affonda il volto bello nel gelo e spezza crisalidi di neve con la furia dei pugni piccini. 
- Ha perso la sua bambola, poverina. 
- Il padre non doveva darle una sberla, ha esagerato.
- A me, quel Sergio lì, sempre in chiesa a fare cosa poi, è sempre sembrato un ipocrita. 
- Figurati, picchiare la figlia perché rivuole il suo giocattolo, roba da matti. 
- Da matti. 
Il gelo morde la mano officiante del prete, la neve spegne l'eco dei salmi e si affretta a scendere, ora, ancora di più, vorace, affamata del pianto di Lucilla.
Al tramonto il paese ha smarrito se stesso. 
Solo la bara resiste, lucida di nero. 
Solo la bara esiste, immobile d'attesa. 

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