Inverno libre



Ma come, sto per mandare in stampa il mio romanzo "Lungo il vento" e voi non avete ancora "Polvere di Silenzi"?
Basisco di immenso. 


Il racconto che segue risale a pochi anni addietro. Non  è l'anteprima del libro, ma un embrione sospeso, fecondato in  pochi minuti, che mesi dopo si sarebbe sviluppato nel romanzo "Lungo il vento".

Lungo il vento 
Giovanni Sicuranza


È veloce questa morte. 

E alla fine è meglio così.
Negli ultimi istanti di coscienza rimane ancora un solo pensiero, che si spande nella mente con la stessa rapidità del sangue sul pavimento. 
Un ricordo che avvolge e porta nebbia. 
L’ultimo rifugio ora che i morsi della carne sono solo sussurri lontani e il sangue è più sulle piastrelle che nel corpo.
La donna gira il volto alla lama che si tuffa nell’aria per lacerarne la vita.  
Un altro alito di schiuma rossa esce dalle sue labbra gorgogliando agonie.   
Il coltello ammicca complice nella penombra della stanza e cerca avido nuova carne.
Forse la trova nell’addome, forse ancora nel torace, la donna non lo sa più. 
Mentre il suo corpo sussulta leggero come una ballerina in danze di lame rosse, ha solo tempo per quell’unico ricordo. Il suo ultimo colloquio con il maestro.
Allora, semplicemente, chiude gli occhi. E ascolta.
***
- Il ragazzo è arrivato.
Le parole girano senza risposta nella stanza e diventano eco che urta contro i dipinti sparsi sulle pareti. Professori mummificati su tela le accolgono e le gettano altrove, tra le colonne, negli angoli deserti del mobilio, senza mutare l’espressione severa e distante con cui hanno deciso di oltrepassare i secoli.
- La morte è veloce - aggiunge allora la stessa voce, per sollecitare attenzione dall’uomo seduto alla scrivania.
Lui finalmente solleva lo sguardo dalle carte. Piano, come a vincere la pesantezza della folta capigliatura bianca che cola sul viso. O a contrastare la polvere adagiata in quel luogo di penombre e silenzi. 
- Non sempre - risponde con un tono così lontano che il suo interlocutore non sembra essere la donna affacciata alla porta, ma qualcuno nascosto nel tempo - Anzi, ogni tanto impiega decenni
- Lo crede davvero?
L’uomo annuisce in un sorriso così spento da trasformare le sue rughe in distese di lapidi.
Solleva le mani dai fogli al mento che sbuffa rivoli di carne appassita, appoggia i gomiti sui bracciali della poltrona e si sporge verso la donna.
- Intendevo, mia cara Elena, che a volte la morte non è così veloce.
- Oh - sussurra lei, immobile e smarrita sulla porta.
I ritratti dei professori la scrutano severi.
Lei continua ad osservare l’unico docente in carne ed ossa in quella stanza di ricordi, incerta sul da farsi, confusa come le è successo tanti anni prima, quando ne è diventata l’allieva. 
La sua unica allieva.
Il professore Sebastiano Lucchi è il vessillo della medicina legale. 
È uno dei riferimenti del Paese, una speranza di giustizia, soprattutto in questo tempo di speranze che si sfaldano tra le nuove ondate di decadenza, tra le minacce del terrorismo internazionale. 
Ma per lei il professore Lucchi è soprattutto l’uomo che sa.
Il maestro che conosce i volti oltre le maschere.
Le paure e i desideri bui oltre le convenzioni e il perbenismo.
- Vieni avanti, Elena - la sollecita lui, mite e deciso allo stesso tempo, interrompendone il vagabondare dei pensieri.  
Il suo sorriso, tagliato dalla luce verdastra dell’abat-jour, le sembra ora una lama affilata. 
- Sfila in parata tra i professori che mi hanno preceduto e siediti di fronte all’ultimo direttore - la esorta ancora lui, il sorriso che ritorna piega tra le rughe.
Lo sguardo di Elena si arrampica sulle pareti, sfiora i ritratti appassiti di penombre, poi torna alla scrivania, disegnata solo a tratti dal debole chiarore del paralume.
- Forza, Elena - insiste il professore - Così definiamo ogni cosa per l’ultima volta. Nei particolari.
La donna dice sì, in silenzio.
Considerando quel che c’è da definire, è proprio da stupidi perdersi in immagini da racconti gotici, pensa.
E si incammina verso il professore, tra le penombre del passato.
***
Il coltello è corsa di sangue verso il volto di Elena.
- No, non lì.  
La lama si gira stupita verso la voce. E si spegne a pochi centimetri dall’occhio della donna. 
La figura nera che ha parlato è seduta vicino e fino a questo momento ha osservato l’agonia di Elena in silenzio.
La lama ora attende. Suda sangue ed è scossa dai brividi di chi la impugna. 
- Non lì - ribadisce ancora la figura avvolta dall’oscurità - Non violare il suo viso.
La lama si inchina nell’aria, la punta sospesa sul corpo di Elena.
È solo un istante, un silenzio così pieno di morte da chiedere subito altre parole.
Un suono di nulla così lungo, che sembra ricominciare da ogni ferita pulsante, e che all’uomo sulla poltrona ricorda una lingua di vento infranta tra i rami del bosco.
- Puoi andare, adesso - aggiunge allora in un mormorio spezzato dall’ultimo gorgogliare della donna. 
Il pensiero del vento lo avvolge improvviso, senza sorpresa, perché è proprio nell’alba ventosa di un bosco che tutto è cominciato, molti anni prima.
Afferra i braccioli della poltrona e scala l’aria, il respiro che diventa pesante.
Quando è in piedi, la lama è ancora lì, affacciata nel vuoto, a pochi centimetri dal volto della donna.
 - Puoi andare - ripete l’uomo con l’autorità del suo ruolo - Lasciaci soli.
- Professore - esita il ragazzo che regge il coltello.  
L’uomo si muove verso di lui, solo qualche passo, attento a non finire nella pozza di sangue.
- Non preoccuparti, abbiamo tutte le coperture necessarie, lo sai.
Lo sguardo cade sul volto silenzioso della sua allieva.
Abbassa le palpebre sul bagliore della lama che scivola via, nell’aria, e rimane in ascolto dei passi del ragazzo fino a quando non sente la porta chiudersi alle sue spalle.
Allora il professore Sebastiano Lucchi riapre gli occhi e sorride.
Sorride al cadavere di Elena e le sue rughe diventano rivoli aridi che affondano nella pelle. 
C’è ancora tempo prima che la stanza venga aperta agli studenti per le lezioni e lui desidera assaporare quest’ultimo istante con la sua allieva. 
- Vedi, è stata una morte veloce - sussurra mentre si china sul suo viso. Fa un passo indietro, mentre la pozza di sangue si allarga sul pavimento, e poi un altro e ancora un altro.
Ma non distoglie lo sguardo dal viso di Elena. 
- Io muoio ogni volta. 
Annuisce, piano, gli occhi velati da ombre lontane.  
Il ragazzo che ha ucciso Elena starà già organizzando l’alibi concordato, ne è sicuro. Ora che lei non c’è più, il suo alunno migliore si è dimostrato proprio questo giovane assassino.
Si morde un labbro.
- Ascolta il vento, Elena - soffia nel silenzio della stanza - Ascolta con me il vento del bosco.
***
1945.
I paesi della vallata agonizzano nelle ferite profonde della guerra civile. 
Gli abitanti sono ancora rintanati nel buio delle case, braccati da lutti e vendette. Nessuno osa addentrarsi di nuovo nel bosco, fitto spargimento di ombre e nebbia che si arrampica sulle montagne.
Nemmeno oggi, nell’inizio ufficiale della stagione dei funghi, quelli dal sapore così intenso da chiamare a raccolta intere famiglie, da innalzare al vento selve di bicchieri di vino rosso e coralità di canti in dialetto. 
La vallata è frammento di morte e terrore.
I tedeschi sono scomparsi, ma il vicino no. 
E il vicino è il nemico più terribile.
Non dichiara ostilità.
Guarda e spara.
Per la Repubblica Sociale, per il Regno d’Italia, per l’Italia democratica, per quella comunista. 
Perché il suo orto è più povero.
Oggi la gente della vallata è gregge tremante nel recinto della chiesa.
Le bare sono allineate in un unico serpente scuro e senza respiro che dalla navata centrale scivola verso l’uscita. 
Don Livio ha le braccia protese in alto, e in alto, sopra di loro, c’è il bosco, non il cielo.
La gente prega che il parroco abbia le parole giuste per riportare la vita, che questi siano gli ultimi morti di una guerra senza bandiere.  
Don Livio prega e soprattutto spera. 
Anche se sa di avere forti appoggi tra i militari e i politici, spera che la sua gente non sappia mai nulla. 
Che nessuno intuisca la necessità di questi morti. 
Prega e intanto la mente corre. 
Nel bosco, tra il vento e la nebbia. 
Dove si nascondono i bambini guerrieri.
***
Il professore Sebastiano Lucchi ha un ricordo lungo sessantuno anni.
È lo scopo per cui è stato addestrato insieme agli altri, che ancora pulsa di vitalità, nonostante il suo corpo appassito richieda l’aiuto di complici più giovani.
Anche ora, mentre sfoglia i titoli dei giornali sparpagliati sulla sua scrivania, ne sente l’energia vittoriosa, simile a quella del vento che strisciava tra le nebbie del bosco nell’alba di tanti anni prima.
Il ragazzo è stato in gamba. 
Si è sbarazzato in fretta del coltello e dei vestiti insanguinati. 
Lui ha fatto il resto.
Sorpresa, dolore, indignazione per la morte violenta della sua allieva, la dottoressa Elena Maria Riccardina. 
E qualche ritocco nel verbale dell’autopsia personalmente effettuata su incarico della magistratura. Piccoli particolari, ovvio, ma sufficienti a fornire un buon alibi al suo nuovo allievo.
Come spostare l’epoca del presunto decesso a due ore dopo, quando il ragazzo è già arrivato nella vallata, dai suoi parenti. 
Sicuramente accolto dal parroco della comunità con un piatto di funghi innaffiato da buon vino. Rosso.
Il professore solleva lo sguardo dai titoli dei giornali e scorre compiaciuto le penombre dei ritratti appese alle pareti.
Una lunga carrellata di cadaveri pomposi, riflette deluso. 
Professori severi, guardiani delle tradizioni, ma incapaci di andare oltre le apparenze.
Di agire.
Scuote la testa.
Vorrebbe fumare di nuovo come un tempo, ritrovare nelle volute del fumo la nebbia con cui ha vissuto gli anni di addestramento nel bosco, ma l’enfisema polmonare è il suo divieto senza appello.
- Elena Maria Riccardina - bisbiglia allora alle ombre, mentre alza una mano nel gesto tremante di un brindisi.
Elena, la sua allieva. 
E figlia del senatore Riccardina, leader dell’Unione Federale. La complice ideale per la battaglia delle tradizioni.
- La morte è veloce quando arriva - aggiunge, gli occhi che si arrampicano ancora tra i silenzi lontani dei dipinti - Ma è lunga da preparare.
Il professore solleva ancora la mano in un nuovo brindisi.
- Lo so bene. E come me, lo sanno bene anche gli altri - fa il gesto di bere, poi lascia cadere la mano sui giornali gravidi delle foto della dottoressa e di interrogativi sul futuro.
- Siamo stati addestrati alla fine della guerra. Avevamo solo dieci anni, allora, miei egregi predecessori imbalsamati. Bambini. Energiche e insospettabili macchine di morte in un tempo in cui gli adulti erano decimati e privi di speranze.
 Il professore sorride, in quel modo ambiguo che ha turbato Elena il giorno prima dell’omicidio.
- Eravamo il vento del bosco, che si muoveva leggero, uccideva i nemici della tradizione e soffiava sulla paura della gente per unirla intorno alla tradizione. Siamo cresciuti protetti. Potenti.
La mano si alza di nuovo, piano, a stritolare l’aria in uno stridio di articolazioni. 
- Per questo abbiamo plasmato nuovi allievi.
Gli occhi del professore entrano in quelli sgranati di grigio della sua allieva. È una foto che la ritrae pochi anni prima, bella di rabbia, durante una manifestazione dell’Unione Federale contro le unioni omosessuali.
- Sei stato un valido guerriero, Elena. E la perfetta vittima da sacrificare. Una malata terminale in cerca di una ragione di morte - L’uomo si accascia sulla poltrona, pesante - Sarai nuovo vento che soffia odio e paure sulla gente.
Le ultime parole si spezzano in un fragile sibilo. L’enfisema non gli permette più grandi slanci e per oggi ha già parlato troppo. 
Ma ci sono altri modi per farsi ascoltare. È una personalità rispettata, un punto di riferimento. 
Può scrivere un articolo da inviare alle principali testate editoriali. 
Può ricordare agli uomini di buona volontà che questo efferato delitto dimostra ancora una volta come i valori e le tradizioni siano in pericolo, come la società sia minacciata ancora oggi da nuovi nemici, uomini che portano sfacelo e non esitano ad uccidere in nome del caos.
Sì, la giornata non è ancora finita. Non finirà mai.
Come gli altri guerrieri addestrati in un’alba fanciulla di tanti anni prima, lui è ancora in prima linea.
Accende il computer. Lo schermo si illumina con il profilo lontano di un bosco sulle montagne.
Il nemico è insidioso e richiede azione. 
Rappresaglia e tensione.
Mentre le rughe circondano il suo sorriso, fitte come rami di un bosco, inizia a scrivere il titolo dell’articolo:
“Lungo il vento”. 

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