L'uomo che cammina - Infero agreste / Bonapaglia



L'uomo che cammina - Bonapaglia / Infero Agreste
Giovanni Sicuranza

Ha acceso due sigarette e si è guardato dentro. 
Ha allargato le narici per assaporare l'aroma del vecchio che prende fuoco accanto al barbecue, fuso nel barbecue, poi si è allontanato, passi di polvere lenta, una nuvola tra gli stivali di cuoio che danza sull'altra.
Non gli piace sentire parlare di Bonapaglia con il tono da saputello che ha usato il vecchio; spera ancora che qualcuno sia abbastanza convincente da fargli credere in quel confine tra nordisti e sudisti, nella dimora dove ogni speranza prende fuoco.
Non può essere evaso per niente, dopo avere ucciso quel ragazzo con la moto, dopo che al processo gli hanno dato una colpa sconosciuta, lui che è scivolato sulla diarrea di un cane sull'asfalto, non raccolta proprio dal padre dell'investito. 
Finire in galera per una cagata, dopo anni di cadaveri nemmeno sospettati, si chiama beffa. Riuscire a scappare, perché il carcere confina con il cimitero, e dal cimitero sono emersi defunti furiosi, si chiama culo.
L'uomo si ferma, inspira ancora la chimica ardente dell'aria, una volta, due, quindi torna indietro.    
Una sigaretta è già morta, l'altra è agonia tra le labbra ferite dal sole. 
La mano destra afferra la tanica di benzina, la sinistra la rincorre con un accendino. 
Il barbecue è esploso con il vecchio, ma il resto regge ancora. 
Il fuoco è l'apoteosi della purificazione, un concetto così necessario, che ogni scuola dovrebbe smettere di rincoglionire i bambini con informatica e nozionismi e insegnare Piromania. 
Lui lo sa. Prima del vecchio, del suo distributore di benzina, ci sono stati gli altri. 
La carne che diventa urlo rosso e nero, gli occhi di gelatina che si guardano sciogliersi, la bocca lussata in urla di sangue. 
Il fuoco lascia l'essenza.
Questo pensa l'uomo, mentre osserva la scalata delle fiamme nel negozio del vecchio.  
Tre sigarette dopo, torna tra il fumo e osserva il cadavere, infila lo sguardo tra le labbra aperte che gli hanno narrato di Bonapaglia, sospira, si china. 

I carbonizzati sono la sua collezione, sculture di carne infeltrite dal calore, prive di liquidi, perfette per durare senza  odori.  
Lui cerca Bonapaglia e intanto tiene lontano i morti offrendo statue umane. 
Ti porto a fare un giro, dice al vecchio, saldo nella posizione da pugile di ogni pasto umano del fuoco. Avambracci flessi sulle braccia, dita chiuse a pugno, ginocchia piegate. 
I carbonizzati diventano pugili per sempre. 
Cerchiamo Bonapaglia, dice l'uomo alla statua di carne marrone, un marrone scuro che cela organi integri e poco cotti.    
Un giorno offrirò anche il tuo cuore, lo legherò al collo di un cadavere con il tuo intestino, gli sussurra lungo il vapore degli idrocarburi, nella pioggia di cenere che sfuma tra i suoi capelli neri, un giorno vi aprirò tutti e vi donerò ai Ritornanti. 
La mano sinistra sfiora le insenature secche del volto, quelle che fino a poco prima il vecchio usava per vedere, la destra ne sorregge il tronco piccino e solido. 
L'uomo socchiude appena gli occhi, all'odore pungente della benzina, all'orizzonte che vibra di tramonto e gli rinvia l'immagine tremante del suo camper. 
Ti metto con gli altri, dice, forse troveremo Bonapaglia prima dei Ritornanti, bisbiglia.
Il vecchio tace, ma lui, ora, ne avverte la nuda sincerità. E, pensa, è bello camminare in sua compagnia attraverso l'imbrunire.   

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